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Maria Grazia Greco
FATTI IMPURI - romanzo
Serarcangeli editore, ISBN 88-7408-084-0, € 11,00
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Scorri
via , scorri via per la sabbia dei letti
e la tua immagine svanisce
Scorri via scorri via finché di te non resta
che il centro, nient’altro che il centro.
Milan Kundera |
frammento inesistente
“Avevo deciso! Dovevo farlo!
Dovevo! E tu lo sapevi che...”
Fa una smorfia e gira di scatto la testa, impaziente, come
infastidita da un insetto molesto.
“Ma cosa vuoi che sapessi, io! Chiacchiere! Solo chiacchiere!
Ricatti morali! Per quello che me ne importava!...”
Parole vibranti, che si perdono sfocate nei rumori dell’attesa, al
marciapiede di una stazione.
“Adesso capisco perché avevi cominciato a non farti più trovare al
nostro treno, ogni mattina! E perché non rispondevi al telefono...”
“Perché era finita, mio caro! Finita! Finita!”
“Che stupido! Quanto volte ero venuto al tuo portone, nella speranza
di vederti entrare o di vederti uscire… Ma tu sembravi sparita nel
nulla, come dal nulla eri apparsa un mattino, tanto tempo fa.”
“Tanto tempo fa! Ma che stai dicendo? Sì e no un paio di mesi...”
“Due mesi e diciannove giorni, per la precisione!”
“Vabbé! Due mesi e diciannove giorni. Mi sono bastati e avanzati per
comprendere che non poteva continuare! Perché io non ne potevo
proprio più!”
Lui risente nelle orecchie e nel cuore, come ronzio lontano di
insetto agonizzante, il tono garbato delle poche gelide parole che
gli aveva detto, quell’unica volta che era riuscito ad affrontarla.
“Ma io... io... come potevo immaginare che saresti arrivato a tanto?!”
Invece il tono di Alberta è molto diverso, adesso. È accorato,
disperato quasi.
“Non potevi immaginartelo, vero?” Risuonano di sfida, di scherno le
parole spavalde di lui. “Eppure l’ho fatto! Sì, l’ho fatto. Sei
stata tu a non lasciarmi altra scelta. E ho voluto che tutto finisse
proprio qui, in questa stazione, su questo binario...” Lo sguardo di
lui è ora smarrito, chissà dove, nelle lontanze abissali di memorie
di una vita lontana, perduta. “Il nostro binario, il binario 7...
dove tutto era iniziato, tra convogli che vanno e che vengono, che
buttano fuori persone a decine per inghiottirne ogni volta
altrettante.” Per un attimo tace, pensoso. “Dieci, venti in più...
una in meno... Che differenza fa?”
Le parole di lui, i pensieri di lei, lo sgomento di entrambi. Per
ciò che è stato, per ciò che non doveva essere.
“Ma stiamo scherzando? Non è roba per me! Non ne voglio sapere di
bambocci, io!”
Quante volte l’aveva ripetuto a se stessa, per difendersi proprio da
se stessa prima ancora che da lui, quando tutto stava iniziando.
“Guarda...Eccoli, eccoli qua, cara mia! Sfilano senza sosta,
frettolosi, indifferenti, sotto i miei occhi.” Lo sguardo trasognato
sta rincorrendo immagini che sembrano sdoppiarsi tra ricordo e
realtà. “Ragazzi e ragazze in chiassose comitive, capelli incollati
di gel, tatuaggi in bella mostra. Una moltitudine, anonima e
indifferen-ziata. Tutti vestiti allo stesso modo, sciatto, spesso di
una goffaggine quasi ridicola. Ma sempre rigorosamente griffato.
Stesse facce dall’aria scocciata. Stesso modo pro-tervo di parlare,di
muoversi. Tutti uguali. Ma tutti diversi da me.”
“Già... Tutti uguali. Atteggiamenti sicuri, di chi sembra essere
venuto al mondo per sentirsi dire solo sì. Ma lui... lui era
un’altra cosa.”
E Alberta lo rivede, così come le era apparso due mesi prima, i suoi
vestiti ordinari e dimessi, lo sguardo sfuggente, da timido. Ma
soprattutto le mani: mani da operaio, talmente grandi da sembrare
fuori posto, fuori misura in qualsiasi modo le tenesse. Il loro moto
perpetuo, tentennante, come di insetto che si dibatte sulla
trasparenza di un vetro, per cercare scampo in un volo impossibile.
“Sì, il mio giovane compagno di viaggio era proprio un’altra cosa.”
E ricorda la curiosità, la tenerezza che giorno dopo giorno, viaggio
dopo viaggio, aveva sentito crescere in sé per quel ragazzo, per
quella sua aria di bambino fatto troppo in fretta adulto. Uno
sguardo, un sorriso. E poi seduto di fronte a lei, silen-zioso. Una
scena che si ripeteva uguale ogni giorno, complice una casuale
coin-cidenza d’orari che ogni giorno li faceva incontrare.
Non avrebbero mai potuto immaginare che razza di destino si stava
preparando per loro.
“Ma me lo vuoi dire che destino poteva essere il mio?!” È
infuriato, adesso, pieno di livore. “Il destino di un perdente! Sì,
di un perdente! Perché a me niente era dovu-to.” Il tono discende, il
furore diventa mestizia di resa. “Tutto me lo diceva... So-prattutto
l’immagine scialba che lo specchio mi restituiva ogni mattina,
quando mi preparavo per uscire. Il pettine passava tra i capelli. E
intanto alla radio l’oroscopo del giorno snocciolava i suoi
vaticini. Non uscivo da casa prima di aver carpito quella manciata
di banalità, quotidianamente propinate via etere.”
Le labbra sottili truccate impercettibilmente tirate in una smorfia
derisoria. “Banali-tà... Ma sempre rassicuranti, vero? Viatico che ti
serviva per affrontare un giorno nuovo, che però, lo sapevi, non ti
avrebbe riservato sorprese. Perché sarebbe stato uguale al giorno
prima. E identico al giorno dopo.”
“Però quel giorno non andò così! Non fu un giorno come tutti gli
altri, quello! An-che l’oroscopo l’aveva detto che sarebbe stata una
giornata cruciale, che avrei incontrato la persona che stavo
cercando... che non dovevo lasciarmi sfuggire un’occasione!”
Lei avverte, scoperta sorpendente, l’ingenuità disarmante delle
parole accorate di lui. “Dio mio! È proprio un ragazzino!
Vent’anni! Aveva solo vent’anni! Chi poteva pensare...? No, non
potevo certo immaginare, quando tutto era iniziato nel più scontato
dei modi...”
Non poteva immaginare la metamorfosi da maldestro corteggiatore
prima, timido e improbabile amante poi, a bambino devoto, in tutto e
per tutto da lei dipendente.
“No, non fu un giorno come gli altri quello.... Il giorno che t’ho
incontrata! Il giorno che è cominciata la nostra storia!”
Una storia curiosa, diversa dalle storie frettolose distaccate
distratte a cui era abi-tuata.
Una storia che le aveva dato uno strano senso di esaltazione,
all’inizio.
“ Ma poi... lo capisci che poi, con l’andare del tempo, era
diventata una morsa, pe-sante,
invivibile?! Lo capisci o no che era ... ma sì, una specie di
rapporto incestuoso tra un improbabile
bambino di vent’anni...”
Le mani che passano sul viso, stanche, sconfitte.
“... e un’ancora più improbabile madre più che quarantenne? Una
storia che... no, non poteva continuare.”
È strana la pacatezza di lei, sentenza inappellabile cui fa
riscontro l’invocazione disperata di lui.
“No! No! Ti prego, no! Non mi puoi fare questo! Anche se è poco che
stiamo insieme, solo due mesi e diciannove giorni... Io ti amo! Sei
tutto, per me! Non lasciarmi! Non lasciarmi, altrimenti...”
“Queste sono le cose che si dicono sempre, quando una storia finisce.”
Il teatro vuoto, le finestre sbarrate, il marciapiede deserto di una
stazione lontana, chissà dove, chissà quando. Ma qui non c’è
nessuno! Manuel… Manuel…Dove sarà andato?
Echi aspri di storie finite, infinite, sfocate, brucianti.
“Ma ci pensi? Ragiona, per favore... Che destino può essere il
nostro? Troppa, troppa differenza. Di idee, di gusti, di carattere,
di cultura. E soprattutto...” Le parole sembrano ora sussurro di
pudicizia. “Soprattutto di età.”
“Ma questo che vuol dire? Pregiudizi, solo stupidi pregiudizi!
Perché quando si ama...”
“Quando si ama! Ma va’ a dirlo a qualche ragazzina scema, con la
testa piena di sogni idioti!”
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I capelli biondi, gli
occhi chiari, l’armonia di una sensualità inconsapevole
appena sbocciata, precoce, già inquieta e a suo modo
procace. |
“Ti pare possibile che una donna
come me... che ha lottato, che ha conosciuto sofferenze e
umiliazioni che tu non puoi neanche immaginare... per cercare di
ottenere ciò che si era prefissata!”
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Saliva lentamente le
scale. Si avviava al sacrificio supremo. Andava ad offrirsi
a un uomo, ma non per amore. In cambio di ciò che per lei
era più importante di tutto.
Squallore di uffici tutti uguali, provini, divani dozzinali. |
“Ti pare possibile che una donna come me...”
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Locali alla moda, alcool
e coca per credere veri i sogni sfuggiti di mano.
Per annegare nell’oblio la verità che consuma lentamente la
vita. |
“... mai sazia di nuove
esperienze, da bruciare nel tempo strettamente necessario, non un
giorno di più...”
Tratti decisi, a delineare la fisionomia della donna che lei è
diventata. Parole dure, che all’improvviso le riportano il sapore
acre di intimità mercenarie. Ma anche la stretta di abbracci
appassionati, il fuoco di baci scambiati nella fretta avida che
vuole far proprio, anche solo per un’ora, tutto ciò che è possibile
strappare alla vita.
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L’ebbrezza della velocità
sull’asfalto senza fine, le notti bagnate dall’alcol,
frastornate dall’euforia di striature impalpabili posate su
trasparenze cristalline. |
“Ma pensi davvero che potevo
durare con uno come te? Un ragazzino alla ricerca di sicurezze!”
“Ma perché, perché non capisci?! Mettiti nei miei panni. Le ragazze
mi mettevano soggezione. La procacità delle forme prepotenti e
precoci, il trucco pesante che deforma sguardi e sorrisi. Chi
l’avrebbe mai detto? Io, proprio io che avevo paura delle ragazze,
essere amato, essere amante di una donna di tanti anni più grande,
tanto diversa, tanto speciale! Un’attrice!”
Alberta lo fissa con distacco.
Vede se stessa nel tunnel infinito di anticamere agenzie camerini,
spogliarsi in fretta truccarsi in fretta, promiscuità del chi è di
scena, anonimia di figurante su prosceni sempre uguali di luci
sudore applausi frettolosi per chi non ha nome, apoteosi per gli
eletti.
“Un’attrice! Una donna colta, affascinante, che mi amava per quello
che ero. Una donna così speciale da farmi sentire finalmente
qualcuno. Io che prima di lei non ero stato mai niente. Io, che
senza di lei non potevo essere niente.”
E lo vede per quello che ormai da tempo è per lei: ragno che tesse
le sue trame in silenzio, poi piovra odiosa che in silenzio avvolge
e paralizza con la presa tenta-colare delle sue ventose.
Non poteva continuare a estenuare così la sua vita, già estenuata,
estenuante.
No, non doveva vederlo più.
“Non ti facevi più trovare al nostro treno ogni mattina! Non
rispondevi al telefono! Ma perché? Perché?!”
“Perché era finita! Finita! Fi-ni-ta! Ma tu non volevi capire!”
“Ma sì che l’avevo capito! Il gelo delle tue parole quell’unica
volta che ero riuscito a parlarti. L’avevo capito. E adesso sapevo.
Sapevo cosa mi restava da fare.”
“E cosa?”
“E me lo chiedi? Lo sai. Dovevo farlo. Non mi hai dato altra scelta.
Ma io te l’avevo detto! Te l’avevo detto che, se mi avessi lasciato,
io...”
“Ma chi l’avrebbe creduto? I soliti ricatti morali. Enormità che si
dicono in certi mo-menti, così, tanto per mettere paura... ma che poi
non hanno mai seguito.”
“Che non hanno seguito? E chi l’ha detto? Basta volere. È questione
di un attimo, un attimo solo. Non è che ci voglia chissà cosa.
Soprattutto al binario affollato di una stazione, di mattina presto.
E sono talmente tante le persone che affollano il binario 7 della
nostra stazione, ogni mattina... sono convinto che non ce ne sia una
che è una che riesca a focalizzare chi gli sta accanto. Magari ad
accorgersi di ciò che sta per accadere sotto i suoi occhi.” Parole
di ghiaccio, che percorrono come brivido i nervi di lei. Lo guarda e
si accorge del suo sguardo esaltato, disperato. E sente già la paura
farsi strada nello sgomento che l’ha presa.
“E neanche tu te ne accorgerai, ne sono sicuro. Tu che stamattina,
dopo un mese che mi hai dato il benservito, hai pensato di poter
tornare qui.”
“Ma tu non dovevi essere qui, stamattina. Non potevi essere qui.
Perché tutto era già accaduto. Non puoi immaginare cosa ho provato
quando ho saputo che tu...” Alberta si porta una mano al collo,
quasi volesse favorire l’uscita dell’aria che le sta opprimendo i
polmoni. “Mio Dio!”
“Che cosa avevi saputo? Non c’era niente che tu potessi sapere.
Perché niente era ancora accaduto!” Lo sguardo acceso di follia è
ora perso nel vuoto.“Perché tutto deve ancora accadere.”
“Ma allora...”
“Perché tutto è ancora da decidere: se io... o te. Fifty-fifty, mia
cara.”
“Che vuoi dire?”
“Quello che ho appena detto: o io o te, mia cara. Fifty-fifty.
Cinquanta per cento di possibilità...”
I convogli vanno e vengono, continuano a buttare fuori persone a
decine per inghiottirne ogni volta altrettante. Stanno sfilando
senza sosta. Lui li segue con gli occhi, pieni ora di tristezza
infinita e del vuoto che stanno fissando. Eppure la folla turbina
attorno, affaccendata, frenetica.
“Ma sei impazzito? Che dici?” È braccata, è sgomenta, sente che
l’aria le manca. Ha bisogno di sentirla impalpabile entrare dentro,
forte, ad allargare il cuore.
E vede un’altra se stessa, la donna che avrebbe dovuto essere, la
donna che non è diventata. Lontana quella folla, altrove, in un
altro tempo. Sente l’aria tersa e salubre di un luogo ignoto e
incontaminato scorrere dentro a purificare la mente gravata, il
cuore oppresso. Vede solo distese sterminate di verde davanti ai
suoi occhi. Alberi possenti intrecciano brusii di fronde sopra la
sua testa. Posa le mani su uno steccato. Un sospiro profondo. Il
vibrare della ragnatela. E lo sgomento improvviso nel minuscolo
cosmo di chi, piccolo e inerme, sta aspettando.
Lo sgomento improvviso nell’incrociare, come sguardo ostile, i fari
del convoglio che sta arrivando, il suo sferragliare indifferente e
crudele, come di gigantesco maci-nacarne. Chissà cosa avrà provato
quel cuore microscopico al limitare di qualcosa di ignoto e
inspiegabile, che non sapeva cosa poteva essere. Che poteva essere
anche la fine.
Gli occhi di lui risucchiati dal baluginare dei fari, magnetizzati
dalla figura di donna ferma al suo fianco.
“Qui, sul marciapiede del binario 7, un mattino ... di quanto tempo
fa?” chiede lui a mezzavoce. Forse sta parlando a se stesso.
“Due mesi e diciannove giorni!” gli risponde trasognata lei, come da
distanze sconosciute e abissali.
“Due mesi e diciannove giorni... Ne sei proprio sicura? Non potrebbe
essere stato prima?”
Alberta lo guarda senza capire.
“Non potrebbe essere adesso?”
Non gli risponde. Sta parlando a se stessa.
“Non l’avrei mai immaginato. Non avevo dato nessuna importanza a
quel tuo sguardo insistente.”
Lui si avvicina, tende le braccia. Vuole forse abbracciarla?
“Certo! Però la mattina dopo come l’avevi cercato, quello sguardo a
cui non avevi dato nessuna importanza!”
“Macché! Non è stata mia la colpa se la mattina dopo ti ho
incontrato di nuovo allo stesso posto, con quella stessa aria da
cane bastonato!”
“Perché io già ti amavo! Ma a te non importava niente! Ero solo un
bamboccio da aggiungere alla tua collezione di conferme!”
“Stesso binario, stesso vagone. Eri tu che mi facevi le poste, che
volevi farmi la corte, non lo negare!”
“Non è vero! Eri tu, eri tu che venivi a cercarmi, che volevi
usarmi!”
“Io usarti?! Ma che stai dicendo?”
“Sì! Sì! Eri tu che mi usavi! Eri tu che ogni mattina arrivavi
sperando di trovarmi là ad attenderti! Cercando inquieta il mio
sguardo, per continuare a nutrire la tua illu-sione!”
“Nutrire la mia illusione? Ma di che stai parlando?”
Lui la guarda, severo. Non ha più vent’anni adesso.
“Quanti anni hai, Alberta?”
“ Perché me lo chiedi? Lo sai che ...ne ho più di quaranta.”
“Di questi più che quaranta, sto parlando. Che in un attimo
diventeranno cinquanta!”
Alberta tace adesso. Ma il suo silenzio parla per lei.
“Di questo sto parlando. Dell’illusione che hai voluto continuare a
nutrire: che il tuo tempo non fosse passato, che la tua vita si
fosse fermata a un’età che ormai non ti appartiene più. L’età delle
occhiate sfacciate furtive che dicono Come sei bella! Quanto ti
desidero! E lo sguardo di un ragazzo, quello che cercavi ogni
mattina alla stazione, ne era la gratificante conferma, vero?”
Alberta sente su di sé improvviso il peso di quelle parole, degli
anni fuggiti, fuggenti, irreversibili. Delle occasioni mancate,
perdute, sprecate. Il peso di tutto. E china la testa sotto lo
sguardo grave di lui.
“Ma che ne sai, che puoi saperne tu, che hai solo vent’anni... Io
credevo...”
La testa si rialza di scatto. Lo vede più vicino a sé. Le sembra
avanzare lentamente, incalzare con passi silenziosi e invisibili.
Incombere.
“Però... però non l’avrei mai immaginato che tu...”
“.. che io?”
Alza le mani davanti al volto, quasi a nascondersi, a cercare
riparo.
“ Che tu... Oddio! Ma che fai?! Sei impazzito?! No! No! Non lo fare!
Ti prego!”
“ Non l’avresti mai immaginato che avrei avuto il coraggio di farlo,
io che non valevo niente, io che non sono mai stato capace di
prendere una decisione, di prendere anche solo un’ iniziativa!”
“Perché, non è vero forse che dovevo sempre essere io a spiegarti
cosa dovevi fare, come dovevi farlo?”
Lo sguardo di Alberta è carico di rancore.
“Già. E anche a letto, no?”
“Anche a letto, certo! Puoi negarlo, forse?”
Il rancore è diventato insofferenza. Ma lui incurante la incalza, in
un insensibile corpo a corpo. E lei retrocede ancora di più. E’
sull’orlo del marciapiede. Già le sembra di sentire il vuoto della
massicciata sotto i talloni ormai in bilico.
“Non credevi proprio che ne sarei stato capace, vero?”
“Oddio! Ma che vuoi fare?! Sei matto?! Sta arrivando il treno!
Tiriamoci indietro, ti prego!”
“No, mia cara. La mia decisione l’ho presa! E questa volta no, non
mi tiro indietro!”
È più vicino, i corpi adesso si toccano, sono un corpo solo, tende
le mani, sta per spingerla. E’ come se il terrore avesse già
prosciugato ogni residuo di linfa vitale dentro di lei. Ma proprio
nell’attimo estremo sente fulmineo il ripensamento nelle braccia di
lui, avverte lo slancio del corpo, ma non il suo, accanto a sè,
contro il convoglio in arrivo. Due corpi, un corpo solo, un solo
grido.
NOOOO!!!
Ma il treno è arrivato, si ferma. E i due sono immobili sul
marciapiede e si scam-biano un lungo sguardo.
“Che ti avevo detto? Sono solo enormità che si tirano fuori in certi
momenti. Cose che si dicono, così, tanto per mettere paura... ma che
poi non hanno mai seguito.” Parole piene di sufficienza, dettate
dalla saggezza arrogante di chi è consapevole della propria
superiorità.
Lui tace, schiacciato forse dalla presunzione di lei e dall’evidenza
dei fatti. Ma Alberta sbarra gli occhi: l’agnizione improvvisa
riempie ora di sgomento le parole.
“Ma tu... tu non dovevi essere qui, stamattina! Non potevi esser
qui!”
“E perché?”
“Perché tutto era già accaduto.”
“No, mia cara. Niente era ancora accaduto! Tutto deve ancora
accadere.”
“Ma allora...”
“Tutto è ancora da decidere.”
“Ma allora...”
“Tutto è già deciso.”
“E chi, chi l’avrebbe deciso?!”
“IO! Sì, io l’ho deciso!”
“ E con quale diritto? Non puoi essere certo tu a prendere decisioni
per me!”
“Che vuoi dire? Che vorresti essere tu a decidere anche per me?”
Tacciono entrambi, per un attimo confusi, storditi, come quando non
si comprende.
“Non c’è niente che possiamo decidere, né io né te.”
“Niente da decidere, né adesso né qui.”
“Né ora né mai.”
Il silenzio scende tra loro. Non riescono a dirsi più niente. Perché
ormai non c’è niente che possano dirsi. Ormai le loro esistenze sono
risolte nel solipsismo di entrambi.
Sospesi in un luogo inesistente. In un tempo che non c’è, che non
c’è stato, che non ci sarà mai.
Ma ora devono affrettarsi a salire sul convoglio, a prendere posto.
Il treno sta per ripartire.
© Maria
Grazia Greco, da ”Fatti impuri”
Il libro
Può
l’archetipica storia della giovane fanciulla cresciuta in un
collegio di suore, rimasta orfana, frodata dalla matrigna, ingannata
e sfruttata dagli uomini, ferita nell’amore e nell’orgoglio, può una
storia così colpire ancora l’attenzione e la sensibilità del lettore
moderno?
Sì, se a raccontarla è Maria Grazia Greco, che con attenta analisi
psicologica porta alla dolorosa coscienza di tutti noi i sogni, le
illusioni, i dolori, le frustrazioni di Alberta, la protagonista,
ragazza bella e sfortunata, cresciuta nella gabbia dorata di un
collegio di suore, con il sogno e l’amore incondizionato per il
teatro, dove è possibile vivere un mondo alternativo alla realtà,
dove basta un vestito di finto raso e stelle di cartapesta tra i
capelli per divenire un’altra persona, vivere un’altra vita,
migliore, più bella.
Ma la ricchezza di questo libro non sta solo nel destino triste,
doloroso, crudelmente prevedibile della protagonista, quanto
nell’originale struttura narrativa.
L’andamento del racconto è ellittico, i ricordi tornano, le
sensazioni tornano, le frasi si ripetono, ogni volta ampliandosi,
arricchendosi di senso, di contenuti. La sapiente alternanza di
presente e passato, di riflessioni e flussi di coscienza non solo
racconta, ma fa vivere a noi lettori, sulla nostra pelle, nel nostro
animo, i pensieri di Alberta, le sue paure, i suoi sentimenti feriti
rendendocela più vicina.
E così la lotta di Alberta per emergere, per entrare nel mondo del
teatro e vivere la vita a cui aspira e per la quale ha tanto
sofferto, diviene la nostra lotta, il destino di Alberta, moderna
Ifigenia, votata al sacrificio di sé, diviene il nostro destino, in
ogni singola tappa, dalle illusioni iniziali fino all’amara presa di
coscienza finale, come le stazioni di una terrena via crucis a cui
la brutalità del mondo reale ha tolto impietosamente ogni aura di
sacralità. (Danilo Vitali)
Note biografiche di Maria Grazia Greco Maria Grazia Greco è nata a Roma,
dove dirige l’Agenzia letteraria Mondolibro. Laureata in Lettere
all’Università La Sapienza, svolge attività di consulenza per Case
editrici e conduce corsi di scrittura creativa. Ha pubblicato numerosi libri:
“Hopi- l’inidividuo come soggetto e come oggetto di rito”, “La
stanza in fondo al tempo”, “Vite in gabbia”, “Le parole sono mie”,
“Vietato esistere- Monica G., una storia di mobbing”, “Dal
territorio del diavolo”. È autrice dei ‘corti’ teatrali
“L’età tradita” e “Hanno affondato il Castelfidardo”, nonché
dell’atto unico “Fifty/fifty - al binario di una stazione”.
Email: info@mondolibro.net
M. Grazia Greco,
"Hanno affondato il
Castelfidardo" |