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Sono i passeri che mi svegliano
nella prima luce,
quando ancora il grido incontenuto dei gatti
ha voce di bimbo in pianto lungo.
E io per breve un morto mi figuro
in una tomba smisurata e nuda,
nella solitudine di fosso profondo di timpa,
dove l'eco risponde
a musica d'aria d’altri luoghi,
dolce e triste;
e sono così nero, così gonfio.
In questo frantume di terra
la notte è letargo affannoso
che si perde nel supplizio della veglia.
Sono stanco di toccare sulle carni
il segno della miseria,
d’indovinare sulla bocca il gemito
dell'angoscia soffocata, il fluire delle lacrime
nelle mani bruciate dalle piaghe.
Giovinezza, tesa nello spasimo,
luce dalle tenebre mai ti sciolse, mai.
Intanto silenziosa
vai per la tua strada, vana parola
soffiata nello spazio.
Poco ti sussurrano ormai
gli usati passi, l'eguale schermo delle creature
e Agri e Sinni nella loro arsura,
mentre le coste assalgono
capre in cerca di olivastri.
Diversa sorte non avrai.
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