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Nel campo
strettamente letterario le liriche sono, a mio modesto parere, nel
solco della corrente letteraria del Simbolismo - si pensi al
distico:
"Anche queste mie pietre saranno / granelli quali scene di infinite
sconfitte", mentre nella scia del Surrealismo rimangono versi come
quelli della quartina: "Prima del morso della sabbia, / tenace e
avvolgente i suoi fianchi di antica / quercia, ai gridi dei gabbiani
si confuse il grido mai / rilevato sulla riva d’un naufrago
morente."
Dalla prima all’ultima delle liriche traspare una forte sensibilità,
che è propria di una persona spinta dal profondo del suo Io a
misurarsi con la dura realtà quotidiana, una realtà che il costante
progresso tecnologico non riesce in alcun modo a ridimensionare.
Attraverso le espressioni simboliche alla mente del lettore si
presenta una sequenza di immagini, che possono trovare una
plausibile spiegazione soltanto nella storia del Mezzogiorno
d’Italia, a partire dal tramonto dell’Impero Romano d’Occidente; si
era nel secolo V dell’era volgare, ed in particolare da allora è
venuta sempre più a mancare una certa fiducia nel potere centrale,
poco attento e sensibile alle esigenze delle popolazioni
meridionali. Purtroppo l’unità politica italiana si sarebbe
realizzata soltanto nella seconda metà del secolo XIX.
La problematica socio-economica, il poeta la “sente” fortemente, ed
egli indirettamente allude alle responsabilità di coloro che, da
un’epoca all’altra, hanno avuto in mano il potere politico, poco o
niente occupandosi delle sofferenze dei deboli, dei derelitti, di
coloro che nulla contavano nel gioco di interessi contrastanti, dei
lavoratori che producevano ricchezza vuoi in un campo vuoi in un
altro, ed in particolare in quello agricolo.
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Se l’attenzione del lettore va alquanto al di là della storia
letteraria, se non si ferma ai limiti dell’orizzonte dei rapporti
civili, allora si avverte l’eco di una solitudine esistenziale. Tale
“status” è il “leit motiv” che rivela il rapporto del poeta con il
cosmo, il senso di isolamento che egli avverte di fronte al mistero,
il bisogno pressoché costante di chiamare in causa la "matrigna"
Natura.
Nel gran libro dell’Universo l’uomo non può confidare con i suoi
sogni in una forza benefica e protettrice, ma deve essere
continuamente guardingo nella drammatica realtà in cui è immerso,
consapevole dell’estrema fragilità del suo essere. E’ inevitabile
andare al di là di ogni speranza, sembra ricordare il poeta a se
stesso ed al lettore, ed il suo stato d’animo felicemente
corrisponde alla "malinconia dell’autunno quando cede / colori e
foglie al vento / e le foglie si fanno a pietà della terra /
lenzuolo di antichi profughi."
Come la luce a poco a poco va scomparendo per dare posto alle
tenebre, così l’uomo si avvicina alle soglie della morte nel timore
che tutto si dissolva nel silenzio.
Solitudine, lotta, sofferenza, anelito recondito del trascendente,
dubbio, mistero sono le fonti da cui scaturiscono le aspirazioni
poetiche di Franco Santamaria.
Lorenzo
Anastasio |