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Lucia Visconti Cicchino

FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

NARRATIVA / LUCIA VISCONTI CICCHINO


L'Eco Rossa

Lucia Visconti Cicchino, L'Eco Rossa

Lucia Visconti Cicchino
L'ECO ROSSA
LILT/Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori
Viale A. Volta 173 – 50131 Firenze
Tel. 055 576939, Fax 055 580152
info@legatumorifirenze.itwww.legatumorifirenze.it
c/c postale 12911509

I proventi raccolti grazie a questo libro sosterranno le attività e i progetti della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori – Sezione di Firenze - onlus
 


“Da dove vieni?”

- Da dove vieni, tutta elegante? - chiese sorridendo la Rosy, incontrandomi sulla soglia di casa.
- Da farmi diagnosticare un tumore alla mammella – risposi con cinismo.
- Ma come? Ti vedevo così bene dopo l’allattamento!
- Già. Ciao. A presto.
E salii le scale, lasciandola attonita: fisso negli occhi, lo sguardo smarrito della dottoressa in erba, spiazzata dall’agoaspirazione fallita all’apparente grossa cisti; il suo disagio, la richiesta immediata della mammografia. La gola inaridita.
Aveva ‘menato il can per l’aia’, consigliando di togliere la neoformazione per prudenza, mentre l’infermiera chiedeva l’indirizzo del medico curante.
Mi convinsi della ‘verità’, pietosamente nascosta ad una donna di trentacinque anni.
La parola ‘tumore’ interpretata da me come ‘cancro’, suscitò in famiglia la speranza di un fibroadenoma. Impossibile accogliere la peggiore delle ipotesi, anche se non restavano molti margini alla tesi contraria: il bisogno di difendere un proprio caro dalla malattia è innato.
Non molte parole… “Si vedrà, stai tranquilla. Lasciamoci consigliare dal dottore. La patologia della mammella è molto diffusa e differenziata…”
Andrea ‘ciondolava’ per uno dei suoi caratteristici febbroni in concomitanza dell’eruzione dentaria.
Stordina, le mani gelide, mi recai in farmacia. Niente attimo di sosta abituale per gustare nello stradino il profumo dei lillà e delle rose, mia passione. Solo uno sguardo alla scala sotto il melo; il legno rovinato per l’esposizione perenne a tempeste o caldo torrido.
Da lontano, il richiamo festoso di due amiche. Mi avvicinai, come un automa.
- Come stai? Cosa c’è? – chiesero, mutando il sorriso in espressione di perplessità.
- Devo operarmi al seno.
- Dai! Hai allattato quattro figli in cinque anni: non sei a rischio…
- Chissà. Ci vediamo.

Nei giorni seguenti, tra pappe e pannolini, mi chiedevo quanto attendere per conoscere la diagnosi.
Nell’Amiata dei primi anni sessanta, si cominciava a parlare del cancro, come sinonimo di malattia incurabile. Nei miei otto anni, mi domandavo con molta perplessità, perché i dottori e i professori delle grandi città non sapevano guarire da “i malacciu”.
Il mio medico era bravo. Prescriveva sciroppi, supposte, in casi particolari, iniezioni, e in breve tempo si era tutti vispi come grilli. Cos’era, dunque, il tumore maligno che non si doveva nominare in presenza di una persona colpita, perché all’ammalata veniva nascosta la spietata verità?
Nella prima adolescenza, durante la breve degenza ospedaliera per l’exeresi ad una cisti sebacea, ascoltavo le pazienti anziane lamentare i numerosi malesseri e avrei sbirciato volentieri nelle cartelle cliniche per scoprire: cancro o no?
Ben presto le velleità della verde età erano state distrutte brutalmente: numerosi i decessi, estenuanti i calvari!
La diagnosi su mio padre, ricoverato d’urgenza per un supposto leggero ictus – non riusciva a tenere in mano le posate – mi apparve allucinante: “I medici non sanno parlare d’altro” esplosi. “Una macchia al polmone di un minatore roso dalla silicosi, può essere spia di un cancro con metastasi al cervello?”
Mangiava con appetito, aveva una buona cera. Lamentava stanchezza, ma non era Carnera. I consueti febbroni accompagnati da tosse, sempre risolti con gli antibiotici.
E, da un momento all’altro, impossibile tentare interventi e terapie? Lui, amante della vita, non doveva sospettare: il fucile riposto poteva essere usato per l’ultima volta.
Fu abbastanza semplice bleffare: entro il mese, una complicazione all’altro polmone e, dopo tre giorni di agonia, spirò.
E la Signora Costanza, magra, bionda, alta, elegante? Trentotto anni. Ogni giorno la si salutava: con tanto amore accompagnava le sue creature a scuola.
Un pomeriggio, sua madre a riprendere i bambini.
- Che è successo? – ci si informò.
- Mia figlia è stata ricoverata per un forte dolore alle vertebre.
Parole di sfuggita. Per non preoccupare i nipotini e non scoppiare a piangere.
Per molti mesi continuò il compito pomeridiano. Lo sguardo man mano inebetito: l’alcool, suo amico anestetico.
Si seppe dal genero la ripresa di metastasi nella moglie dopo tre anni dal primo intervento alla mammella.
I familiari dettero il benestare per una visita e si andò con l’Angela, altra insegnante dei suoi piccoli. Ci accolse euforica, Costanza, quel giorno di febbraio. Sferruzzava un golf per la settimana bianca del figlio.
Si parlò del più e del meno, si rise. Una camicia rossa di seta avvolgeva il corpo ormai risucchiato. Bellissima la stanza, da cui non uscì viva…
… A fine maggio, il decesso in stato di coscienza e ribellione.
….
Poi…
Basta, basta!

In quel momento l’indagata ero io. Capivo perfettamente di essere giunta al momento della morte, quando non puoi nulla per sfuggire.
Arresa, vivevo in stato ‘soporoso’.
Prestissimo la notizia raggiunse parenti e amici.
Un gran movimento, per indirizzarmi da un chirurgo quotato.
Telefonate, supposizioni, incertezze, decisioni, ripensamenti. Si concordò una visita con il Professore definito il mago della ‘mammellochirurgia’:
L’attesa, in realtà breve, sembrò eterna. Si viveva il dramma in silenzio, sperando in un falso allarme. Mi convinsi: il luminare mi avrebbe resa ai miei, doppiamente felice per lo scampato pericolo.
Non fu così…
[…]

© Lucia Visconti Cicchino


Il libro

 “… il racconto così lucido, sereno pur nel dolore e nell’angosce, è una straordinaria lezione di speranza e di vita… si tratta di una scrittrice che è aldilà della letteratura come invenzione, perché coincide con la realtà nelle esperienze vere di ciascun uomo, di malattia e di figura della morte, sempre incombente…” (Giorgio Barberi Squarotti)

“… Le chiesi un incontro successivo per parlare dell’icona, mi resi conto delle ulteriori difficoltà; aiutata dagli psicofarmaci la mattina dormiva fino a tardi, con fatica si alzava preparando il pranzo per i suoi cari e nel pomeriggio ripiombava in un riposo forzato che durava fino alle sei.
Si rifiugiva in sonno opaco senza vita….
… Dietro le sue “sue descritte molteplici incapacità” si leggeva un latente desiderio di risalita.
Il telefono diventò l’amico che permise il sorgere della confidenza. Così giorno dopo giorno il suo tono spento mi raccontò la fatica della malattia che dopo aver morso la carne, non contenta si era agganciata all’anima.
Prima il cancro con le sue devastanti terapie, i laceranti spasimi.
Il vomito, bestia insaziabile, che ti costringeva con la testa sul water e quando avevi un poco di requie ecco nuovamente la chemioterapia a devastarti…
… Lo si chiama “u malaccio” “quel brutto male”, a volte basta un sospiro ad indicarlo.
I parenti, gli amici dei malati scampati al cancro bramano la persona guarita con i requisiti iniziali, com’era prima di quell’opera nefasta su di lei condotta. Esiste una reale insofferenza dovuta alla difficoltà di rapportarsi con la malattia.
Ma…
Rimane fisicamente una stanchezza difficile da risolvere. Eppure son guariti.
Rimane la paura dei controlli, delle analisi necessarie. Eppure son guariti.
Rimane nella mente quella prima volta: a recepire la cognizione della diagnosi infausta. Eppure son guariti.
Rimane il massacrante lavoro di recupero del mentre e del dopo. Eppure son guariti.
Rimane lo spavento di una imminente parola amara. Eppure son guariti…
… Questo libro è la prova della sua resistenza.
Un libro terapeutico che invita Lucia a riproporsi con le stesse emozioni, quelle che hanno lacerato e condotto la sua esistenza; a volte piatte senza ricordi, che appartengono ai tempi trascorsi in poltrona o a letto in compagnia di una debole vita, a volte di viva ribellione e in guerra col mostro.
A volte di infinita tenerezza guardando il compagno e i suoi piccoli, ma sempre caratterizzati da una forte umanità.
Il tono è asciutto, dignitoso il procedere del libro senza strascichi, la retorica inesistente.
Per “noi sani” l’avventura è totale, entriamo nel suo volto vivendo le “sue disperazioni”.
Il tessto non è germinato dall’inventiva.” (Fiorella Macchioni, dalla Prefazione)

L’autrice

Lucia Visconti Cicchino, nata ad Abbadia San Salvatore (Si), sposata con cinque figli.
Laureata in Pedagogia al Magistero di Firenze con il prof. Borghi Lamberto; Insegnante Elementare per scelta. Ha curato soprattutto laboratori linguistici.
Membro della “Bottega de’ i’ tempu passu” di Abbadia San Salvatore, scrive poesie in dialetto.
Ha pubblicato: • “Orme di Signoria”, poesie (Chirico, Napoli, 2003), libro presentato a NovecentoPoesia del Comune di Firenze dalla prof. Alma Borgini, recensito da Gianmario Lucini e Letizia Lanza (“Poiein” on line); • “Grazie Disma”(Chirico, Napoli, 2004), testo di meditazione sul senso della sofferenza e sulla misericordia di Dio attraverso la figura del “Buon Ladrone”; • “Con il volto di terra”, racconto (Cantagalli, 2007); • “Per mano”, poesia (Polistampa, Firenze, 2008); • “Dietro i vetri”, poesia in dialetto badengo (Quaderno di Pianeta Poesia, 2008).
Ha recensito su “Senecio”, “Poiein”, L’abile traccia”, “Modulazioni” testi di Letizia Lanza, Caterina Trombetti, Annalisa Macchia, Fiorella Macchioni, Leandro Piantini, Franco Santamaria.
Di lei hanno scritto: Giorgio Barberi Squarotti, Franco Manescalchi, Plinio Perilli, Carmelo Mezzasalma, Mario Sodi, Alberta Bigagli, Mariella Bettarini, Antonio Spagnuolo, Letizia Lanza (antichista), Vittorio Messori, Giulio Panzani, Caterina Trombetti, Annalisa Macchia, Giuliano Ladolfi, Vittoriano Esposito, Pasquale Defelice, Pietro Pancamo.
 

 

Lucia Visconti, "Per mano", poesia
Lucia Visconti, "Se la catena non si spezza" di F. Santamaria
Lucia Visconti, "Cinquanta sonetti" di Leandro Piantini
Lucia Visconti, "Ho spento gli orologi" di V. Tappari e M. Sodi
Lucia Visconti, "Mirabile bruttezza" di Letizia Lanza
Letizia Lanza, "Orme di Signoria" di Lucia Visconti

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.