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Giovanna Mulas

FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

NARRATIVA / GIOVANNA MULAS


Delle trascorse stagioni
InFrAmmentos (di me)

Giovanna Mulas, Delle trascorse stagioni

Giovanna Mulas
DELLE TRASCORSE STAGIONI
InFrAmmentos (di me)
Editrice UNI Service, Trento
ISBN 978-88-6178-007-1, pagg. 176, € 13,00

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- UNI-Service Editrice, Via Verdi 9/A, 38100 Trento
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Dell’acqua che scende, e le rane cantano più Forte

C’erano, oltre la redola che serpeggiava inerpicandosi attraverso Lanusei, varie diramazioni che, col carro a buoi e l’occhio prima, penetravano la fittezza del bosco d’abete e pino lì del colle, grazie ad un'eco di galleria scavata nella roccia granitica, lavica; ventre d’una strada ferrata funzionante da maggio sino al declinare del ve-rano, quando a Selene le ombre si allungavano in mezzo ai pini, ai circoli di pietra che davano alla costellazione di Pegaso; alle tombe dei giganti, e più sole non fil-trava. Solo il rumore dell’acqua, udivi, un fiume nascosto oltre i Fico D’India in quel susseguirsi di colli ed il Tricoli a sinistra, e un monticello ardente che a Loceri chia-mavano de Santa Luxia, di Santa Lucia, ché alle sue spalle la luce del giorno pareva nascere, e morire: uno, due, tre, quattro colli in fila d’altezza decrescente, paggi chi-ni al Jenna De Bentu esteso e, in quel periodo dell’anno, innevato sulle cime, scosce-so e nero, plumbeo e maestoso e vestito di nebbie làddove solo le aquile potevano giungere, spezzato da scale e scalini di oliveti gravidi e vigne, una tanca sperduta dinanzi allo sguardo e pecore e capre, una cinquantina forse, in tutto, sparpagliate, sperse, viandanti tra i cespugli di camomillae selvatica e lavanda, i fusti di corbez-zolo, i rami di timo. Affondando i piedi nudi sulla terra magra, avara, frustata dai venti; potevi voltarti, migrare lo sguardo verso la montagna, ed ecco, proprio lì, potevi sentirla parlare. Non aveva voce grossa, chiara; era la voce che nella mente ti sussurrava, prima in tono basso, eppoi potente, sofferto, maturo: ti gridava la Regi-na, Signora dei silenzi. Da ogni punto assediava, circondava, faceva corona alla paura del viandante, l’assopiva quasi, stordendola, la rincuorava rendendola anco-ra più vittima. Madre severa era, la montagna. Così, come il mare sardo, potevi esserne figlio o nemico, poco importava; sempre lì sarebbero rimasti, prima e molto, molto dopo di te.
E lo sguardo mio virava al basso, oltre la finestra e i suoi gerani slegati, ora zaffe-rano ora rosa o bianchi, pregni d’EstatiEtà.
Girava a sa domo ‘e Gavinedda Dore che mai ad un seppellimento in paese, manca-va. E all’ultimo a cui aveva preso parte, poi, aveva deciso in cuor suo che davvero l’ultimo, sarebbe stato. C’era silenzio, sapete. Silenzio e la bara che calava lungo le scale della chiesa affondata nelle pareti a strapiombo e i sugheri, sulle spalle dei compari del morto, un povero disgraziato che non faceva a tempo a uscire di galera che già doveva rientrarci. E padre Murittu coi suoi scarponi di campagna –sempre gli stessi erano; scricchiolanti, bucati sulle punte e inzaccherati nei tacchi- avanzava mormorando pater noster e protezioni per il morto che, “…nonostante tutto, di un bravo giovine si trattava. Non vi dirò che fosse particolarmente onesto, no. Questo non ve lo dirò ché sennò all’inferno io ci debbo finire, per far fare bella figura a quel santo d’un cristiano. Ma tant’è. La vita così è. E piena di tentazioni. Belle e brutte. A volte belle a volte brutte. A volte buone a volte meno buone…e a voi piacciono le tentazioni, figli miei? “
“Nooooooooooooo”
“Bravi. Certo che no. Filippeddu…beni inoche…e non correre, disgrasiau…questi chierichetti…mmhhhh. Tentazioni belle e brutte. E qui sta la vostra forza di cristia-ni, figli miei. Mai cadere nella rete che il diavolo, ad ogni angolo di sentiero, ci po-ne…sia santificato il tuo nome…eh si si si…una volta il diavolo si mascherò da mula, per tentare un povero figlio che stava lontano dalla moglie trecentosessanta giorni su trecentosessantacinque l’anno, per accudire bestie e ovile suo. Da Mula. E questo povero figlio, ve lo dico io…sia fatta la tua volontà come… quasi s’innamorò di questa mula”.
Un “ooooooooooooooooh!!!!”, s’alzò dal corteo.
“Non vi dico che gli fece fare la mula al nostro povero cristiano…eh, figli miei, scherzi del diavolo sono!…dacci oggi il nostro pane quotidiano…”.
Cadde un silenzio pesante, scandalizzato e offeso, stralunato. E fu lì che Gavinedda Dore, col suo bel cero acceso tenuto davanti il grosso seno da sarda, sentì partire, dal mezzo imprecisato del corteo, una scoreggia che, per effetto dell’eco, rintronò nella valle. Quasi Gavinedda svenne ma prima, d’istinto, si voltò. E tutti, uno per uno, i paesani si voltarono a guardarsi in faccia l’uno con l’altro, studiandosi per capire, dal colorito di ognuno, chi l’aveva sparata, chi era il colpevole. Ma nessuno lo seppe.
“Amen”, troncò curiosità e preghiera padre Murittu. E tutti ricordarono – ancora oggi lo ricordano - il seppellimento di quel povero disgraziato di Peppeddu Piroddi come su corteo allutta mudanda, il CorteoBruciaMutanda.
Virava oltre, lo sguardo, guizzando su grotte dagli scogli rossi, dove viveva o aveva vissuto Severina, la strega.
Dicevano che era stata donna bellissima in gioventù, dicevano che avesse amato, disperatamente amato un capitano di marina uscito fuori chissà da dove (straniero era) e che di lui fosse rimasta incinta. Della creatura nata da quell’amore che di urla e richiami aveva riempito ogni roccia nulla s’era saputo. Qualcuno in paese diceva ch’era stata Severina, a mangiarsela. O forse, in preda alla follia per l’abbandono del suo capitano, buttata in pasto ai pesci tirreni, l’aveva. Chi lo sa. Ma lì vivevano gli Shardana e pure aveva vissuto lei, la Strega del Mare che puzzava di pesce lontano un miglio. C’era a Loceri tia Zicchedda Mura che l’aveva conosciuta, la strega. Tia Zicchedda al servizio di don ”malaittu” Mattia Pes stava, e le pulizie in casa ed in chiesa gli faceva. Don Mattia Pes male in arnese lo vedevano tutti (figlio de comare Tittia, cussa femina macca che riempiva la bottiglia d’acqua alla fonte e, per ringraziarla, ci buttava sopra l’acqua vecchia. Passava il tempo suo a rovesciare e riempire ancora l’acqua di una bottiglia) e lo cantavano per le vie del paese. Era l’unico prete che quando andava a celebrare un funerale la gente rideva, anziché disperarsi della dipartita. Il suonatore di launeddas poi, Filippu si naraiat, che sempre l’accompagnava a capo dei cortei a festa o meno lungo le viuzze di Loceri; ad ogni sparata del parroco acchiappava guasta la nota e le guance che, fino a pochi istanti prima, s’erano gonfiate d’aria per andare a circolare tra le canne del suo strumento –gli piaceva annunciare ai ragazzini delle prime elementari ch’era lo strumento più vecchio della terra. Più vecchio della Sardegna era, e tremila anni tremila teneva- scoppiavano in un “Guozzzzh!” stralunato, arrancato, raspato, allampanato quanto i suoi occhi eppoi, subito, giù una risata, e un’altra ancora e pace all’anima di chi faceva il giro per il paese dentro la sua bara. Don Pes diceva soltanto che così era la vita, e così pure era la morte e così sia e tutti andate in pace, e quando saliva i gradini della sua parrocchia –che bontà sua, venti erano- s’inciam-pava sulle vesti talari, la sottana bianca finiva sotto lo scarpone inzaccherato ‘e merda de tancas e ovili e, sotto l’occhio vigile e terrorizzato di una delle comari del Comitato Della Santissima Vergine Dell’Alto Signore che s’occupava, giorno dopo giorno, di lavare la biancheria dell’uomo, e stirarla, e inamidarla a puntino; ecco che, proprio sotto quello sguardo, Don Pes cascava sui gradini come una pera cotta anzi, mea culpa, come un prete cotto. Assai, assai cotto cotto in verità, di cannonau ‘e tiu Lilliu, su mezus ‘e sa bidda. Allora succedeva il tutto ed il più. Risate dei chierichetti, isterismi di comari e sguardi maliziosi di giovinette, le facce troppo bianche di quei quattro che portavano la bara sulla schiena, l’ululato straziato ( e a volte troppo finto) della vedova di turno. A volte anche Camillo, si sentiva cantare, e pure se cantava una volta, quel gallo pazzo che anziché cantare all’alba lo faceva ad ogni ora; i paesani dicevano di averlo sentito cantare tre volte; come al tradimen-to di Pietro. Zicchedda Mura…Dicono di lei che avesse trovato una bottiglia con dentro una pergamena una volta, in casa di questo prete abbandonato da Dio. E che di nascosto, curiosa ché appunto di serva si trattava, l’avesse stappata. Dicono che dalla bottiglia scapparono fuori tutti i diavoli di Sardegna e isole d’intorno, per do-mandarle cosa volesse. E lei, pure povera diavola dall’animo semplice, disse solo che voleva che per quel giorno, visto che la schiena le doleva, le pulizie le facessero loro.

I satanassi dunque obbedirono.
Quando don Mattia Pes ritornò in casa dopo la sua quotidiana visita alla vedova Murtas, ubriaco come al solito, la donna non potè resistere dal confessargli tutto.
“Mmmmh. E adesso dove sono finiti tutti i diavoli miei?“, domandò il prete.
“Eeeeeh Segnore meu, scappati dalla finestra per sperdersi nella campagna sono“.
“Diavola tu! Il tesoro che sta lì, sotto le rocce e il culo della strega Severina, dovevi chiedergli!!!“.
[...]

© Giovanna Mulas, da “Delle trascorse stagioni”

Il libro

“... subisce l' influenza del mio quotidiano qui in Lanusei; cicli di stagione, di cambi di terra, e di mare, credenze, tradizioni, paure ancestrali. Tra i miei scritti è senza dubbio quello in cui si odora più Sardegna. (Giovanna Mulas)

Biobibliografia di Giovanna Mulas

Giovanna Mulas (Nuoro, 1969). Giornalista, scrittrice, poetessa, pittrice. 57 primi premi letterari internazionali vinti, più volte candidata al Premio Nobel per la Let-teratura. Tradotta in quattro lingue, 21 libri pubblicati ad oggi tra sillogi poesia, raccolte racconti, saggistica, romanzi. Tra le opere si ricorda "Lughe de chelu -e jenna de bentu", "Mater Doloris", "Penelope che parlava alle Pietre".
Di prossima pubblicazione per l' UnderGround Press Net "Domo del Viento" -cartas de amor all'essenza di rosa-, romanzo, scritto in sardo, italiano, spagnolo.
Dirige le pubblicazioni di poesia e narrativa, patrocinio UNESCO, "Isola Nera" (in lingua italiana) e "Isola Niedda" (in limba sarda).

Info e contatti al sito ufficiale: www.giovannamulas.it


Recensione di G. Mulas a "Echi ad incastro"

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.