|
La
guardiana delle oche che diventò regina
Dove era, dove non era; c’era una volta in questo mondo un uomo
povero con moglie e tre figlie. Un giorno quest’uomo si preparò per
andare al mercato. Voleva portare un regalo alle figlie, perciò le
chiamò e chiese loro:
– Figlie mie, quanto mi volete bene?
La prima disse:
– Voglio tanto bene a lei quanto la gente desidera i più bei vestiti
in vendita al mercato!
La seconda così rispose:
– Voglio tanto bene a lei quanto la gente ambisce avere un vestito
di diamanti. Me lo compra, papà?
Poi si rivolse alla terza:
– E tu quanto mi vuoi bene, mia piccola figlia?
– Caro papà – rispose la ragazza più piccola –, voglio tanto bene a
lei quanto gli uomini amano il sale nel brodo!
– Come?! Accipicchia! Come osi dirmi ciò? Cosa mi consideri? Io
valgo per te così poco? Vattene via subito, non ti voglio più! – Il
padre era molto arrabbiato perché questa sua figlia lo valutava
tanto scarsamente.
E adesso? Dove avrebbe potuto andare? Era cacciata da casa soltanto
per queste parole. La povera ragazza non potè fare diversamente:
raccolse le sue poche cose e se ne andò, ma poverina non sapeva in
quale direzione dirigersi. S’incamminò senza alcuna mèta. Strada
facendo, arrivò vicino ad una fattoria, ma non conosceva il suo
proprietario. Si informò qua e là, così scoprì che essa apparteneva
ad un re molto ricco. Subito si presentò e raccontò la sua storia ed
il suo desiderio di trovare un lavoro per mantenersi. Lei avrebbe
accettato qualsiasi lavoro! La gente della fattoria ebbe gran
compassione per la ragazza che era vestita con un abito di pelo
stracciato. La assunsero come guardiana delle oche.
Rimase qui per molto tempo in gran povertà. Per mangiare qualcosa,
andava alla cucina per ricevere gli avanzi, finché un giorno il
cuoco le gridò:
– Vattene via! Sei sempre tra i piedi! Se di nuovo cadrà nel cibo
qualche robaccia del tuo vestito farò una brutta fine! Mi potrebbero
anche impiccare! Vattene immediatamente!
La povera ragazza uscì. Quando arrivò di nuovo nel cortile vide che
la finestra del giovane re era aperta.
– Dove va il giovane re? – chiese vedendo che egli si stava
vestendo.
– Perché me lo chiedi? Vado dove mi pare. Andrò al ballo stasera.
Via dalla mia finestra! – e lanciò verso la ragazza il suo
asciugamano.
La povera ragazza ritornò al ripostiglio delle oche, lì dormiva da
quando era stata assunta. Prese dalla tasca gli avanzi che aveva
ricevuto in cucina ed iniziò a cenare tra le lacrime. Mentre stava
mangiando sentì un topino squittire. Poverino, anche lui aveva fame.
La ragazza gli diede un pezzetto di pane. Quando il topino finì di
mangiare portò con sé un guscio di noce e lo posò accanto alla
ragazza e poi corse nel suo buco.
La ragazza guardò il guscio da vicino e scoprì che dentro c’era un
vestito d’oro meraviglioso! Com’era felice!
Applaudì dalla gioia! «Aspetta, giovane re, aspetta! Io arriverò
prima di te al ballo!» Decise immediatamente di andare al ballo per
divertirsi indossando questo splendido abito! Si lavò, si vestì e
via, partì per il ballo.
Appena arrivò il giovane re, la invitò immediatamente a ballare.
Egli non permise a nessuno di ballare con la ragazza. La ammirava
estasiato e alla fine se ne innamorò. Volle sapere tutto di lei, da
dove veniva, chi era? La bella ragazza rispose soltanto questo:
– Vengo dal Castellolanciasciugamano!
Si sentì di nuovo la musica, andarono ancora a ballare fino alla
mattina. Alla fine il giovane re chiese permesso di accompagnarla a
casa, ma lei non poteva accettare ed al momento opportuno sparì
improvvisamente. Il giovane re la cercò ovunque senza alcun
risultato.
La ragazza ritornò tra le oche, mise il vestito d’oro nel guscio
della noce, indossò il suo vecchio straccio e ritornò ad essere la
solita guardiana. Le custodì nel prato fino a mezzogiorno e non
ricordò che c’era qualcuno che si disperava per lei!
Dopo avere sistemate le oche nel loro recinto, andò di nuovo in
cucina. Il cuoco anche stavolta la sgridò offendendola. Era molto
arrabbiato.
– Sparisci subito! – le diede qualcosa da mangiare e la cacciò via.
Tornando indietro si avvicinò alla finestra aperta del giovane re.
Vide che egli si stava pettinando. Era evidente, si accingeva ad
uscire!
– Dove andrà il giovane re? Vedo che si sta pettinando con gran
cura! – disse la ragazza.
– Che te ne frega? Andrò dove mi pare! Andrò al ballo. Sparisci
dalla mia finestra! – E lanciò contro di lei il suo pettine.
La ragazza ritornò al suo ripostiglio ed aspettò la sera.
Quando ella ritenne opportuno prese stavolta un vestito d’argento
dal guscio della noce e si preparò per il ballo.
Al suo arrivo vide che tutti si divertivano salvo il giovane re.
Quando egli la vide con il suo abito d’argento cambiò umore e la
invitò a ballare immediatamente. Si divertirono un mondo. Il giovane
re chiese alla ragazza da dove proveniva, ma lei rispose soltanto
così:
– Vengo dal Castellolanciapettine!
Pensò, pensò il giovane re dove poteva essere, ma non riuscì ad
indovinarlo. Poi le chiese nuovamente di accompagnarla, ma la
ragazza non glielo permise ed in un attimo scomparve come se non
fosse mai stata là.
Tornò a casa, mise il vestito d’argento nel guscio di noce. Quando
arrivò la luce, era già sul prato con le oche. Verso mezzogiorno
andò di nuovo alla cucina, ma non si trattenne a lungo: appena
ricevette qualcosa da mangiare si allontanò, ma si fermò nuovamente
alla finestra del giovane re.
– Il giovane re si prepara di nuovo al ballo? – chiese.
– Senz’altro! Ma sei tu ancora così sfacciata da spiare nella mia
finestra? – E lanciò lo specchio verso la ragazza.
“Va bene, va bene... – pensò dentro di sé –, non preoccuparti, io
sarò prima di te al ballo!”
Aspettò la sera, stavolta indossò un vestito di diamanti e si recò
al ballo prima del giovane re. Lei ballava già da un po’ di tempo
quando egli arrivò. Il giovane re non riuscì ad accettare che la
ragazza amata ballasse con un altro. Avvicinò la coppia ed invitò la
ragazza con rabbia a ballare con lui. Quella sera si divertirono più
delle serate precedenti. Anche stavolta volle sapere della sua
provenienza, ma la ragazza rispose soltanto così:
– Vengo dal Castellolanciaspecchio!
– Dove può essere? Non lo so. Vicino a me c’è un uomo anziano che ha
girato tutto il mondo, lo chiederò a lui, egli forse lo saprà!
Ma la ragazza non gli fornì l’informazione.
Il giovane re non riusciva più ad essere padrone dei suoi
sentimenti, tolse dal dito il suo anello e lo regalò alla ragazza,
le chiese di custodirlo bene perché l’avrebbe sposata. Lei glielo
promise ma non aspettò che il giovane re di nuovo le chiedesse della
sua provenienza. Sparì improvvisamente e lui non la trovò più. Era
già nel suo ripostiglio con i suoi stracci.
Il giovane re si disperò molto, era terribilmente arrabbiato.
Tornato a casa divenne sempre più triste; nemmeno i suoi genitori
riuscirono a farlo felice. Il suo cuore sembrava si spezzasse, quasi
morì dal gran dolore.
A mezzogiorno la ragazza si recò di nuovo alla cucina e mise
l’anello ricevuto del giovane re in un gran piatto senza farsi
vedere. Quando presero il cibo dal piatto, l’anello fece un
tintinnìo. Che cos’era? I familiari del giovane re lo guardarono da
vicino: era un anello! Chiamarono immediatamente il cuoco che provò
una paura mortale. Che guaio!
– Chi c’era nella cucina? – gli chiesero.
Il cuoco ebbe paura di dire la verità e rispose: nessuno.
– Cuoco! Dimmi chi c’era nella cucina, altrimenti veramente
t’impiccherò! Se confessi, non avrai alcun problema!
Non poté fare diversamente, il cuoco confessò la presenza della
guardiana delle oche.
– Chiamatela immediatamente!
La ragazza si lavò ed indossò il vestito di diamanti ed entrò nella
sala da pranzo della famiglia reale. Quando il giovane re la vide,
non riuscì a calmarsi per la gioia! Questa era la ragazza con cui
aveva ballato tutte le sere! L’abbracciò e baciò, poi comunicò di
volerla sposare.
Si prepararono al matrimonio ed invitarono anche il padre e le
sorelle della giovane regina. Lei ordinò di preparare i cibi per suo
padre separatamente e senza sale.
Arrivò il giorno del matrimonio. Durante il banchetto tutti
mangiarono con grande appetito, soltanto il padre della giovane
regina non toccò alcun piatto come se fosse stato triste. Gli
domandarono perché non mangiasse, ma egli non rispose. Alla fine la
giovane regina, sua figlia più piccola, gli chiese:
– Che succede, caro papà? Perché non mangia? Forse non le piace il
cibo? Non sia triste, è il giorno del mio matrimonio!
Con gran fatica il padre ammise il motivo del suo comportamento.
Allora la giovane disse:
– Vede, caro papà, mi aveva cacciato di casa perché ho affermato che
l’amo tanto quanto gli uomini amano il sale nel brodo. Senza sale il
cibo non è buono?
Quando la ragazza finì il suo discorso, il padre pianse.
S’abbracciarono, poi si divertirono per sette giorni e sette notti.
La ragazza che faceva la guardiana delle oche era diventata la
moglie del giovane re e vissero felici per tanti anni.
© Melinda
Tamás-Tarr-Bonani
Il libro
Prefazione (Marco Pennone)
La fiaba popolare può essere definita “la madre di tutti i
racconti”; nasce infatti prima della scrittura, come racconto orale
tramandato di generazione in generazione.
Nasce insieme alla leggenda (che ha un sostratostorico), al mito
(che ha una funzione prettamente religiosa), alla saga (racconto
epico delle antiche famiglie eminenti), al proverbio (che raccoglie
e simboleggia la saggezza di un popolo), ma è più “potente” di tutti
questi perché riesce ad assumere aspetti sempre diversi ripetendo e
variando i “motivi del meraviglioso” (S. Thompson), che donano alla
fiaba la sua “proprietà più segreta” (I. Calvino).
Inoltre, come disse Kafka nelle “Conversazioni con Gustav Janouch”,
“tutte le fiabe sono sucite dalle profondità del sangue e della
paura”, quindi la loro potenza suggestiva è talmente alta che ne
assicura nel tempo, modulata dalle varie versioni orali,
l’originaria forte emozione, che ha l’essenziale funzione di
preparare il bambino all’impatto con la vita, in analogia con i riti
d’iniziazione ancor oggi praticati presso certe culture cosiddette
“primitive”.
Ma per assolvere a questo compito la fiaba dev’essere in primis
lineare, semplice; illuminante è a questo proposito un’osservazione
del grande psichiatra per l’infanzia Bruno Betterlheim: “le fiabe
non potrebbero esercitare il loro impatto psicologico se non fossero
in primo luogo e soprattutto opere d’arte totalmente comprensibili
per il bambino, come nessun’altra forma d’arte...”. E prosegue
acutamente lo studioso: “Il loro significato più profondo è diverso
per ciascuna persona, e diverso per la stessa persona in diversi
momenti della sua vita”. Non solo dunque nei fanciulli, ma anche
negli adulti le fiabe possono produrre il grande piacere dell’ansia
affrontata e dominata con successo.
La fiaba popolare è altresì detta “tradizionale” perché chi narra
non vuol proporre qualcosa di nuovo e personale, ma trasmettere ciò
che ha ricevuto da altri e che proviene da tempi remoti: da questa
lontananza acquista autorità.
Le fiabe permettono di “affrontare in maniera esemplare il problema
della circolazione culturale delle forme letterarie, dall’oralità
alla scrittura e, viceversa, dalla scrittura all’oralità (C.
Lavinio). Storie narrate da fonti orali anonime o illetterate
possono essere infatti raccolte da grandi autori (es. i fratelli
Grimm o I. Calvino), mentre fiabe letterarie possono passare poi
alla tradizione orale e popolare, perdendo via via i legami col
testo scritto (es. alcune fiabe di Andersen).
Le fiabe, orali o scritte, hanno una struttura rigida: ruolo dei
personaggi e sviluppo dell’intreccio si ripetono secondo schemi
ricorrenti, acutamente analizzati dal Propp che individuò le ormai
celebri trentuno “funzioni” che portano il suo nome.
All’inizio, nel corpo e nel finale (che raramente, al contrario
della favola, contiene una morale esplicita) è frequente l’uso di
formule fisse (“C’era una volta...”, “E vissero tutti felici e
contenti”), proverbi, modi di dire, rime e filastrocche che hanno lo
scopo di far ricordare meglio la fiaba sia al narratore che
all’ascoltatore.
Le sequenze narrative sono organizzate per lo più secondo un ordine
cronologico; inoltre vi sono frequenti sequenze dialogiche e
descrittive.
Occorre leggere in modo non superficiale il testo
narrativo-fantastico, così che dal gioco dei personaggi e dallo
sviluppo delle vicende sia possibile comprendere i valori della
civiltà d’origine delle fiabe, valori spesso collegati al mondo
contadino, e metterli a confronto con quelli di oggi.
Certamente i lettori conosceranno già molte fiabe, sentite
raccontare o lette nella fanciullezza e oltre: la “Mille e una
notte”, Perrault, i fratelli Grimm, Andersen, Afanasjev, Basile,
Calvino...
Queste fiabe e leggende raccolte da Melinda Tamás-Tarr dalla
tradizione popolare della sua Patria d’origine, l’Ungheria, hanno il
pregio della novità (anche se un paio di esse, “La guardiana delle
oche che divenne regina” e “I tre desideri” le possiamo ritrovare,
in differenti versioni, in altri Paesi) e vanno apprezzate per
quanto hanno di fantastico, di interessante, di originale.
Vanno Lette autonomamente: se poi, da soli, approderete a qualche
conclusione di carattere morale o a qualche salutare riflessione,
tanto meglio; ma prima di tutto leggetele e fatele leggere ai vostri
bambini, perché, come tutte le altre fiabe del mondo, hanno
soprattutto la funzione di “divertire”, nel senso etimologico di
“distogliere” la mente dalle preoccupazioni della frenetica e
superficiale vita quotidiana in cui siamo immersi. E Dio sa quanto
bisogno oggi ci sia di un sano e costruttivo “relax”.
Notevole è la differenza tra le fiabe, racconti di fatti
meravigliosi e fantastici in cui si trovano come protagonisti maghi,
fate, orchi, streghe, personaggi umili accanto a re, regine,
principi e principesse, e le leggende (la cui etimologia risale al
gerundivo del verbo latino legĕre, letteralmente vuol dire “cose da
leggere”, “che devono essere lette”), narrazioni di fatti in cui
l’elemento storico è mescolato con l’elemento fantastico,
meraviglioso, talora con intenti educativi o religiosi, per spiegare
l’origine di una città, di un’usanza, di un culto, talora come mezzo
per esaltare e tramandare gloriose imprese delle età passate e la
fama dei loro protagonisti, celebrando altresì il popolo cui essi
appartengono.
E il popolo ungherese – del quale Melinda Tamás-Tarr narra nella
seconda parte del presente volume alcune delle più belle leggende –
è particolarmente ricco, come tutti i popoli del centro e dell’est
europeo, di racconti in cui verità storica ed elementi fantastici,
elaborati e arricchiti e variati da generazioni di narratori, si
alternano e si fondono in un suggestivo, ricco, indissolubile
intreccio.
In conclusione, queste fiabe e leggende popolari magiare
costituiscono una lettura utilissima vuoi per alimentare la fantasia
di bambini e di adulti, vuoi per apprendere cose nuove sul popolo
d’origine della nostra brava Autrice.
Marco
Pennone
Professore d’Italiano e Latino
L'Autrice - Melinda
B. Tamás-Tarr
Melinda B. Tamás-Tarr è nata in
Ungheria (Dombóvár) il 12.12.1953, risiede in Italia (Ferrara) dal 5
dicembre 1983, a seguito del suo matrimonio con un ingegnere
italiano.
È studiosa delle discipline linguistiche-letterarie-storiche,
docente di Ungherese e di Storia, giornalista e pubblicista, nonché
traduttrice tecnica, letteraria, poetica, interprete e mediatore
culturale e linguistico. Il 9 gennaio 2009 ha conseguito il Master
di II° livello in “Informatica per la Storia Medievale di
specializzazione in Giornalismo storico-scientifico”; nell’a. a.
2008/2009 all’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” ha
conseguito il Master universitario di IIº livello intitolato:
“Teoria, metodologie e percorsi della lingua e della cultura
italiana per gli studenti stranieri”. Dal 1 luglio 2008 è membro del
Sindacato Nazionale degli Scrittori italiani (SNS, Roma).
Ha pubblicato in Italia racconti, poesie, saggi, articoli
giornalistici in riviste e antologie, ma anche libri, tra cui:
Girovagando nell’Impero di Discorsopolis (Taurus, Torino 1996); Da
padre a figlio I-II (Edizione O.L.F.A., Ferrara 1997); Arrivando
dalla Pannonia (Diario); I signori del Danubio (Edizione O.L.F.A.,
Ferrara 2000); Profilo d’autore (Edizione O.L.F.A., Ferrara 2001);
Nei riflessi della stampa (Edizione O.L.F.A., Ferrara 2001); Le voci
magiare ((Edizione O.L.F.A., Ferrara 2001); Traduzioni I-II
(Poesie-Prosa), Da anima ad anima, Antologia - Traduzioni di poesie
ungheresi, francesi, spagnole, latine (Edizione O.L.F.A., Ferrara
2009), Da padre a figlio - Fiabe e leggende popolari magiare - Nuova
edizione ampliata con note e breve biografia (Edizione O.L.F.A.,
Ferrara 2010)
Ha ricevuto in Italia più di 30 premi letterari per saggi di critica
letteraria, poesie, racconti, articoli giornalistici, fotografie.
Si occupa della direzione ed edizione del periodico di cultura
“Osservatorio Letterario. Ferrara e l’Altrove”, da lei fondato
nell’ottobre 1997, testata che il 31 ottobre 1998 è stata scelta
“Una delle «Mille migliori idee imprenditoriali»” dall’iniziativa
promossa dalla Banca Popolare di Milano e dal Corriere della Sera -
Corriere Lavoro, ed il 25 marzo 2001 è stata segnalata dalla
RadioRai1 nella rubrica radiofonica di economia, politica e cultura
della Mittel Europa di RAI 1 «Est Ovest», trasmessa dalla sede Rai
di Trento a cura di Sergio Tazzer.
Sitoweb: www.osservatorioletterario.net/
E-mail:
redazione@osservatorioletterario.net
Melinda Tamás-Tarr:
Recensione a
“Radici Perdute” di F. Santamaria
|