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SANDRA
PETRIGNANI:
Nel retro del libro “La stanza di Garibaldi“ (Manni Editori, 2005) di
Claudia Patuzzi si legge, in fondo a una stringata nota biografica,
uno strano avvertimento: “questo non è il suo primo romanzo”. In
genere è esattamente il contrario. Sono rimasta un po’ interdetta,
anche perché credevo che fosse un libro d’esordio, quando, invece,
in realtà, questo libro mi sembra una prova così matura, così sicura
di sé e così bella, che sicuramente ha avuto altre prove prima, se
non altri romanzi: si avverte subito che dietro questo romanzo c’è
sicuramente un gran lavoro. Leggere questo libro di Claudia Patuzzi
è stato per me un piacere e un aiuto come lo sono i bei libri che
riescono ad assorbirti in altre vite, la sua scrittura è tale che ti
fa pensare che l’autrice ti stia raccontando qualcosa di vero, che
viene molto da vicino. A un certo punto del libro qualcosa mi ha
subito catturata: è una descrizione della memoria che mi ha fatto
subito pensare a Proust, perché Claudia ha l’orgoglioso ardire di
fare una “sua teoria” della memoria che è piuttosto originale. “E
se la memoria avesse un filo simile alla bava dei ragni? Allora dopo
le piogge estive si stenderebbe tra le foglie, gli arbusti e i
cespugli, nei sottoboschi, nei giardini e nei terrazzi e là, dove
prima c’era un buio confuso, comparirebbe una traccia luccicante
intrecciata a mille altri labirinti”. È una descrizione che mi è
piaciuta enormemente, è un’immagine bellissima e, francamente,
molto moderna della memoria, in cui non c’è nessuna “madelaine”, c’è
questo “tessuto” della memoria, questi “fili di bava”, la bava è
qualcosa di repellente che però riluce ed è frutto di un gran
lavoro, il lavoro del ragno, un lavoro di architettura. Ho pensato
che questo è un inizio bello, interessante e molto orgoglioso,
perché ci vuole sicurezza per “infilare” in un racconto delle
teorie, da un lato poetiche, ma dall’altro veramente moderne,
geometriche: è una teoria che forse sarebbe piaciuta a Calvino.
Leggendo il libro, anch’io ho pensato a delle somiglianze con altri
libri: per tutta la storia aleggia un’inevitabile nebbia
simenoniana, però io ho trovato qualcosa che è tipico di tutta la
storia, il fatto che, accanto al dolore c’è la magia, delicata, di
una strana serenità, non dico rassegnazione, ma di un “angolo”, un
modo di stare al mondo, che permetterà al ragazzo sfortunato di
trovare, a un certo punto, un de-stino migliore. Sentirsi poi tra
due culture – la belga e l’italiana-marchigiana – mi è sembrato
molto bello e vero. Il piano della scrittura è molto sapiente e
scritto be-nissimo: si va dal romanzo epistolare al romanzo di
memoria; non è facile scrivere un libro simile.
La stanza di Garibaldi è un libro che dimostra un grande equilibrio,
vi è l’anima, la sicurezza di sé, l’intelligenza, la capacità di
costruzione e profondità d’affetto. Da-cia Maraini dice che le donne
sono trattate peggio degli uomini, questo franca-mente non mi è
sembrato vero. Ogni personaggio ha luci e ombre, come è giusto che
sia. Spicca la figura della madre di Ghislain, che lo abbandona ma
continua ad amarlo, travolta dagli eventi. Non c’è giudizio, da
parte dell’autrice, in questa sto-ria. Claudia Patuzzi si limita a
raccontare una storia che è molto forte e che da sola basterebbe a
far venire la voglia di arrivare all’ultima riga, ma lo fa con
questo af-fetto verso la vita che ho anche molto apprezzato.
Voglio aggiungere un altro motivo che per me è il vero tema del
romanzo e che riguarda l’intimità di tanti - il “segreto familiare”,
un tabù, un non detto - perché affronta quell’ombra che ci riguarda
tutti. La ricerca di “fatina” in realtà è una ri-cerca per togliere
una nebbia dal suo destino.
Cito, infine una frase di Nabokov: “È un mistero che un libro molto
bello abbia grandissimo successo e un altro altrettanto bello non ne
abbia”. Io non so quale destino avrà questo libro e faccio un
fiducioso augurio a Claudia: se la società let-teraria fosse
diversa, se gli addetti ai lavori fossero più curiosi e si
degnassero di aprire i libri e leggerli sul serio, e non leggere
solo quello che devono leggere perché è quello di cui si parla o
perché appartiene a un clan famoso o perché c’è un grosso editore
che spinge o sono premiati e giungono primi in classifica per motivi
strampalati, se la società fosse onesta e autentica, questo è
veramente un libro che dovrebbe avere un grande successo, di grande
piacere nella lettura.
ADELE CAMBRIA:
L’autrice di “La stanza di Garibaldi” si prende
per Proust e quasi ci riesce. L’autrice ha una bella scrittura ma
che cosa si è messa in testa? Di scrivere alla Proust in un’era di
afasici scriventi? C’è qualche cosa che infastidisce, forse per
invidia, per la costanza di una donna, molto più giovane di me, che
si alza da una vita una mattina per andare a scuola a insegnare e
poi scrive un romanzo di questo genere, quando siamo accerchiati da
una pletora di scritture afasiche, non diciamo minimaliste, è troppo
dire, ci sarà quindi anche invidia da parte mia, ma la mia
definizione di getto è “arzigogolato”: per la prolificità delle
metafore e delle immagini il modello penso che sia “Menzogna e
sortilegio” della Morante, una foresta intricata di simboli, anzi
una giungla, ma vi cova dentro il fuoco pri-mordiale che ti
travolge, ti affascina e ti atterrisce.
Un’altra chiave di lettura di questo libro per una non addetta ai
lavori come me è un certo snobismo fitzgeraldiano (Fitzgerald è il
mio scrittore preferito): quel “vezzo alacre” che esige buona
scrittura, e Claudia Patuzzi ce l’ha e questo è comunque un bene,
per cui ci si inventa una famiglia e degli antenati che io
definisco “fitzgeraldiani”. In appendice l’autrice sostiene che
questa è la vera storia della sua famiglia. La gentile Dacia Maraini
convalida e definisce il libro romanzo familiare. Eppure io continuo
a sospettare, ecco tutto.
ELENA DONI:
In questo bel libro di Claudia Patuzzi intitolato
“La stanza di Garibaldi” si parla molto del Belgio, in cui ho avuto
l’occasione di vivere circa un anno e mezzo tra il 1997-’99. In
questo libro ho sentito un’aria di verità, che non può non essere un
ricordo, un avvertire le sensazioni, perché non è tanto la
descrizione di una città che colpisce nel romanzo, quanto l’aver
penetrato la sterminata malinconia di Bruxelles, che in certe
architetture fa finta di essere Parigi, ma è tutta ridotta, tutta
piccola, tutta su scala infinitesimale rispetto al respiro di
Parigi: non ha la luce di Parigi, né di giorno né di notte, perché
Parigi, pur essendo una città del nord, è una città notoriamente
piena di vita e di voglia di vivere; Bruxelles ne è l’esatto
contrario, situata tanto più a nord, con un clima tanto grigio ma
con poca luce a parte i nuovi quartieri dove sorgono i palazzi
dell’Unione Europea della Commissione, squillanti di vetri e di luci
a prezzo della distruzione del vecchio e antico quartiere degli
artisti (un vero stupro edilizio). Bruxelles resta dunque una città
sostanzialmente malinconica, elegante, bella, ma con quel qualcosa
di triste e di ripiegato su se stesso che finisce per fare uscir di
matto qualcuno come Magritte, Simenon, Ensor o come Ergé, il
creatore di Tin Tin, o annullare e attenuare tutto questo. Ho molto
apprezzato nel libro di Claudia la descrizione di questi luoghi, tra
cui il grande lago di verde che c’è intorno al Palazzo reale nel
centro della città, un verde disadorno che d’inverno, nel 1912, il
piccolo protagonista Ghislain attraversava correndo con la cartella
sulle spalle per andare a scuola e poi ecco il guizzo di follia,
edificato nel centro della città e simboleggiato dal “bambino di
bronzo che fa pipì”, il Menneken-Pis, dove la zia Germaine in cerca
di marito porta il piccolo Ghislain e beve l’acqua dal pisellino
generoso.
Ci sono tante altre notazioni da fare: c’è una malinconia che si
spande attorno al piccolo Ghislain che perde il padre, poi viene
abbandonato dalla mamma che se ne va dicendo: tornerò, la guerra non
durerà molto, due o tre mesi…, poi furono tre anni; poi Ghislain
perde anche il padre adottivo… ma la malinconia più spa-ventosa è
quella che toccherà in sorte al protagonista che, dopo la guerra,
viene convinto a farsi prete da un nonno per comodità e avarizia,
costretto a una disci-plina stupida, come lo sono tutte le
imposizioni, con sullo sfondo una Chiesa che si faceva largo
evocando terribili nemici che potevano distruggerla, con i comunisti
alle porte… Ma bisogna essere grati a Claudia Patuzzi perché nel
finale ci dà il respiro, dandoci il coraggio di dire a noi stessi :
a beh! Allora?
LIDIA RAVERA:
Ho letto un buon terzo del libro di Claudia
Patuzzi e mi ha subito arpionata la scrittura. Ho avuto la
sensazione che fosse un libro scritto con cura. Per me scrivere un
libro con cura è fondamentale, è una disposizione morale,
necessaria, scegliere le parole, scegliere gli aggettivi, scegliere
i verbi, la cadenza della frase, la tessitura della pagina, di tutto
il resto a me non importa assolutamente niente. Claudia costruisce
anche bei personaggi. Non sono d’accordo con Dacia Maraini quando
nella postfazione elogia in particolare quelli maschili a discapito
dei femminili. A me invece piacciono i personaggi femminili,
soprattutto mi piace questa donna senza età, penso giovane, comunque
di quelle eternamente giovani come la maggior parte di noi, che si
chiude in una torretta a fare i conti con la memoria, in questa casa
che è stata e che è un po’ delabrée, un po’ invasa dal tempo. Mi è
venuto in mente, nella sua descrizione del giardino, addirittura uno
dei miei romanzi preferiti, Gita al faro, di Virginia Woolf. Proprio
in quel capitolo, tra la prima parte e la seconda, intitolato “Il
trascorrere del tempo”, si parla dell’insulto del tempo, di come il
tempo passa sulle cose oltre che sulle persone, le persone le
ammazza, le cose le rovina, l’erba la fa crescere troppo, sparpaglia
la polvere, fa marcire la frutta…. Ecco perché mi è piaciuto il
libro, soprattutto il fatto che non è una saga familiare. Io
detesto le saghe familiari, le trovo estremamente eccessive. Fin
dalle prime pagine il libro mi ha acchiappato subito, prima di tutto
perché non è una saga familiare. Non ha proprio niente di proustiano
perché non ti ingrandisce i dettagli, non ti tiene quattro pagine
sul come si gira la testa sul cuscino, io adoro Proust, anzi lo
trovo meraviglioso, ma oggi non ci sono più le condizioni materiali
per essere Proust. Nel libro si cerca di rendere la spezzatura della
memoria, si sente la fatica della ricostruzione, si sente questo
meccanismo, questo orologio del tempo che faticosamente cerca di
andare indietro mantenendo tutta la “sporcizia” del ricordo, anche
la contraddittorietà, ma, soprattutto, la fatica di far combaciare
i pezzi del puzzle: è una ricostruzione presente di qualcosa che è
stato. Poi ho scoperto qui che è tutto vero, che mi sembra
assolutamente riduttivo, ma tutto vero però non può essere mai,
infatti nel momento stesso in cui sei andato a sbattere contro un
tram e hai detto la frase – “sono andato a sbattere contro un tram”-
stai già mentendo, stai già inventando, stai già trovando le parole
per raccontare l’esperienza. Di conseguenza, grazie al cielo, la
verità non esiste. È un falso problema degli scrittori. La
letteratura è sempre un impatto di invenzione e fatti di realtà,
ogni personaggio è un puzzle, tra chi hai visto, chi è realmente
esistito, chi non è esistito, chi è inventato, chi hai letto, chi
hai sognato, chi hai rubato, chi è riemerso dal fondo
dell’inconscio, sono tutti Frankenstein i personaggi ed è sempre
Frankestein la realtà. Sicuramente tutti noi scrittori lavoriamo,
essendo esseri umani, esattamente come i lettori, con la nostra
esperienza, con quello che abbiamo metabolizzato del vivere
attraverso gli anni e, più si metabolizza, più si scrive, una delle
poche cose per cui invecchiare non è negativo, perché è sempre più
vita a cui attingere; forse l’unica cosa che resta, quando a uno dà
veramente fastidio invecchiare, è fare lo scrittore di mestiere se
no ci si tira un colpo. La letteratura è sempre un impasto di
invenzione e di realtà: nel libro di Claudia Patuzzi questa
mescolanza è costante, non è nascosta, ci sono tutti i salti della
memoria, tutte le ellissi che rendono verosimile l’evocazione, non è
un compitino. Tutto mi immaginavo fuorché fosse vero, ma non mi
sembra gravissimo, anzi qui si risponde a un altro problema
fondamentale: perché “questa” storia e non un’altra. Sempre che non
ci sia un’urgenza, specialmente per i libri che riescono bene. I
libri nascono sulla necessità di esprimersi e di comunicare qualcosa
o di liberarsi da un’ossessione. Probabilmente Claudia ha preso le
distanze da qualcosa che la ossessionava, prendere le distanze
attraverso la letteratura fa abbastanza paura perché da un lato ci
si libera e dall’altro condividi questo “pacco emozionale” con chi
ti legge, per cui costruisci tanti rapporti di coppia, uno per ogni
copia venduta, “copia” con una pi, “coppia” con due pi, perché si è
sempre soli a scrivere e si è sempre soli a leggere, quindi si è
sempre in due e i rapporti che si hanno con un libro sono
altrettanti appuntamenti al buio.
Io credo che leggerò fino in fondo questo libro perché mi ha
catturata con la forza della scrittura, le trame dei libri invece mi
sono sempre sembrate inessenziali: a me interessa soprattutto “come”
le cose vengono narrate e “quanto” di vita si na-sconde nelle pieghe
di una storia. Ritengo il plot una specie di ossatura necessaria per
far star su la “carne”, ma a me quello che interessa non è la
“carne”, ma quello che sta attorno all’ “osso della scrittura” e in
questo libro mi è sembrato che di “carne” ve ne fosse parecchia.
Vorrei concludere con due citazioni della Woolf. Nella prima, tratta
da “Common reader”, testo che raccoglie alcune sue critiche
letterarie e saggi sulla scrittura, leg-giamo : “Forse il modo più
semplice per comprendere gli elementi di ciò che fa un romanziere
non è leggere, ma scrivere, sperimentare di persona i pericoli e le
difficoltà delle parole”. Questa sicuramente è una modalità di
lettura da scrittore, che è diversa dalla modalità di lettura
propria del lettore, ma può essere anche la modalità di un aspirante
scrittore. Perciò essere scrittori vuol dire rendersi conto della
“resistenza fisica” delle parole, della fatica che si fa ad
adattarle a ciò che si vuole dire, alla necessità di ammorbidirle,
di diluirle, di scaglionarle, di scagionarle, di costruirle e
ricostruirle in modi diversi, di cancellarle; l’editing è un momento
di cura dimagrante, uno snellimento selvaggio, una specie di
martirio psichico in cui butti via parte di te, ma di cui ti rendi
conto che è necessario. Quando sento questa ”cura” scatta in me una
specie di empatia tra scrittori, sia con i vivi sia con i morti,
sia con gli italiani sia con gli stranieri, scatta ogni volta che
sento la fatica che c’è dietro la scrittura, la ricerca di una
perfezione impossibile, perché non riesci mai a raggiungere il
risultato prefisso.
La seconda annotazione tratta da Virginia Woolf – in qualche modo
questo libro di Claudia Patuzzi mi ha ricordato la Woolf – è la
seguente: “La vita non è una serie di fanali simmetricamente
disposti. La vita è un alone luminoso semitrasparente che avvolge
completamente le nostre coscienze”. In qualche modo ho avuto la
sensazione che in questo libro ci fosse questo involucro luminoso,
questa semitrasparenza, questa capacità di non costruire una
geometria quali sono in genere le saghe familiari, quei romanzi
giganteschi e quasi esibizionistici che raccontano le storie di
grandi famiglie. Ecco, nella “Stanza di Garibaldi” c’è questa
sensazione di allusività del reale, non ci sono delle putrelle
inamovibili, ma ci sono delle pieghe del tempo.
(Registrazione degli interventi presso la “Casa internazionale delle
donne” di Roma - 7 dicembre 2005)
* Claudia
Patuzzi, La stanza di Garibaldi - romanzo
Manni Editori, San Cesario (Lecce) 2005
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