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FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

CRITICA-SAGGISTICA / AA.VV.


SANDRA PETRIGNANI, ADELE CAMBRIA, ELENA DONI, LIDIA RAVERA
su “La stanza di Garibaldi“ di Claudia Patuzzi*

 

SANDRA PETRIGNANI:
Nel retro del libro “La stanza di Garibaldi“ (Manni Editori, 2005) di Claudia Patuzzi si legge, in fondo a una stringata nota biografica, uno strano avvertimento: “questo non è il suo primo romanzo”. In genere è esattamente il contrario. Sono rimasta un po’ interdetta, anche perché credevo che fosse un libro d’esordio, quando, invece, in realtà, questo libro mi sembra una prova così matura, così sicura di sé e così bella, che sicuramente ha avuto altre prove prima, se non altri romanzi: si avverte subito che dietro questo romanzo c’è sicuramente un gran lavoro. Leggere questo libro di Claudia Patuzzi è stato per me un piacere e un aiuto come lo sono i bei libri che riescono ad assorbirti in altre vite, la sua scrittura è tale che ti fa pensare che l’autrice ti stia raccontando qualcosa di vero, che viene molto da vicino. A un certo punto del libro qualcosa mi ha subito catturata: è una descrizione della memoria che mi ha fatto subito pensare a Proust, perché Claudia ha l’orgoglioso ardire di fare una “sua teoria” della memoria che è piuttosto originale. “E se la memoria avesse un filo simile alla bava dei ragni? Allora dopo le piogge estive si stenderebbe tra le foglie, gli arbusti e i cespugli, nei sottoboschi, nei giardini e nei terrazzi e là, dove prima c’era un buio confuso, comparirebbe una traccia luccicante intrecciata a mille altri labirinti”. È una descrizione che mi è piaciuta enormemente, è un’immagine bellissima e, francamente, molto moderna della memoria, in cui non c’è nessuna “madelaine”, c’è questo “tessuto” della memoria, questi “fili di bava”, la bava è qualcosa di repellente che però riluce ed è frutto di un gran lavoro, il lavoro del ragno, un lavoro di architettura. Ho pensato che questo è un inizio bello, interessante e molto orgoglioso, perché ci vuole sicurezza per “infilare” in un racconto delle teorie, da un lato poetiche, ma dall’altro veramente moderne, geometriche: è una teoria che forse sarebbe piaciuta a Calvino.
Leggendo il libro, anch’io ho pensato a delle somiglianze con altri libri: per tutta la storia aleggia un’inevitabile nebbia simenoniana, però io ho trovato qualcosa che è tipico di tutta la storia, il fatto che, accanto al dolore c’è la magia, delicata, di una strana serenità, non dico rassegnazione, ma di un “angolo”, un modo di stare al mondo, che permetterà al ragazzo sfortunato di trovare, a un certo punto, un de-stino migliore. Sentirsi poi tra due culture – la belga e l’italiana-marchigiana – mi è sembrato molto bello e vero. Il piano della scrittura è molto sapiente e scritto be-nissimo: si va dal romanzo epistolare al romanzo di memoria; non è facile scrivere un libro simile.
La stanza di Garibaldi è un libro che dimostra un grande equilibrio, vi è l’anima, la sicurezza di sé, l’intelligenza, la capacità di costruzione e profondità d’affetto. Da-cia Maraini dice che le donne sono trattate peggio degli uomini, questo franca-mente non mi è sembrato vero. Ogni personaggio ha luci e ombre, come è giusto che sia. Spicca la figura della madre di Ghislain, che lo abbandona ma continua ad amarlo, travolta dagli eventi. Non c’è giudizio, da parte dell’autrice, in questa sto-ria. Claudia Patuzzi si limita a raccontare una storia che è molto forte e che da sola basterebbe a far venire la voglia di arrivare all’ultima riga, ma lo fa con questo af-fetto verso la vita che ho anche molto apprezzato.
Voglio aggiungere un altro motivo che per me è il vero tema del romanzo e che riguarda l’intimità di tanti - il “segreto familiare”, un tabù, un non detto - perché affronta quell’ombra che ci riguarda tutti. La ricerca di “fatina” in realtà è una ri-cerca per togliere una nebbia dal suo destino.
Cito, infine una frase di Nabokov: “È un mistero che un libro molto bello abbia grandissimo successo e un altro altrettanto bello non ne abbia”. Io non so quale destino avrà questo libro e faccio un fiducioso augurio a Claudia: se la società let-teraria fosse diversa, se gli addetti ai lavori fossero più curiosi e si degnassero di aprire i libri e leggerli sul serio, e non leggere solo quello che devono leggere perché è quello di cui si parla o perché appartiene a un clan famoso o perché c’è un grosso editore che spinge o sono premiati e giungono primi in classifica per motivi strampalati, se la società fosse onesta e autentica, questo è veramente un libro che dovrebbe avere un grande successo, di grande piacere nella lettura.

ADELE CAMBRIA:
L’autrice di “La stanza di Garibaldi” si prende per Proust e quasi ci riesce. L’autrice ha una bella scrittura ma che cosa si è messa in testa? Di scrivere alla Proust in un’era di afasici scriventi? C’è qualche cosa che infastidisce, forse per invidia, per la costanza di una donna, molto più giovane di me, che si alza da una vita una mattina per andare a scuola a insegnare e poi scrive un romanzo di questo genere, quando siamo accerchiati da una pletora di scritture afasiche, non diciamo minimaliste, è troppo dire, ci sarà quindi anche invidia da parte mia, ma la mia definizione di getto è “arzigogolato”: per la prolificità delle metafore e delle immagini il modello penso che sia “Menzogna e sortilegio” della Morante, una foresta intricata di simboli, anzi una giungla, ma vi cova dentro il fuoco pri-mordiale che ti travolge, ti affascina e ti atterrisce.
Un’altra chiave di lettura di questo libro per una non addetta ai lavori come me è un certo snobismo fitzgeraldiano (Fitzgerald è il mio scrittore preferito): quel “vezzo alacre” che esige buona scrittura, e Claudia Patuzzi ce l’ha e questo è comunque un bene, per cui ci si inventa una famiglia e degli antenati che io definisco “fitzgeraldiani”. In appendice l’autrice sostiene che questa è la vera storia della sua famiglia. La gentile Dacia Maraini convalida e definisce il libro romanzo familiare. Eppure io continuo a sospettare, ecco tutto.

ELENA DONI:
In questo bel libro di Claudia Patuzzi intitolato “La stanza di Garibaldi” si parla molto del Belgio, in cui ho avuto l’occasione di vivere circa un anno e mezzo tra il 1997-’99. In questo libro ho sentito un’aria di verità, che non può non essere un ricordo, un avvertire le sensazioni, perché non è tanto la descrizione di una città che colpisce nel romanzo, quanto l’aver penetrato la sterminata malinconia di Bruxelles, che in certe architetture fa finta di essere Parigi, ma è tutta ridotta, tutta piccola, tutta su scala infinitesimale rispetto al respiro di Parigi: non ha la luce di Parigi, né di giorno né di notte, perché Parigi, pur essendo una città del nord, è una città notoriamente piena di vita e di voglia di vivere; Bruxelles ne è l’esatto contrario, situata tanto più a nord, con un clima tanto grigio ma con poca luce a parte i nuovi quartieri dove sorgono i palazzi dell’Unione Europea della Commissione, squillanti di vetri e di luci a prezzo della distruzione del vecchio e antico quartiere degli artisti (un vero stupro edilizio). Bruxelles resta dunque una città sostanzialmente malinconica, elegante, bella, ma con quel qualcosa di triste e di ripiegato su se stesso che finisce per fare uscir di matto qualcuno come Magritte, Simenon, Ensor o come Ergé, il creatore di Tin Tin, o annullare e attenuare tutto questo. Ho molto apprezzato nel libro di Claudia la descrizione di questi luoghi, tra cui il grande lago di verde che c’è intorno al Palazzo reale nel centro della città, un verde disadorno che d’inverno, nel 1912, il piccolo protagonista Ghislain attraversava correndo con la cartella sulle spalle per andare a scuola e poi ecco il guizzo di follia, edificato nel centro della città e simboleggiato dal “bambino di bronzo che fa pipì”, il Menneken-Pis, dove la zia Germaine in cerca di marito porta il piccolo Ghislain e beve l’acqua dal pisellino generoso.
Ci sono tante altre notazioni da fare: c’è una malinconia che si spande attorno al piccolo Ghislain che perde il padre, poi viene abbandonato dalla mamma che se ne va dicendo: tornerò, la guerra non durerà molto, due o tre mesi…, poi furono tre anni; poi Ghislain perde anche il padre adottivo… ma la malinconia più spa-ventosa è quella che toccherà in sorte al protagonista che, dopo la guerra, viene convinto a farsi prete da un nonno per comodità e avarizia, costretto a una disci-plina stupida, come lo sono tutte le imposizioni, con sullo sfondo una Chiesa che si faceva largo evocando terribili nemici che potevano distruggerla, con i comunisti alle porte… Ma bisogna essere grati a Claudia Patuzzi perché nel finale ci dà il respiro, dandoci il coraggio di dire a noi stessi : a beh! Allora?

LIDIA RAVERA:
Ho letto un buon terzo del libro di Claudia Patuzzi e mi ha subito arpionata la scrittura. Ho avuto la sensazione che fosse un libro scritto con cura. Per me scrivere un libro con cura è fondamentale, è una disposizione morale, necessaria, scegliere le parole, scegliere gli aggettivi, scegliere i verbi, la cadenza della frase, la tessitura della pagina, di tutto il resto a me non importa assolutamente niente. Claudia costruisce anche bei personaggi. Non sono d’accordo con Dacia Maraini quando nella postfazione elogia in particolare quelli maschili a discapito dei femminili. A me invece piacciono i personaggi femminili, soprattutto mi piace questa donna senza età, penso giovane, comunque di quelle eternamente giovani come la maggior parte di noi, che si chiude in una torretta a fare i conti con la memoria, in questa casa che è stata e che è un po’ delabrée, un po’ invasa dal tempo. Mi è venuto in mente, nella sua descrizione del giardino, addirittura uno dei miei romanzi preferiti, Gita al faro, di Virginia Woolf. Proprio in quel capitolo, tra la prima parte e la seconda, intitolato “Il trascorrere del tempo”, si parla dell’insulto del tempo, di come il tempo passa sulle cose oltre che sulle persone, le persone le ammazza, le cose le rovina, l’erba la fa crescere troppo, sparpaglia la polvere, fa marcire la frutta…. Ecco perché mi è piaciuto il libro, soprattutto il fatto che non è una saga familiare. Io detesto le saghe familiari, le trovo estremamente eccessive. Fin dalle prime pagine il libro mi ha acchiappato subito, prima di tutto perché non è una saga familiare. Non ha proprio niente di proustiano perché non ti ingrandisce i dettagli, non ti tiene quattro pagine sul come si gira la testa sul cuscino, io adoro Proust, anzi lo trovo meraviglioso, ma oggi non ci sono più le condizioni materiali per essere Proust. Nel libro si cerca di rendere la spezzatura della memoria, si sente la fatica della ricostruzione, si sente questo meccanismo, questo orologio del tempo che faticosamente cerca di andare indietro mantenendo tutta la “sporcizia” del ricordo, anche la contraddittorietà, ma, soprattutto, la fatica di far combaciare i pezzi del puzzle: è una ricostruzione presente di qualcosa che è stato. Poi ho scoperto qui che è tutto vero, che mi sembra assolutamente riduttivo, ma tutto vero però non può essere mai, infatti nel momento stesso in cui sei andato a sbattere contro un tram e hai detto la frase – “sono andato a sbattere contro un tram”- stai già mentendo, stai già inventando, stai già trovando le parole per raccontare l’esperienza. Di conseguenza, grazie al cielo, la verità non esiste. È un falso problema degli scrittori. La letteratura è sempre un impatto di invenzione e fatti di realtà, ogni personaggio è un puzzle, tra chi hai visto, chi è realmente esistito, chi non è esistito, chi è inventato, chi hai letto, chi hai sognato, chi hai rubato, chi è riemerso dal fondo dell’inconscio, sono tutti Frankenstein i personaggi ed è sempre Frankestein la realtà. Sicuramente tutti noi scrittori lavoriamo, essendo esseri umani, esattamente come i lettori, con la nostra esperienza, con quello che abbiamo metabolizzato del vivere attraverso gli anni e, più si metabolizza, più si scrive, una delle poche cose per cui invecchiare non è negativo, perché è sempre più vita a cui attingere; forse l’unica cosa che resta, quando a uno dà veramente fastidio invecchiare, è fare lo scrittore di mestiere se no ci si tira un colpo. La letteratura è sempre un impasto di invenzione e di realtà: nel libro di Claudia Patuzzi questa mescolanza è costante, non è nascosta, ci sono tutti i salti della memoria, tutte le ellissi che rendono verosimile l’evocazione, non è un compitino. Tutto mi immaginavo fuorché fosse vero, ma non mi sembra gravissimo, anzi qui si risponde a un altro problema fondamentale: perché “questa” storia e non un’altra. Sempre che non ci sia un’urgenza, specialmente per i libri che riescono bene. I libri nascono sulla necessità di esprimersi e di comunicare qualcosa o di liberarsi da un’ossessione. Probabilmente Claudia ha preso le distanze da qualcosa che la ossessionava, prendere le distanze attraverso la letteratura fa abbastanza paura perché da un lato ci si libera e dall’altro condividi questo “pacco emozionale” con chi ti legge, per cui costruisci tanti rapporti di coppia, uno per ogni copia venduta, “copia” con una pi, “coppia” con due pi, perché si è sempre soli a scrivere e si è sempre soli a leggere, quindi si è sempre in due e i rapporti che si hanno con un libro sono altrettanti appuntamenti al buio.
Io credo che leggerò fino in fondo questo libro perché mi ha catturata con la forza della scrittura, le trame dei libri invece mi sono sempre sembrate inessenziali: a me interessa soprattutto “come” le cose vengono narrate e “quanto” di vita si na-sconde nelle pieghe di una storia. Ritengo il plot una specie di ossatura necessaria per far star su la “carne”, ma a me quello che interessa non è la “carne”, ma quello che sta attorno all’ “osso della scrittura” e in questo libro mi è sembrato che di “carne” ve ne fosse parecchia.
Vorrei concludere con due citazioni della Woolf. Nella prima, tratta da “Common reader”, testo che raccoglie alcune sue critiche letterarie e saggi sulla scrittura, leg-giamo : “Forse il modo più semplice per comprendere gli elementi di ciò che fa un romanziere non è leggere, ma scrivere, sperimentare di persona i pericoli e le difficoltà delle parole”. Questa sicuramente è una modalità di lettura da scrittore, che è diversa dalla modalità di lettura propria del lettore, ma può essere anche la modalità di un aspirante scrittore. Perciò essere scrittori vuol dire rendersi conto della “resistenza fisica” delle parole, della fatica che si fa ad adattarle a ciò che si vuole dire, alla necessità di ammorbidirle, di diluirle, di scaglionarle, di scagionarle, di costruirle e ricostruirle in modi diversi, di cancellarle; l’editing è un momento di cura dimagrante, uno snellimento selvaggio, una specie di martirio psichico in cui butti via parte di te, ma di cui ti rendi conto che è necessario. Quando sento questa ”cura” scatta in me una specie di empatia tra scrittori, sia con i vivi sia con i morti, sia con gli italiani sia con gli stranieri, scatta ogni volta che sento la fatica che c’è dietro la scrittura, la ricerca di una perfezione impossibile, perché non riesci mai a raggiungere il risultato prefisso.
La seconda annotazione tratta da Virginia Woolf – in qualche modo questo libro di Claudia Patuzzi mi ha ricordato la Woolf – è la seguente: “La vita non è una serie di fanali simmetricamente disposti. La vita è un alone luminoso semitrasparente che avvolge completamente le nostre coscienze”. In qualche modo ho avuto la sensazione che in questo libro ci fosse questo involucro luminoso, questa semitrasparenza, questa capacità di non costruire una geometria quali sono in genere le saghe familiari, quei romanzi giganteschi e quasi esibizionistici che raccontano le storie di grandi famiglie. Ecco, nella “Stanza di Garibaldi” c’è questa sensazione di allusività del reale, non ci sono delle putrelle inamovibili, ma ci sono delle pieghe del tempo.

(Registrazione degli interventi presso la “Casa internazionale delle donne” di Roma - 7 dicembre 2005)

* Claudia Patuzzi, La stanza di Garibaldi - romanzo
Manni Editori, San Cesario (Lecce) 2005


 

 Romanzo e Biografia di Claudia Patuzzi || Presentazione di Mario Quattrucci

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.