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Melinda Tamás-Tarr

FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

NARRATIVA / MELINDA TAMÁS-TARR-BONANI


Da padre a figlio
Fiabe e leggende popolari magiare
 

Melinda Tamás-Tarr-Bonani, “Da padre a figlio. Fiabe e leggende popolari magiare”

Melinda Tamás-Tarr-Bonani
DA PADRE A FIGLIO
Fiabe e leggende popolari magiare
Introduzione, presentazione, illustrazioni
di Melinda Tamás-Tarr-Bonani
Prefazione di Marco Pennone
Edizione O.L.F.A., Ferrara 2010 - Nuova edizione
ISBN 978-88-905111-0-3, pgg. 128, € 12,00

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La guardiana delle oche che diventò regina

Dove era, dove non era; c’era una volta in questo mondo un uomo povero con moglie e tre figlie. Un giorno quest’uomo si preparò per andare al mercato. Voleva portare un regalo alle figlie, perciò le chiamò e chiese loro:
– Figlie mie, quanto mi volete bene?
La prima disse:
– Voglio tanto bene a lei quanto la gente desidera i più bei vestiti in vendita al mercato!
La seconda così rispose:
– Voglio tanto bene a lei quanto la gente ambisce avere un vestito di diamanti. Me lo compra, papà?
Poi si rivolse alla terza:
– E tu quanto mi vuoi bene, mia piccola figlia?
– Caro papà – rispose la ragazza più piccola –, voglio tanto bene a lei quanto gli uomini amano il sale nel brodo!
– Come?! Accipicchia! Come osi dirmi ciò? Cosa mi consideri? Io valgo per te così poco? Vattene via subito, non ti voglio più! – Il padre era molto arrabbiato perché questa sua figlia lo valutava tanto scarsamente.
E adesso? Dove avrebbe potuto andare? Era cacciata da casa soltanto per queste parole. La povera ragazza non potè fare diversamente: raccolse le sue poche cose e se ne andò, ma poverina non sapeva in quale direzione dirigersi. S’incamminò senza alcuna mèta. Strada facendo, arrivò vicino ad una fattoria, ma non conosceva il suo proprietario. Si informò qua e là, così scoprì che essa apparteneva ad un re molto ricco. Subito si presentò e raccontò la sua storia ed il suo desiderio di trovare un lavoro per mantenersi. Lei avrebbe accettato qualsiasi lavoro! La gente della fattoria ebbe gran compassione per la ragazza che era vestita con un abito di pelo stracciato. La assunsero come guardiana delle oche.
Rimase qui per molto tempo in gran povertà. Per mangiare qualcosa, andava alla cucina per ricevere gli avanzi, finché un giorno il cuoco le gridò:
– Vattene via! Sei sempre tra i piedi! Se di nuovo cadrà nel cibo qualche robaccia del tuo vestito farò una brutta fine! Mi potrebbero anche impiccare! Vattene immediatamente!
La povera ragazza uscì. Quando arrivò di nuovo nel cortile vide che la finestra del giovane re era aperta.
– Dove va il giovane re? – chiese vedendo che egli si stava vestendo.
– Perché me lo chiedi? Vado dove mi pare. Andrò al ballo stasera. Via dalla mia finestra! – e lanciò verso la ragazza il suo asciugamano.
La povera ragazza ritornò al ripostiglio delle oche, lì dormiva da quando era stata assunta. Prese dalla tasca gli avanzi che aveva ricevuto in cucina ed iniziò a cenare tra le lacrime. Mentre stava mangiando sentì un topino squittire. Poverino, anche lui aveva fame. La ragazza gli diede un pezzetto di pane. Quando il topino finì di mangiare portò con sé un guscio di noce e lo posò accanto alla ragazza e poi corse nel suo buco.
La ragazza guardò il guscio da vicino e scoprì che dentro c’era un vestito d’oro meraviglioso! Com’era felice!
Applaudì dalla gioia! «Aspetta, giovane re, aspetta! Io arriverò prima di te al ballo!» Decise immediatamente di andare al ballo per divertirsi indossando questo splendido abito! Si lavò, si vestì e via, partì per il ballo.
Appena arrivò il giovane re, la invitò immediatamente a ballare. Egli non permise a nessuno di ballare con la ragazza. La ammirava estasiato e alla fine se ne innamorò. Volle sapere tutto di lei, da dove veniva, chi era? La bella ragazza rispose soltanto questo:
– Vengo dal Castellolanciasciugamano!
Si sentì di nuovo la musica, andarono ancora a ballare fino alla mattina. Alla fine il giovane re chiese permesso di accompagnarla a casa, ma lei non poteva accettare ed al momento opportuno sparì improvvisamente. Il giovane re la cercò ovunque senza alcun risultato.
La ragazza ritornò tra le oche, mise il vestito d’oro nel guscio della noce, indossò il suo vecchio straccio e ritornò ad essere la solita guardiana. Le custodì nel prato fino a mezzogiorno e non ricordò che c’era qualcuno che si disperava per lei!
Dopo avere sistemate le oche nel loro recinto, andò di nuovo in cucina. Il cuoco anche stavolta la sgridò offendendola. Era molto arrabbiato.
– Sparisci subito! – le diede qualcosa da mangiare e la cacciò via.
Tornando indietro si avvicinò alla finestra aperta del giovane re. Vide che egli si stava pettinando. Era evidente, si accingeva ad uscire!
– Dove andrà il giovane re? Vedo che si sta pettinando con gran cura! – disse la ragazza.
– Che te ne frega? Andrò dove mi pare! Andrò al ballo. Sparisci dalla mia finestra! – E lanciò contro di lei il suo pettine.
La ragazza ritornò al suo ripostiglio ed aspettò la sera.
Quando ella ritenne opportuno prese stavolta un vestito d’argento dal guscio della noce e si preparò per il ballo.
Al suo arrivo vide che tutti si divertivano salvo il giovane re. Quando egli la vide con il suo abito d’argento cambiò umore e la invitò a ballare immediatamente. Si divertirono un mondo. Il giovane re chiese alla ragazza da dove proveniva, ma lei rispose soltanto così:
– Vengo dal Castellolanciapettine!
Pensò, pensò il giovane re dove poteva essere, ma non riuscì ad indovinarlo. Poi le chiese nuovamente di accompagnarla, ma la ragazza non glielo permise ed in un attimo scomparve come se non fosse mai stata là.
Tornò a casa, mise il vestito d’argento nel guscio di noce. Quando arrivò la luce, era già sul prato con le oche. Verso mezzogiorno andò di nuovo alla cucina, ma non si trattenne a lungo: appena ricevette qualcosa da mangiare si allontanò, ma si fermò nuovamente alla finestra del giovane re.
– Il giovane re si prepara di nuovo al ballo? – chiese.
– Senz’altro! Ma sei tu ancora così sfacciata da spiare nella mia finestra? – E lanciò lo specchio verso la ragazza.
“Va bene, va bene... – pensò dentro di sé –, non preoccuparti, io sarò prima di te al ballo!”
Aspettò la sera, stavolta indossò un vestito di diamanti e si recò al ballo prima del giovane re. Lei ballava già da un po’ di tempo quando egli arrivò. Il giovane re non riuscì ad accettare che la ragazza amata ballasse con un altro. Avvicinò la coppia ed invitò la ragazza con rabbia a ballare con lui. Quella sera si divertirono più delle serate precedenti. Anche stavolta volle sapere della sua provenienza, ma la ragazza rispose soltanto così:
– Vengo dal Castellolanciaspecchio!
– Dove può essere? Non lo so. Vicino a me c’è un uomo anziano che ha girato tutto il mondo, lo chiederò a lui, egli forse lo saprà!
Ma la ragazza non gli fornì l’informazione.
Il giovane re non riusciva più ad essere padrone dei suoi sentimenti, tolse dal dito il suo anello e lo regalò alla ragazza, le chiese di custodirlo bene perché l’avrebbe sposata. Lei glielo promise ma non aspettò che il giovane re di nuovo le chiedesse della sua provenienza. Sparì improvvisamente e lui non la trovò più. Era già nel suo ripostiglio con i suoi stracci.
Il giovane re si disperò molto, era terribilmente arrabbiato. Tornato a casa divenne sempre più triste; nemmeno i suoi genitori riuscirono a farlo felice. Il suo cuore sembrava si spezzasse, quasi morì dal gran dolore.
A mezzogiorno la ragazza si recò di nuovo alla cucina e mise l’anello ricevuto del giovane re in un gran piatto senza farsi vedere. Quando presero il cibo dal piatto, l’anello fece un tintinnìo. Che cos’era? I familiari del giovane re lo guardarono da vicino: era un anello! Chiamarono immediatamente il cuoco che provò una paura mortale. Che guaio!
– Chi c’era nella cucina? – gli chiesero.
Il cuoco ebbe paura di dire la verità e rispose: nessuno.
– Cuoco! Dimmi chi c’era nella cucina, altrimenti veramente t’impiccherò! Se confessi, non avrai alcun problema!
Non poté fare diversamente, il cuoco confessò la presenza della guardiana delle oche.
– Chiamatela immediatamente!
La ragazza si lavò ed indossò il vestito di diamanti ed entrò nella sala da pranzo della famiglia reale. Quando il giovane re la vide, non riuscì a calmarsi per la gioia! Questa era la ragazza con cui aveva ballato tutte le sere! L’abbracciò e baciò, poi comunicò di volerla sposare.
Si prepararono al matrimonio ed invitarono anche il padre e le sorelle della giovane regina. Lei ordinò di preparare i cibi per suo padre separatamente e senza sale.
Arrivò il giorno del matrimonio. Durante il banchetto tutti mangiarono con grande appetito, soltanto il padre della giovane regina non toccò alcun piatto come se fosse stato triste. Gli domandarono perché non mangiasse, ma egli non rispose. Alla fine la giovane regina, sua figlia più piccola, gli chiese:
– Che succede, caro papà? Perché non mangia? Forse non le piace il cibo? Non sia triste, è il giorno del mio matrimonio!
Con gran fatica il padre ammise il motivo del suo comportamento. Allora la giovane disse:
– Vede, caro papà, mi aveva cacciato di casa perché ho affermato che l’amo tanto quanto gli uomini amano il sale nel brodo. Senza sale il cibo non è buono?
Quando la ragazza finì il suo discorso, il padre pianse. S’abbracciarono, poi si divertirono per sette giorni e sette notti. La ragazza che faceva la guardiana delle oche era diventata la moglie del giovane re e vissero felici per tanti anni.

© Melinda Tamás-Tarr-Bonani

Il libro
Prefazione (Marco Pennone)
La fiaba popolare può essere definita “la madre di tutti i racconti”; nasce infatti prima della scrittura, come racconto orale tramandato di generazione in generazione.
Nasce insieme alla leggenda (che ha un sostratostorico), al mito (che ha una funzione prettamente religiosa), alla saga (racconto epico delle antiche famiglie eminenti), al proverbio (che raccoglie e simboleggia la saggezza di un popolo), ma è più “potente” di tutti questi perché riesce ad assumere aspetti sempre diversi ripetendo e variando i “motivi del meraviglioso” (S. Thompson), che donano alla fiaba la sua “proprietà più segreta” (I. Calvino).
Inoltre, come disse Kafka nelle “Conversazioni con Gustav Janouch”, “tutte le fiabe sono sucite dalle profondità del sangue e della paura”, quindi la loro potenza suggestiva è talmente alta che ne assicura nel tempo, modulata dalle varie versioni orali, l’originaria forte emozione, che ha l’essenziale funzione di preparare il bambino all’impatto con la vita, in analogia con i riti d’iniziazione ancor oggi praticati presso certe culture cosiddette “primitive”.
Ma per assolvere a questo compito la fiaba dev’essere in primis lineare, semplice; illuminante è a questo proposito un’osservazione del grande psichiatra per l’infanzia Bruno Betterlheim: “le fiabe non potrebbero esercitare il loro impatto psicologico se non fossero in primo luogo e soprattutto opere d’arte totalmente comprensibili per il bambino, come nessun’altra forma d’arte...”. E prosegue acutamente lo studioso: “Il loro significato più profondo è diverso per ciascuna persona, e diverso per la stessa persona in diversi momenti della sua vita”. Non solo dunque nei fanciulli, ma anche negli adulti le fiabe possono produrre il grande piacere dell’ansia affrontata e dominata con successo.
La fiaba popolare è altresì detta “tradizionale” perché chi narra non vuol proporre qualcosa di nuovo e personale, ma trasmettere ciò che ha ricevuto da altri e che proviene da tempi remoti: da questa lontananza acquista autorità.
Le fiabe permettono di “affrontare in maniera esemplare il problema della circolazione culturale delle forme letterarie, dall’oralità alla scrittura e, viceversa, dalla scrittura all’oralità (C. Lavinio). Storie narrate da fonti orali anonime o illetterate possono essere infatti raccolte da grandi autori (es. i fratelli Grimm o I. Calvino), mentre fiabe letterarie possono passare poi alla tradizione orale e popolare, perdendo via via i legami col testo scritto (es. alcune fiabe di Andersen).
Le fiabe, orali o scritte, hanno una struttura rigida: ruolo dei personaggi e sviluppo dell’intreccio si ripetono secondo schemi ricorrenti, acutamente analizzati dal Propp che individuò le ormai celebri trentuno “funzioni” che portano il suo nome.
All’inizio, nel corpo e nel finale (che raramente, al contrario della favola, contiene una morale esplicita) è frequente l’uso di formule fisse (“C’era una volta...”, “E vissero tutti felici e contenti”), proverbi, modi di dire, rime e filastrocche che hanno lo scopo di far ricordare meglio la fiaba sia al narratore che all’ascoltatore.
Le sequenze narrative sono organizzate per lo più secondo un ordine cronologico; inoltre vi sono frequenti sequenze dialogiche e descrittive.
Occorre leggere in modo non superficiale il testo narrativo-fantastico, così che dal gioco dei personaggi e dallo sviluppo delle vicende sia possibile comprendere i valori della civiltà d’origine delle fiabe, valori spesso collegati al mondo contadino, e metterli a confronto con quelli di oggi.
Certamente i lettori conosceranno già molte fiabe, sentite raccontare o lette nella fanciullezza e oltre: la “Mille e una notte”, Perrault, i fratelli Grimm, Andersen, Afanasjev, Basile, Calvino...
Queste fiabe e leggende raccolte da Melinda Tamás-Tarr dalla tradizione popolare della sua Patria d’origine, l’Ungheria, hanno il pregio della novità (anche se un paio di esse, “La guardiana delle oche che divenne regina” e “I tre desideri” le possiamo ritrovare, in differenti versioni, in altri Paesi) e vanno apprezzate per quanto hanno di fantastico, di interessante, di originale.
Vanno Lette autonomamente: se poi, da soli, approderete a qualche conclusione di carattere morale o a qualche salutare riflessione, tanto meglio; ma prima di tutto leggetele e fatele leggere ai vostri bambini, perché, come tutte le altre fiabe del mondo, hanno soprattutto la funzione di “divertire”, nel senso etimologico di “distogliere” la mente dalle preoccupazioni della frenetica e superficiale vita quotidiana in cui siamo immersi. E Dio sa quanto bisogno oggi ci sia di un sano e costruttivo “relax”.
Notevole è la differenza tra le fiabe, racconti di fatti meravigliosi e fantastici in cui si trovano come protagonisti maghi, fate, orchi, streghe, personaggi umili accanto a re, regine, principi e principesse, e le leggende (la cui etimologia risale al gerundivo del verbo latino legĕre, letteralmente vuol dire “cose da leggere”, “che devono essere lette”), narrazioni di fatti in cui l’elemento storico è mescolato con l’elemento fantastico, meraviglioso, talora con intenti educativi o religiosi, per spiegare l’origine di una città, di un’usanza, di un culto, talora come mezzo per esaltare e tramandare gloriose imprese delle età passate e la fama dei loro protagonisti, celebrando altresì il popolo cui essi appartengono.
E il popolo ungherese – del quale Melinda Tamás-Tarr narra nella seconda parte del presente volume alcune delle più belle leggende – è particolarmente ricco, come tutti i popoli del centro e dell’est europeo, di racconti in cui verità storica ed elementi fantastici, elaborati e arricchiti e variati da generazioni di narratori, si alternano e si fondono in un suggestivo, ricco, indissolubile intreccio.
In conclusione, queste fiabe e leggende popolari magiare costituiscono una lettura utilissima vuoi per alimentare la fantasia di bambini e di adulti, vuoi per apprendere cose nuove sul popolo d’origine della nostra brava Autrice.

Marco Pennone
Professore d’Italiano e Latino

L'Autrice - Melinda B. Tamás-Tarr
Melinda B. Tamás-Tarr è nata in Ungheria (Dombóvár) il 12.12.1953, risiede in Italia (Ferrara) dal 5 dicembre 1983, a seguito del suo matrimonio con un ingegnere italiano.
È studiosa delle discipline linguistiche-letterarie-storiche, docente di Ungherese e di Storia, giornalista e pubblicista, nonché traduttrice tecnica, letteraria, poetica, interprete e mediatore culturale e linguistico. Il 9 gennaio 2009 ha conseguito il Master di II° livello in “Informatica per la Storia Medievale di specializzazione in Giornalismo storico-scientifico”; nell’a. a. 2008/2009 all’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” ha conseguito il Master universitario di IIº livello intitolato: “Teoria, metodologie e percorsi della lingua e della cultura italiana per gli studenti stranieri”. Dal 1 luglio 2008 è membro del Sindacato Nazionale degli Scrittori italiani (SNS, Roma).
Ha pubblicato in Italia racconti, poesie, saggi, articoli giornalistici in riviste e antologie, ma anche libri, tra cui: Girovagando nell’Impero di Discorsopolis (Taurus, Torino 1996); Da padre a figlio I-II (Edizione O.L.F.A., Ferrara 1997); Arrivando dalla Pannonia (Diario); I signori del Danubio (Edizione O.L.F.A., Ferrara 2000); Profilo d’autore (Edizione O.L.F.A., Ferrara 2001); Nei riflessi della stampa (Edizione O.L.F.A., Ferrara 2001); Le voci magiare ((Edizione O.L.F.A., Ferrara 2001); Traduzioni I-II (Poesie-Prosa), Da anima ad anima, Antologia - Traduzioni di poesie ungheresi, francesi, spagnole, latine (Edizione O.L.F.A., Ferrara 2009), Da padre a figlio - Fiabe e leggende popolari magiare - Nuova edizione ampliata con note e breve biografia (Edizione O.L.F.A., Ferrara 2010)
Ha ricevuto in Italia più di 30 premi letterari per saggi di critica letteraria, poesie, racconti, articoli giornalistici, fotografie.
Si occupa della direzione ed edizione del periodico di cultura “Osservatorio Letterario. Ferrara e l’Altrove”, da lei fondato nell’ottobre 1997, testata che il 31 ottobre 1998 è stata scelta “Una delle «Mille migliori idee imprenditoriali»” dall’iniziativa promossa dalla Banca Popolare di Milano e dal Corriere della Sera - Corriere Lavoro, ed il 25 marzo 2001 è stata segnalata dalla RadioRai1 nella rubrica radiofonica di economia, politica e cultura della Mittel Europa di RAI 1 «Est Ovest», trasmessa dalla sede Rai di Trento a cura di Sergio Tazzer.

Sitoweb: www.osservatorioletterario.net/
E-mail: redazione@osservatorioletterario.net
 

 

Melinda Tamás-Tarr: Recensione a “Radici Perdute” di F. Santamaria


 

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.