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L'intuizione
lirica, di questa raccolta di poesie della giovanissima Marcella
Boccia, non sì cristallizza tutta in immagini, ma ne trascende la
particolarità nel canto, che le avvolge di un alone aereo,
esprimendone quella spiritualità più profonda, che la
rappresentazione concreta non bastava a dare.
A chiarire meglio queste osservazioni, e a prevenire l'obiezione di
chi noterà come nell'analisi sembra che io dia maggiore risalto
all'elemento pittorico e a quello musicale, ricorderò che il
Botticelli fu chiamato pittore essenzialmente musicale, perché
appunto il fascino dell'opera sua, come di quella del nostro poeta
donna, non sta solamente nella perfezione del verso, nell'eleganza
del colorito, ma in quel soffio lirico che sembra investire tutte le
sue figurazioni: oggetti e colori, sostantivi ed aggettivi staccati
si fondono misteriosamente nella melodia del verso in unità ritmiche
- musicali.
Provate a scomporre certe strofe di questa raccolta, e vi parrà che,
non resti altro se non, una teoria di parole affastellate, invece, i
particolari si unificano in perfetta visione d'insieme; e l'unità
stessa delle liriche sembra essere come riposta in quell'atmosfera
di limpido azzurro, nella quale si formano e dileguano rapide le
visioni variopinte: niente d'inafferrabile e misterioso, un
atteggiamento costante verso la realtà; stato d'animo che è
contemplazione, ora beata, ora adirata del mondo.
Contraddizioni apparenti che ci aiutano a penetrare il fondo della
poesia di Marcella Boccia che, si scopre come continuità nella
discontinuità, ricerca di toni nuovi ma in sostanziale accordo con
una forse, precedente esperienza.
Più attenta a definire la fisionomia complessiva, la scelta di campo
operata dal poeta, ed io porrò l'accento sugli elementi innovatori,
polemici, dell'operazione, per mostrarvi una Marcella Boccia
incamminata, verso l'anticipazione della moderna poesia.
Infatti, la raccolta parte da un punto di vista metafisico, come se
l’uomo si trovasse già sulla cima del Purgatorio, nell’attesa della
chiamata Divina e godere finalmente quella pace interiore, per non
vedere più i solchi lasciati sull’anima dalle impronte digitali; per
non sentirsi più incatenata, come Andromeda alla roccia, in attesa
di essere liberata da Perseo, all’antico carro di Tespi:
«Tutta la mia Vita
su un titanico leggio
Sacerdote in fasce
altare sconsacrato
Sancta sanctorum
di un popolo ingrato»
La nostra ha individuato la tradizione autoctona, lucidamente,
soprattutto da un punto di vista etico e tematico, prendendo lezione
da Dante, da Leopardi, da Foscolo, senza disgiungersi dalla salda
presenza d’autori fondamentali come Shakespeare, Browning e
Baudelaire.
«Spalanca le sue fauci
di sapienza scaturigine
Incrocia le gambe il santo
si eleva Illuminato
Larvata prigionia
questo ambire libertà»
Il problema non si pone quindi in termini di rottura, ma piuttosto
dal punto di vista di un confronto fra codice tradizionale e quel
complesso di procedimenti antitradizionali che, sullo scorcio del
secondo decennio del Novecento, già costituivano in qualche modo un
nuovo codice.
In tale modo Marcella Boccia si colloca proprio nel solco della
nuova poesia, caratterizzata esattamente da un programma di
rivisitazione; anche se manca, purtroppo, un'analisi approfondita
della poesia italiana del Novecento, e soprattutto un disegno serio
e critico riguardante almeno i nomi più in vista come quelli di
Campana, Saba, Ungaretti, Quasimodo, Montale, Selvaggi, Saya, Remil
e Santamaria; anche se ogni volumetto di poesia pubblicato oggi, è
sempre preceduto da un'interessante prefazione: non è il mio caso.
Oggi per la verità, certi pseudo editori pubblicano libri di poesia
che tali non sono: sono opere di seconda mano, che svolgono funzione
piuttosto di disturbo, o, se vogliamo essere sinceri fino in fondo,
di zavorra che porta a fondo la vera poesia. Non solo, ma manca la
discussione, manca la serietà a tal punto che sorgono dubbi
divertenti; per esempio come mai si parla sempre e solo di poeti
laureati e mai di poeti emergenti? Per il semplice motivo che ho
accennato: troppa zavorra.
«Cammino su quel letto
senza esitare
urlando al caldo vento
la millenaria paura del buio»
A sbalzi appaiono spunti di un pessimismo solitario che l’autrice
non tenta minimamente di nascondere, anzi, lo sottolinea, ne rende
concreto l'originalità e non dimentica il suo ruolo di Vate, pur
sapendo che non si vive solo di poesia, oppure che la poesia è
dappertutto, dovunque si guarda.
Allora cercare, le risposte alle domande principali del nostro
tempo, nella dimensione poetica del mondo e della vita è sempre più
fruttuoso quando si cercano sulla faccia delle persone che incontri,
negli occhi terrorizzati dei bambini, nello sguardo preoccupato dei
genitori sull’avvenire dei figli, che non cercarle nella terra
battuta dai carri armati e assordita dai fischi dei missili nucleari
...
Sono giunto alla conclusione di questo mio breve - lungo viaggio
nella poesia di Marcella Boccia, dove ho trovato finalmente la
speranza; perché la poesia di Marcella Boccia è in cammino per
trovare la fortuna di essere letta come merita, perché non è
necessario avere la poesia per pane quotidiano, come si sognava
qualche tempo fa, ma di consumarla almeno per la festa.
© Reno Bromuro
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Marcella
Boccia, Impronte digitali sulla mia anima
Prefazione di Reno Bromuro
Spring Editore, Caserta - pagg.87, € 10,00
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