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FRANCO SANTAMARIA

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CRITICA-SAGGISTICA / MASSIMO TASSI


Pinocchio e i travestimenti pittorici di Giulia Troise
 

 

Giocava al tempo dell’Italia umbertina con la sua capacità affabulatoria, Carlo Lorenzini, travestendosi da Carlo Collodi per raccontare le vicende di un bambino-burattino ne Le avventure di Pinocchio, uno fra i capolavori della letteratura italiana fantastica.
E tanti altri, come lui, si camuffavano con complicità, per vezzo o per necessità economica, raccontando sotto pseudonomo storie che facevano ora palpitare il cuore ora rabbrividire nel nome del giallo, ora navigare su oceani in tempesta ora duellare a fianco di eroi senza paura; Emilio Salgari diventava il Capitano Guido Altieri, Luigi Bertelli si trasformava nel Vampa, Virginia Tedeschi Treves indossava gli abiti di Cordella, Enrico Novelli si atteggiava a Yambo, Giulio Piccinni era Jarro.
A oltre cent’anni di distanza cambia il linguaggio espressivo, e con Giulia Troise assistiamo a un nuovo mascheramento, che rilegge in chiave grafico-pittorica il lascito di Collodi.
L’autrice percorre a passi sicuri il libro, rallenta l’andatura, si ferma coi pennelli in mano mentre sul volto appare un’espressione pensosa. Osserva stringendo le palpebre.
Improvvisamente torna indietro, là dove era incominciato il cammino, per rileggere fra le pieghe delle pagine ottocentesche, raccontando con gli occhi e la pittura cose diverse eppure probabili, magari accadute prima del romanzo di Collodi, o fra un capitolo e l’altro, oppure alla fine.
Possibile che qualcosa sia rimasto nella penna di Lorenzini-Collodi? O, ancora, è artisticamente corretto quello che sta facendo Giulia Troise?
Potremmo parlare di creatività, la sola cosa che oggigiorno distingue un individuo dalla massificazione, ma ci viene in soccorso il recente caso letterario di Bjorn Larsson con La vera storia del pirata Long John Silver, dove l’autore svedese narra quello che è successo prima e dopo l’inossidabile Isola del tesoro di Stevenson.
Allora è bello immergersi nell’espressionismo fortemente materico di Giulia Troise per arrivare là, dove tutto ha inizio, dove nasce una vita: una famiglia, quella di Pinocchio, in cui una donna dai capelli corvini e dal naso lungo è simbolo di maternità, il volto dolce e deciso, una mano verso il ventre a sottolineare l’attesa.
Ecco poi in un’altra tela la nascita, con un Pinocchio neonato in posizione fetale e, subito dopo, una paternità evidenziata da una figura maschile – un baffuto papà – con il piccolo fra le braccia.
Le peripezie di Pinocchio equivalgono anche alla ricerca di sicurezza, di un’identità, personale e da condividere: ebbene, Giulia Troise si dichiara immediatamente coi primi tre quadri e fa della famiglia il luogo privilegiato per il piccolo monello più amico di Gianburrasca che di Garrone, e che comunque dovrà cambiare natura, esplorare, confrontarsi, tessere nuove relazioni interpersonali, formulare ipotesi, passare fra la vita e la morte, per infine tornare accresciuto da esperienze e consapevolezze al nucleo centrale. Appunto la famiglia.
È un Pinocchio che allora ha certezze, proprio nel momento in cui l’Occidente perde identità e radici, ponendosi affannosamente alla ricerca di qualcosa/qualcuno fra i rischi del relativismo.
Altre pennellate, ampie, espressionistiche, ci parlano del bambino-burattino con velocità descrittiva: sogni nel vortice dell’entusiasmo, disillusione, l’improvviso materializzarsi di un bestiario che avrebbe fatto la gioia di Toni Ligabue. E vendette, e perdoni, e giochi in riva al mare, e rimproveri, e un Pinocchio che fa l’indiano (“Gli piace molto fare l’indiano”, dice divertita la pittrice).
Poi, una marina grande, grande come solo il cuore di un bambino-burattino può essere, dove cielo e acqua si toccano a corollario del momentaneo dominio della balena. E qui, chissà cosa avrebbe pensato quel vecchio lupo di mare che è stato il salgariano Mastro Catrame…
Sorride compiaciuta Giulia Troise, osservando i venti quadri che compongono Pinocchio, cuore infinito, collocati alle pareti del suo atelier, in un angolo urbano dove la città sembra ancora non aver completamente cambiato volto di fronte alla contemporaneità. La luce irrompe dalle vetrate che si affacciano sulla via alberata e danza cangiante, come a voler fare eco al mutevole gioco dove la pittura va a braccetto con la parola scritta de Le avventure di Pinocchio.
È una favola, l’ho stravolta…”, afferma scrollando le spalle, quasi a giustificarsi.
Stravolta? Forse…
O, più semplicemente, Giulia Troise ha offerto una maschera a Pinocchio, indossato poi lei stessa con intima consapevolezza un travestimento.
Sì, proprio così: un travestimento. Come Piccinni, come Salgari, come Bertelli a volte quando scrivevano.
Come Carlo Lorenzini, in letteratura Collodi, tanto tempo fa.

© Massimo Tassi
Reggio Emilia, febbraio 2008

 

Giulia Troise, "Pinocchio, cuore infinito" (dipinti)


 

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.