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Prima
Vita, opera in versi di Stefania Crozzoletti chiude la prima
poesia con una riflessione che fa maturare attese e soccorre la
memoria di tante opere lette : “guai ad essere/ beatamente
infelici”. D’acchito ho ricordato Shakespeare, quello delle
tragedie, dove mai l’infelicità è beata, ma si pone all’origine
degli accadimenti; solo in un secondo momento ho colto l’ossimoro
del verso, quindi il controllo, la messa in ordine delle emozioni.
Parto da questi due versi per un percorso nel testo che non li
smentisca e non resto delusa : conosco la difficoltà
(l’impossibilità?) di chiamarsi fuori dai giochi, di farsi identità
al di fuori delle categorie del gregge, dei cani-pastore, dei
pastori, dei rifiuti creaturali di marginalità. Stefania non ama
essere consolatoria, né con l’esistenza degli altri né con la
propria.
Anche a lei succede di avere la “mente colma di antipensiero/ … /
Intanto/ il pianeta ruota.” quasi fosse indifferente al suo
affannarsi, agli affanni delle creature, al dolore e al male e anche
alla fatica di consacrarsi ad un’etica sempre più assediata; ad una
reticenza del cosmo anche a lei succede di rispondere con una
rassegnazione inquieta e in fuga.
C’è molto dolore nelle parole che disegnano lo stare della poetessa
in una situazione che si potrebbe definire borderline:
da una parte la ribellione e un gran senso di impotenza, dall’altra
la consapevolezza di essere contaminata e non esente dal rischio di
essere “beatamente infelice”.
Altri versi che trovo emblematici e ossimorici ancora del suo
percepirsi creatura uguale diversa, donna di quiete e di tempesta,
sono: “… occupo uno spazio ridotto/ poco più di un vaso di fiori/
poco meno di un cassonetto.” E poco più avanti ci interroga, chiama
a sé chi è vocato alla sua stessa solitudine spirituale, qui da
intendersi in maniera lata: solitudine dello spirito.
E l’ineguatezza riaffermata di chi arranca, fatica, si affanna, non
trova nido, casa, perché l’arrivo, la quiete, la casa appunto, è
sempre più in là o non si è scorta sperduti nei propri affanni.
Credo che a tutti sovvenga Quasimodo e i suoi Gabbiani
(anche se lei non riesce a balenare in tempesta) e lo stesso Montale
con il suo irraggiungibile più in là.
C’è nella Crozzoletti un “passato che ringhia”, un presente che la
lascia indietro, un futuro che “intravedo con occhi agnostici/ e
cerchiati di indolenza”.
Dunque siamo ad una poesia inclusiva, che ha una sguardo lucido su
un presente dolente, a cui mancano tracce di consolazione, ma mai a
lei straniero: la poetessa è ingranaggio di questa macchina
demolitrice e il suo grido è cigolio di ferraglia e pianto di
creatura che cerca condivisione fraterna.
Piccola cosa, non può ergersi a giudice, non può perché fatta della
stessa materia che impasta la terra nella sua folle corsa verso una
“ beata infelicità”. La consapevolezza rasenta la spietatezza:
“calca di apparenti strati leggeri/ ammasso di pietre/ praticamente
una tomba” e non tutte le vittime sono innocenti; la sua ribellione
è guscio, oltre che pietra, conviene alla vittima non compiangersi
troppo e adeguarsi.
E tuttavia in questa “Prima (e unica?) Vita” non ce la fa la
poetessa a riassemblare un puzzle di sezioni scomposte del mondo, lo
scoramento raggiunge l’immobilità non fosse che, viva e senziente e
anche pensante può formulare esorcismi di parole (la poesia)
tuttavia insufficiente e incapace di dare ragione del malessere e se
i quattro versi che chiudono la raccolta segnalano una stare nella
quiete, essa è auspicio, formula beneaugurate, percezione
provvisoria.
Il titolo della raccolta presume una seconda vita ma nei versi non
ne troviamo traccia, semmai si riafferma la pochezza di questa che
non ci basta a formare un itinerario di significati degni.
©
Narda Fattori
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