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Arrigo Colombo

FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

POESIA / ARRIGO COLOMBO


da “Sull’estrema soglia”
 

Arrigo Colombo, Sull'estrema soglia Arrigo Colombo
“SULL’ESTREMA SOGLIA” - poesia
Prefazione di Guido Oldani
LietoColle, Collana Il Graal
ISBN 978-88-7848,625-6, pp.62, € 13,00


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LietoColle
Via Principale 9 – 22020 Faloppio (CO)
Tel./fax 031 986292
www.lietocolle.com - michelangelo@lietocolle.com


Dalla serie
“CANZONI”

In morte della madre

1
«Venite aiutatemi a piangere»
venite «figlie» venite voi tutti
che in silenzio nel letto vi consumate esausti
e piangete la vita che vi sfugge, voi
che nelle capanne povere il giorno consumate
senza speranza, voi che la colpa
ha piegato piagato, la pena,
che la guerra ha straziato, popoli
schiavi poveri dolenti, dolore del mondo
che nei secoli si trascina immutato
irredento, pianto d’uomo inconsolabile,
delle cose tutte finite caduche fragili
pianto silenzioso

«Venite aiutatemi a piangere» oggi
che la lama cadendo lucida affilata
ha reciso il legame più dolce
che mai conosca uomo il legame
più tenero e il bambino solo
vaga nel mondo, sperduto vaga
nella notte del mondo, sperduto
vaga il bambino

Venite dunque pietosi un giorno
un’ora soltanto voi tutti uomini forti
uomini duri che il pianto sdegnate
la forza ignorate di quel pianto
che la vostra durezza può infrangere
la parola ignorate
                              parola tenera
«beati quei che piangono»
                                           parola sublime


2
Nel volto si disegnava pallida
un’immensa infinita stanchezza
di vivere
               sereno il volto
ma stanco di vivere, stanco,
del respiro il peso, della vita
che il respiro trascina a stento
ad ogni respiro un peso intero enorme
di vita che a stento ancora si trascina
sosta a ogni passo
                               Il volto proteso a cogliere
un respiro ancora, d’aria un soffio un alito
le labbra protese il volto, gli occhi già quasi spenti
ma in ansia ancora spaurito il volto un estremo
pallido ardore di vita quando il respiro
si fermò, sostò in paura l’anima
si scosse le forze stremate raccolse
il più profondo disperato anelito
un brivido enorme, di vita una fiamma
cupa ardente, alzò un grido

Così piangendo partiva l’anima
gridando alla notte al freddo
al gelo che livido l’invadeva alle cose
che non sono
                       Sul confine ambiguo
d’essere e nulla il grido
s’alzò tre volte, suggellò il numero sacro
la volontà di vita inflessibile
Accettò la sua sorte
                                 Si compose
nel silenzio immobile


3
In nera veste in nobile colore
la tua festa, in colore di notte
l’abito, del tessuto la maglia
t’avvolge morbida, sul petto la voluta
morbida scende, l’eleganza
tua schiva
                  In argento di capelli
in fine terso colore d’argento
l’onda t’avvolge morbida il capo
argento fino passato al crogiolo
puro nobile argento di capelli
ondulati appena sobria l’eleganza
tua di sempre

Silenziosa stavi adagiata composta
e il volto splendeva di una bellezza
antica di tenue luce
                                  Schivo lo sguardo, pensoso
e mite nel volto un calore resiste
un pensiero inespresso

L’omaggio accogliesti
di amore e pianto e ricordi e dolcezza
di pianto e amore
                              In rosso di garofani
la stanza ardeva


4
Entrammo nel giardino e si udirono
i passi sulla ghiaia, nel silenzio
il passo degli amici, la parola
mormorata a se stessi e il trepido
batter del cuore
                          Nell’aria un sussulto
lieve, di tepore una carezza
di trepido amore le cose sfiorava
di sole caldo e luce un presagio
Era in fiore il giardino le aiuole
di fiordicroce colme e fiordiricordo
e fiordisperanza e altri ancora
che il tempo coltiva e l’uomo, là dove
nel silenzio fioriscono croci
e volti immobili
                           È piccolo il giardino
e s’adagia nei campi si sazia
di campi e verde e cielo immenso
e tutti si conoscono si salutano
i vecchi amici


5
Ma tu il saluto accogli madre
accogli il saluto del figlio
prima che lasci il giardino
madre o madre prima che il sole
inizi il declino, madre il nome
o nome accogli il saluto del bambino
prima che passi il giorno
ultimo nostro madre accogli il pianto
il singhiozzo il grido estremo

Qui l’aria è tersa e persiste
dolce un’ora, la sera attende
e s’ode un canto lontano, nel paese
piccolo antico un canto, nell’aria tersa
risuona nella sera un canto lontano

La vita qui non ha fine la luce il giorno,
calmo nei campi l’uomo, nel bosco l’acacia
dolce, il profumo l’ombra, la terra nel viottolo
morbida, liscia la strada, i ciottoli
lisci, il piede dell’uomo scalzo ancora
Qui la notte traspare di luce profonda, il cielo
in luce profonda splende, in silenzio
arde il cielo
                    nella notte immenso
il silenzio quando il vento è calato
e dorme il cane l’amico dagli occhi
tristi buoni, le case dormono, le cose

Nella notte riposa madre composto
il corpo il volto gli occhi le mani
carezzevoli
                   Nella notte vivi madre
sorgente di vita dono di vita immenso
nella morte vivendo oltre la morte
di vita potenza incomparabile


6
Di vita mi s’inebria l’anima
di stupore trasale su la soglia
dall’orlo dell’abisso strappata
dal torpore destata
mentre smarrita mi guardo e cerco
un fiume di vita m’investe
di vita un torrente mi sommerge
e affondo in un mare senza fondo
bevo vita affogo di vita
dall’immenso portata, effusa
nell’immenso

Di amore ardo, di fuoco
una tempesta un turbine mi ha invasa
e un altro in me ama di cui ardo
«il mio diletto tra i gigli» di fiamma candidi
nel suo mare di fiamma mi consuma

Di gaudio esulto colma
dal mio amore colmata
dall’intimo dov’egli m’incatena
sale il gaudio e mi vince
come un brivido m’agita, un lampo
da ogni punto dell’essere mi scuote
uragano del cuore in delizia
grido di gaudio estremo inaudito indicibile

Silenzio d’estasi, silenzio
là dove egli solo parla
egli il Signore


Dalla serie “VARIAZIONI”

Sul tema della luna cadente

1
Sull’orlo del cielo la luna rotolava stanca
sfinita da una fatica di millenni milioni d’anni,
limpida l’ombra della sera, distesa appena
nel cielo, e la luna rotolava giù lungo l’orlo
obliquo stanca di una fatica che da miliardi d’anni
perdura, fatica di ogni giorno ogni notte, esausta
ormai, mentre il tempo la sospinge inesorabile,
il moto, su giù per il cielo a salire scendere
salire ancora ogni notte ogni giorno lanciata sospinta
da mano invisibile
                               Sfinita ora sull’orlo sosta, impotente
rotola giù per la china, sfinita sdegnata
verso l’abisso rotola, il vuoto


2
Sull’orlo del cielo la luna stanca sfinita
sostava immobile pallida esausta, l’ombra
limpida della sera calava lenta e la luna
immobile sul ciglio estremo, pallida, perso
lo splendore suo di sempre, la luce di perla
e argento e limpido etereo fuoco, limpida
luce argenteosplendente che le stelle spegne, l’incanto
che dell’uomo attrae alto l’occhio il cuore e stupisce
e rapito di gioia piange quando alta lucida
luminosa in estasi domina il cielo
                                                         Splendore
consunto dissolto infine nel tempo, la luna infine
pallida esausta sosta immobile, rotola lenta
sul ciglio obliquo, nell’abisso precipita, nel vuoto


3
Sull’orlo del cielo la luna si sfaldava si sfasciava
si dissolveva in frammenti che solo un attimo ancora
di luce splendevano tenue opaca, in cenere grigia opaca
in polvere nera dissolta dispersa come un fiume scorreva
nero, fiume di polvere nera lungo la china
obliqua, là dove ogni cosa finisce, cose belle
brutte, grandi piccole, bellezza che incanta
l’uomo e stupito rapito si estasia, di desiderio brucia
arde, voluttà, bellezza di un volto di un corpo rapisce
consuma l’uomo
                           Nel cielo delle cose che splendenti muoiono
la luna si sfaldava si sfasciava, in polvere cupa splendente
si dissolveva, nell’abisso precipitava, nel vuoto


4
Sull’orlo del cielo la luna era ormai soltanto
una traccia indistinta, sul nero del cielo
un’orma nera, un’orma indistinta impalpabile, un ricordo
forse, un passato impresso nella storia del cosmo
che nessuno legge nessuno sa, ora che l’uomo è scomparso
la terra dissolta scomparsa le stelle gli astri che di fuoco
di fiamma in cielo splendevano intatti sempre,
ma il tempo li consumava, inesausto inesorabile
li divorava
                  Nero il cielo, cupo nero denso
caligine nera densa distesa ovunque, polvere
di luna nera densa, polvere stellare densa impalpabile
dispersa racchiusa nel cerchio del cielo rotola
nell’abisso precipita, nel vuoto


Nota
“Chiamo «canzoni» una prima serie di poemetti, e «variazioni» l’altra forma della mia poesia, di cui ho pubblicato una silloge dal titolo appunto Le Variazioni (Campanotto, 1998; ma anche una silloge Le Canzoni, Ivi, 2006), e che si attengono a un modello formale più rigoroso, di solito in quattro quadri o tempi, in cui la variazione si sviluppa e si consuma; un modello di derivazione musicale. Le canzoni sono invece più libere, anche se talvolta vi ricompare la variazione, in qualche modo. Ma tutta la poesia è canto, e la parola canto ricorre in tutta la sua storia: si pensi anche solo ai Canti di Leopardi.
Gli Inni alla notte sono stati concepiti leggendo e rileggendo quelli di Novalis, e saranno in tutto una ventina.”

© Arrigo Colombo

Il libro
Prefazione di Guido Oldani:
Come il poetare dei filosofi greci, così dal pensiero e dalla ricerca sull’utopia, dall’assiduo meditare sul tempo e sulla storia umana, nascono questi testi e versi di Arrigo Colombo.
Il suo punto di vista, la traiettoria del suo pensiero e del suo canto, muove come a volo d’uccello, nei momenti bassi, nei momenti della levitazione, nel punto di fuga in cui s’inerpica nell’alto. Allora, la sazietà cosmica della percezione sale dal dettato di T.S.Elliot fino a quello, quasi fantasmagorico e potentemente inafferrabile, di William Blake o della Genesi.
Come un Rilke che voglia accompagnarci lungo la sua passeggiata duinese per il godimento di vedere dall’alto le schiume e i blu del mare, laggiù molto sotto, così queste canzoni, e poi queste variazioni ed inni, ci vogliono assistere nel nostro precipitoso osservare, su su fino al tentativo telescopico e metafisico.

Eppure i temi sono semplici, affabili ed essenziali come l’alfa e l’omega dell’esistenza umana.
Arrigo Colombo crea una trasversalità nei testi poetici, grazie alla quale passa da un componimento all’altro, anche mediante la ripetizione di semi veritativi, di immagini essenziali e folgorate, che tornano allevianti o incombenti come in una coazione a ripetere, che è la stessa della rotazione e della rivoluzione del sistema planetario
Una poesia colta, ma che non ha bisogno di tradire alcuna citazione. Colta, perché sa sostenere l’architettura dell’infinito o lo sprofondare nel nulla senza alcun affanno, senza difficoltà di strumentazione verbale.
Ci si trova in un respiro wagneriano, che all’improvviso si essenzializza fino a diventare uno spartito di Mozart. E pare di vederli i grandi spiriti del ‘900, come Karl Barth e Von Balthasar, graziosamente contendere sul passaggio dalla Cavalcata delle Valchirie ai concerti dei rispettivi autori, qui in questi poemetti rigorosi che andiamo ad elencare. Così, come quaternari sono gli elementi che costituiscono la realtà intera, in questi testi sono i quattro quadri, ricorrenti; e Adamo è come il sorgere del sole, mentre l’amata madre che ci lascia è come la luna che scompare nel cosmo alla fine dei tempi.

Il filosofo rinvia al poeta, questi al profeta, e questi ancora a pochissimi testimoni, che sono i protagonisti; che sono pensosi, e vivono di luce e di penombra, mentre la colonna di fuoco del canto corale e serale degli uccelli sembra essere una marcia da requiem o una sinfonia epifanica nella labirintica storia dell’uomo.
E tutto questo non può che trovare il suo spazio all’interno del burrascoso ondeggiare del tempo che, qua e là, va a manifestarsi fin nella sua totale pienezza al lettore.
Una poesia, questa, che, nella sua essenziale ricerca, nulla concede al prevedibile.
Siamo nell’ossigeno d’alta montagna, che non può non far sgorgare zampilli di chiare e fresche acque sorgive.


L’Autore
Arrigo Colombo, lombardo, attivo in Puglia come filosofo nell’Università di Lecce. Nel 1985 ha aperto con alcuni amici nella stessa università un Laboratorio di Poesia, luogo spirituale d’incontro confronto scambio dei maggiori poeti salentini; e fondato con loro un giornale di poesia, «l’incantiere»; e sviluppato quindi un’intensa attività di letture e spettacoli, in particolare Salentopoesia, festival annuale di poesia con musica e danza. Ha scritto di solito su «l’incantiere»; ma anche su «L’Albero», «l’Immaginazione», «Il Bardo», «Confini», «Italian Poetry Review» (dove sono usciti Il viaggio e la variazione Sul coro degli uccelli la sera).
 


 

Arrigo Colombo, Canzoni: Il viaggio (ridotto)

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.