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Giocava al
tempo dell’Italia umbertina con la sua capacità affabulatoria, Carlo
Lorenzini, travestendosi da Carlo Collodi per raccontare le vicende
di un bambino-burattino ne Le avventure di Pinocchio,
uno fra i capolavori della letteratura italiana fantastica.
E tanti altri, come lui, si camuffavano con complicità, per vezzo o
per necessità economica, raccontando sotto pseudonomo storie che
facevano ora palpitare il cuore ora rabbrividire nel nome del
giallo, ora navigare su oceani in tempesta ora duellare a fianco di
eroi senza paura; Emilio Salgari diventava il Capitano Guido
Altieri, Luigi Bertelli si trasformava nel Vampa, Virginia Tedeschi
Treves indossava gli abiti di Cordella, Enrico Novelli si atteggiava
a Yambo, Giulio Piccinni era Jarro.
A oltre cent’anni di distanza cambia il linguaggio espressivo, e con
Giulia Troise assistiamo a un nuovo mascheramento, che rilegge in
chiave grafico-pittorica il lascito di Collodi.
L’autrice percorre a passi sicuri il libro, rallenta l’andatura, si
ferma coi pennelli in mano mentre sul volto appare un’espressione
pensosa. Osserva stringendo le palpebre.
Improvvisamente torna indietro, là dove era incominciato il cammino,
per rileggere fra le pieghe delle pagine ottocentesche, raccontando
con gli occhi e la pittura cose diverse eppure probabili, magari
accadute prima del romanzo di Collodi, o fra un capitolo e l’altro,
oppure alla fine.
Possibile che qualcosa sia rimasto nella penna di Lorenzini-Collodi?
O, ancora, è artisticamente corretto quello che sta facendo Giulia
Troise?
Potremmo parlare di creatività, la sola cosa che oggigiorno
distingue un individuo dalla massificazione, ma ci viene in soccorso
il recente caso letterario di Bjorn Larsson con La vera storia
del pirata Long John Silver, dove l’autore svedese narra
quello che è successo prima e dopo l’inossidabile Isola del
tesoro di Stevenson.
Allora è bello immergersi nell’espressionismo fortemente materico di
Giulia Troise per arrivare là, dove tutto ha inizio, dove nasce una
vita: una famiglia, quella di Pinocchio, in cui una donna dai
capelli corvini e dal naso lungo è simbolo di maternità, il volto
dolce e deciso, una mano verso il ventre a sottolineare l’attesa.
Ecco poi in un’altra tela la nascita, con un Pinocchio neonato in
posizione fetale e, subito dopo, una paternità evidenziata da una
figura maschile – un baffuto papà – con il piccolo fra le braccia.
Le peripezie di Pinocchio equivalgono anche alla ricerca di
sicurezza, di un’identità, personale e da condividere: ebbene,
Giulia Troise si dichiara immediatamente coi primi tre quadri e fa
della famiglia il luogo privilegiato per il piccolo monello più
amico di Gianburrasca che di Garrone, e che comunque dovrà cambiare
natura, esplorare, confrontarsi, tessere nuove relazioni
interpersonali, formulare ipotesi, passare fra la vita e la morte,
per infine tornare accresciuto da esperienze e consapevolezze al
nucleo centrale. Appunto la famiglia.
È un Pinocchio che allora ha certezze, proprio nel momento in cui
l’Occidente perde identità e radici, ponendosi affannosamente alla
ricerca di qualcosa/qualcuno fra i rischi del relativismo.
Altre pennellate, ampie, espressionistiche, ci parlano del
bambino-burattino con velocità descrittiva: sogni nel vortice
dell’entusiasmo, disillusione, l’improvviso materializzarsi di un
bestiario che avrebbe fatto la gioia di Toni Ligabue. E vendette, e
perdoni, e giochi in riva al mare, e rimproveri, e un Pinocchio che
fa l’indiano (“Gli piace molto fare l’indiano”, dice
divertita la pittrice).
Poi, una marina grande, grande come solo il cuore di un
bambino-burattino può essere, dove cielo e acqua si toccano a
corollario del momentaneo dominio della balena. E qui, chissà cosa
avrebbe pensato quel vecchio lupo di mare che è stato il salgariano
Mastro Catrame…
Sorride compiaciuta Giulia Troise, osservando i venti quadri che
compongono Pinocchio, cuore infinito, collocati alle
pareti del suo atelier, in un angolo urbano dove la città sembra
ancora non aver completamente cambiato volto di fronte alla
contemporaneità. La luce irrompe dalle vetrate che si affacciano
sulla via alberata e danza cangiante, come a voler fare eco al
mutevole gioco dove la pittura va a braccetto con la parola scritta
de Le avventure di Pinocchio.
“È una favola, l’ho stravolta…”, afferma scrollando le
spalle, quasi a giustificarsi.
Stravolta? Forse…
O, più semplicemente, Giulia Troise ha offerto una maschera a
Pinocchio, indossato poi lei stessa con intima consapevolezza un
travestimento.
Sì, proprio così: un travestimento. Come Piccinni, come Salgari,
come Bertelli a volte quando scrivevano.
Come Carlo Lorenzini, in letteratura Collodi, tanto tempo fa.
© Massimo Tassi
Reggio Emilia, febbraio 2008
Giulia Troise,
"Pinocchio, cuore infinito" (dipinti)
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