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Vivo in te, nella tua fisicità
assente;
nell'impalpabile rete deponi
l'essere tuo,
tesori di perle e dita di corallo
che salgono alla mia bocca
tremante.
Occhi di luce
spingono migrazioni in disarmati
innocenti
silenzi.
Si posa
su piccole culle marine
il grido dell'albatros. Rompe
il maestro d'orchestra il diapason
spento
contro le coste delle agavi,
dove calici fossili vagano.
Qui lievitano le palme
riverberi di sole
per le fragili resistenze del mio cuore triste.
Continuo ad amarti
e per questo amore,
negato,
libero cavalli
a dolcezze di praterie stellari,
canto in un coro di voci bianche e basse
come di sirene ubriache.
Brevemente.
A seminare il ricordo di te
come frumento nell'ansia dei miei fiumi.
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