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Fabiano Alborghetti, poeta, drammaturgo teatrale

FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

POESIA / FABIANO ALBORGHETTI


I

Non lasciare incustoditi i sensi,
tendono a divagare, ti spostano da un luogo
all’altro: la campagna Pavese

scende nell’occhio ed è difficile
da sostenere,
soprattutto quando è tempo di ritorno

dice la signora che passa di tanto in tanto, così discreta
in vestaglia lisa e cane, in aria di compagnia.
Non puoi vivere due esistenze, dice:

una ha sempre il sopravvento, anche se ignota.


II

Di nascosto, col rumore capace dei bambini
compaiono in massa, in numero da tre a sette:
un drappello in sudore disperato

a dar la caccia al cane, al giorno lungo ancora.
Tutti figli di zona a scattare tra gli sterpi
urlando nomi, azioni anche: un’evidenza di energia

a trafugarmi il cortile. All’inseguimento
lo sguardo retrocedo credimi: già sudo esaltato
correndo in testa

fermo al muro, immaginando.


III

Un germoglio elementare, con ragione e postumo
alla pioggia, improvviso direi
e senza contenimento alcuno. Fiorita

senza sapere di niente, un’erba matta inutile
se non per il colore raccolto a chiazze di stagione.
Stando a guardare persuade al nuovo stato.

È tutto diverso e riempie nel gesto minimo
come tornare al sereno dopo il pianto
d’improvviso differente restando uguale.


IV

E’ tutto ancora vivo alla finestra
e non ha perso tempo da quel momento in poi
come se non fosse accaduto niente:

nonostante la notte abbia una lingua in cui ci si ferma
per capire, come se non avessi dormito
trasformando il tempo nel cimitero di ore

risorge tutto adesso in controluce.
Ci sono tracce di passaggio mi dico, iniziate
dal penultimo sogno: vedi il girasole per esempio,

segue il sole come io ho seguito le lancette.


V

Tra poco una calma desolata, dopo tutto:
la minaccia si vive l’ultimo giorno
computando le ore che restano indietro

e dove accorda già la vita ricorrente e distingue
i confini delle due diverse dimore.
In quel mezzo restiamo, dietro la quarta di palcoscenico

che taglia la voce e cresce. Si risparmiano i gesti
serviranno domani.
Domani dall’altra parte.

© Fabiano Alborghetti
da Verso Buda (LietoColle 2004)

I

Alla conta venne la misura non prima
non in moltitudine ma uno ad uno
sparivano lasciando il quesito al posto, il vuoto

della certa destinazione. Con l’assenza a tavola
continuava mamma a preparare per quattro
anche dopo rimasta ultima anche ora

che le fosse disimparano il contenere.


II

C’è gente appesa perfino sui pali delle navi
lo sguardo che accusa e spunta o non crede:
dopo la voce italiana il motore spegne e qualunque suono

riassorbe fino al beccheggio, ai corpi fermi: procedure dice
le tue leggi uguali sempre. Sotto scorta fino al porto
e poi la fonda lo sbarco diritto fino al recinto a cumulare

le presenze come merce di stoccaggio. Non più di poco ripete
poi si rimpatria cosi come si arriva. Non si vede il numero
non si conta nemmeno quanta legione per nave al giorno

sperare la terra e nonostante le preghiere rimbalzare.


III

Come evasi senza ragion veduta, in fila
lungo la sorte sino alle montagne: sottrarsi
alla propria terra per la sola carne riassumeva il motivo

il convoglio, senza custode ognuno
che non l’occhio indietro a dilavare la strada fatta.
La sola parola ripetersi scandiva l’insieme unendo

dalla perdita presente alla trama a venire, noi siamo dove?


IV

Se frazioni e dividi per due mi trovi
diceva e non sapeva contare: metà vive
riposto oltremare metà viene lasciato

a se stesso nel tuo mondo. Per resistere
entro ed esco e vado e torno diceva ma è difficile
avere una consistenza che superi l’invisibile

o avere coraggio in questo mondo coscritto senza disertare.


V

Ho vent’anni di scintille mi diceva ma sono un corpo
che stazione senza scampo: chiedo poco giusto il giusto
per campare ma non basta. Altro non ricordo ripeteva

per avere le parole: dammi altro che il denaro dammi un senso…


VI

Il primo impegno al tempo nuovo mi indicava, il foglio
tra le mani su cui rideva in girotondi. La busta paga
da la prova che il pane che si mangia è guadagnato mi diceva

nessun sospetto ora, che si vive alle spalle di qualcuno…

© Fabiano Alborghetti
da L’opposta riva (LietoColle 2006)
(la raccolta è composta come una Spoon River dei vivi, dove la voce è quella dei Clandestini coi quali l’autore ha vissuto per tre anni)

Biografia

Fabiano Alborghetti nasce a Milano nel 1970, vive a Sesto San Giovanni (MI).
Ha pubblicato Verso Buda (LietoColle 2004) e L’opposta riva (LietoColle 2006).
Svariati testi – editi ed inediti – compaiono in riviste, web e Antologie. Numerosi i premi ricevuti. E’ drammaturgo teatrale.
Collabora con le riviste Le Voci della Luna, Tellusfolio, e con la redazione della casa editrice LietoColle.

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.