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Letizia Lanza, antichista,saggista,poeta

FRANCO SANTAMARIA

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CRITICA-SAGGISTICA / LETIZIA LANZA


Le siciliane: così sono se vi pare *

Il pregevole volume – da poco uscito presso l’editrice di Cristina Daglio nella collana di saggistica “Crinali”, diretta da Alessandro Carrera (Università di Houston, Texas) – si inserisce bene nel ricco filone di ricerca dei Womens’ Studies, noti anche come Gender Studies o Feminist Studies, ossia a dire il settore accademico interdisciplinare che sempre più felicemente e consapevolmente esplora il mondo della politica, della società, della storia in una multiculturale prospettiva femminile. Concepito in America nei tardi anni Settanta del Novecento come corso a sé stante, svincolato dagli altri dipartimenti del San Diego State College (ora San Diego State University) e del SUNY-Buffalo, sullo scorcio del ventesimo secolo si è moltiplicato in analoghi corsi presso università e college ovunque disseminati (nel 2007 se ne contavano ben 576), coinvolgendo con il procedere del tempo numerosissime autrici (e autori).
Una nutrita serie di ricerche che mettono comunque in luce il pianeta-donna, già per secoli e secoli ostinatamente oscurato, e dalle quali nascono di continuo iniziative anche in terra italica – nel campo della pittura, per esempio, penso alla mostra Eroine Invisibili (nuova edizione di Storie di donne, Napoli 2008), che si è svolta con successo fino al 29 maggio scorso presso la Pinacoteca Gianquinto di Bari. Grazie alla sinergia tra due enti territoriali del nostro Sud, le Province di Bari e di Napoli, la rassegna ha ospitato una settantina di quadri dipinti da autori pressoché esclusivamente maschili (tra gli altri, Luca Postiglione, Giuseppe de Nittis, Augusto Licata), selezionati dalle curatrici Clara Gelao e Luisa Martorelli al mirato scopo di riassumere «un secolo di ruoli e modelli comportamentali femminili dall’Unità d’Italia alla metà del Novecento, ponendo l’accento sull’iniziale scarsa visibilità sociale delle donne ma anche sulla loro progressiva affermazione. Storie minuscole di silenzi e dignità contadina, esempi morali e civili di stampo borghese, ma anche – enfatizza Isabella Brega nel suo puntuale resoconto – vicende eroiche di patriote ed eroine risorgimentali e, nel secolo scorso, l’affiorare di inquietudini e solitudini destabilizzanti. Valori umani e familiari che vedono nelle madri, nelle mogli, nelle figlie e nelle sorelle il perno di intere generazioni. L’amore, l’eros, l’Oriente e l’Occidente, il lavoro, la lettura, gli affetti», ma pure «la vanità e i piaceri femminili», risaltano nella loro «disarmante verità» (quiTOURING, febbraio 2008, p. 108).
Una mostra, dunque, dedicata alla celebrazione delle donne del Meridione d’Italia – figure forti sagge pazienti, ma anche inquiete vivaci intraprendenti – alla quale per altro ha partecipato una sola pittrice, Tina Laudati.
Analogo spirito di ri-scoperta/appropriazione della muliebre genealogia informa il consistente volume Le siciliane: così sono, se vi pare, a cura di Giovanna Summerfield – docente associata presso la Facoltà di Lettere e Lingue Straniere di Aubum University (Alabama) – che ospita parecchi contributi, debitamente annotati, di studiosi di entrambi i generi ma in un rapporto numerico rovesciato rispetto alla manifestazione barese, in quanto una sola firma maschile (Robin Pickering-Iazzi, University of Wisconsin, Milwaukee) sta a fronte di 7 firme femminili: oltre alla curatrice, intervengono infatti Susan Amatangelo (College of the Holy Cross, Worcester - Massachusetts); Claudia Karagoz (Saint Louis University); Elise Magistro (Scripps College, California); Elena Frasca, Silvana Raffaele e Rita Verdirame (Università di Catania).
Come scrive Summerfield nella Prefazione, il profilo che emerge da alcune precedenti opere di consimile tenore – per esempio, Donne di Sicilia di Santi Correnti (1990) o Siciliane, dizionario biobliografico realizzato da Marinella Fiume con un collettivo di oltre 160 studiosi (2006) – «è quello di donne intelligenti, savie, persistenti, creative, innovatrici e forti, in ogni senso, nel senso emotivo e in quello fisico» (p. 5), e si delinea a partire dalla poeta Elpide (VI secolo d.C.) per giungere fino agli anni contemporanei, con le donne orbate dei più profondi affetti familiari dalla criminalità mafiosa, passando attraverso le pugnaci protagoniste del Vespro (Palermo 1282), le antesignane femministe del Settecento o la tormentata Capinera di Noto, al secolo Mariannina Coffa (1841-1878). Per non dire delle molte vittime del maggiorasco o, per altro verso, delle donne impegnate nelle attività lavorative dell’Ottocento, la più parte faticose e malpagate, concentrate sopra tutto nel Siracusano degli anni Trenta.
Né d’altronde, sul versante del privilegio, mancano i ritratti di (pre)potenti nobildonne o di energiche padrone di casa, cui fanno da contre partie talune artiste talentuose e di fresca inventiva – come, dei giorni nostri, Carmen Consoli. A lei appunto Summerfield rivolge una brillante scrittura (In bianco e nero: fiori d’arancio e condoglianze per le Penelopi di Carmen Consoli), evidenziando per esempio che, «dalla tradizione greca», la cantante «rispolvera e giustifica atteggiamenti riscontrati nei suoi personaggi»: non solamente l’accorta «Penelope e la sua tela (è interessante la coincidenza che Consoli abbia donato i frutti del suo concerto ad Asti all’associazione Penelope di Messina che ospita donne extracomunitarie, abusate, senza lavoro, senza un domicilio fisso) ma anche Dionisio e il suo eccesso, la sua sensualità, l’onirico Morfeo e la sua complicità con i mortali, la sommersa Atlantide che sopravvive malgrado la mancanza di ossigeno, malgrado le insidiose correnti, in fondo agli abissi tra antichi splendori, ma anche e soprattutto, il Narciso dalla doppia identità che riesce ad inventarsi, trasparenza e mistero, e l’Orfeo che incita al risveglio ma che è soprattutto malato. Se da un lato – afferma la studiosa – Carmen Consoli ci presenta i problemi dell’essere donna in Sicilia, ci dà anche un vivido ritratto della malady maschile, celati da una falsa padronanza, manie di grandezza che camuffano un senso di inferiorità (in fondo anche Verga e Messina hanno dimostrato la disparità di tenacia e controllo tra Pina e Nanni, Vanna e suo marito); gli inganni e le menzogne del Sig. Tentenna, un uomo che non sa decidere, costano anche la felicità della moglie e della figlia» (p. 140).
Apprezzabili e stimolanti pure i contributi delle altre autrici, rispettivamente dedicati al silenzioso lavoro femminile nella Trinacria, specie orientale, del diciannovesimo secolo (E. Frasca); ai processi nullitatis professionis di epoca moderna (S. Raffaele); all’ultima dei nobilissimi principi Salina (S. Amatangelo); alla monacazione coatta come risulta dai documenti e dalla narrativa (M. Verdirame); ai rapporti tra letteratura e migrazione in Maria Messina (E. Magistro); all’abilità nell’arte fotografica di Letizia Battaglia (C. Karagoz).
Tra tutti, un cenno particolare merita il saggio intitolato “E la sventurata rispose”. La monacazione forzata tra documento d’archivio, memoria autobiografica e racconto d’invenzione, di cui già l’incipit risulta illuminante: «Sconfinato è il regno di Dio; chiuso da invalicabili frontiere il mondo delle sue monache: alti muri delimitano il locus conventuale, solide barricate segregano l’anima dolente delle forzate del chiostro. Pregiudizi e divieti, interessi e delusioni, ma anche consuetudini introiettate, fragilità psicologica e ricatti affettivi, fughe indotte verso gli illusori paradisi dell’ascesi e del silenzio, pressioni irresistibili per assecondare i miraggi di una stasi spirituale pacificante, dopo il turbinio delle passioni mondane, dei rimproveri acuminati, della paura dell’esclusione dal perimetro affettivo parentale: è questa la preistoria di tante religiose senza vocazione, che nella Virgina Marianna de Leyva, la Gertrude manzoniana, la Signora dal volto pallido ed enigmatico, trovano la loro raffigurazione apicale. E, ancora, amori colpevoli, desideri sbagliati, leggi sociali impellenti, ineludibili esigenze economiche, strategie di potere…». È quindi a queste «protagoniste ribelli, vittime dell’epifonema della monacazione forzata e combattenti, solo a volte vittoriose, di una battaglia di idee nel segno della libertà individuale», che Verdirame vuole dedicare la sua indagine, benché «ancora in fieri» (p. 64).
Nitide pagine in cui, tra le tante presenze reali o fittizie, spiccano le «monache-autobiografe»: donne «più o meno colte ma mai sprovvedute», che appassionatamente mediano «tra verità e identità, testificano e accusano, supplicano e si appellano, armonizzando toni elegiaci e passi polemici di tono pamphletistico, brandendo l’arma della dialettica e adottando gli efficaci strumenti di un suasivo bene dicere, come rivela la paradigmatica memorialistica della veneziana Suor Arcangela Tarabotti (1604-1652), novizia sedicenne che professò i voti definitivi nel 1623; della monacata ma indomita Camilla Faà, monferrina nata nel 1599, sposa segreta di Ferdinando Gonzaga nel 1616, sacrificata alla ragione dinastica e claustrata nell’eremo ferrarese del Corpus Domini nel 1622, dove morì nel 1662; della patriota partenopea Enrichetta Caracciolo (1821-1901)». Testi accorati e vibranti, intesi a «certificare sul piano istituzionale i maneggi della gerarchia ecclesiastica in combutta con l’autorità genitoriale» per avallare e perpetuare l’uso della monacazione imposta, «notificando al mondo intero sulla stampa, in più lingue, l’iniquità di questa condizione; e, sul piano personale, a trovare sollievo nello sfogo e tentare di convincere i giudici ad aprire le porte del carcere che imprigiona corpi e anime» (pp. 70-71).
Quanto poi all’unico contributo maschile del volume, Le donne e l’inventiva delle testimonianze antimafia di Robin Pickering-Iazzi svolge la partecipata analisi di «tre opere, selezionate perché illuminano la diversità creativa con cui le donne inventano sempre nuovi concetti ed espressioni testimoniali antimafia. Rappresentando generi diversi, i testi includono i frammenti dal diario e dall’autobiografia della testimone di giustizia Rita Atria; le testimonianze di Pina Grassi e di Barbara Cittadini raccolte in No al pizzo, a cura di Gabriella De Fina; e il documentario Storie di resistenza quotidiana, a cui hanno collaborato la scrittrice Daniela Gambino e il regista Paolo Maselli». Il tutto, utilizzando tra le «diverse chiavi di interpretazione che sarebbero produttive» quella specifica della testimonianza, per indagare in quali modi siffatte opere attestino «ideali, valori e pratiche di resistenza antimafia nel quotidiano, creando la possibilità di promuoverli fra i lettori e gli spettatori» (p. 101).

© Letizia Lanza

* Le siciliane: così sono se vi pare, a cura di G. Summerfield, puntoacapo, Novi Ligure (AL) 2011, pp. 152, Euro 15,00

 

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