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Per me, a festa non suonano campane
perché non s'interrompe il nastro scorsoio dei giorni
che in immagine di terra violata totalmente mi rendono
né voglio affidare alla memoria di quanto mi resta
questo suo gesto a uguale contropeso per la bilancia di Temi.
Sono ragno che fugge il vuoto
della rete strappata, di una fede infranta d'improvviso.
Questo miele odora delle api arse d'estate,
non ricorda il colore maturo del grano;
soffocato ad incastro con i segni delle perdute
speranze, non fila
il sole tra le mie nude mani.
I suoi artigli guantati dalla pioggia e dal vento,
ritengono ancora la lacerante
trapanazione dei rostri di guerra,
la putrida ingordigia dei corpi finiti sui roveti.
Vento e pioggia sono ciechi mercenari
che spingono giovani radici e smunti alberi
nella voragine di finti cieli lacustri.
E quando dalla punta dei seni rocciosi
più tagliente progetta la linea di picchiata, essi
eseguono che la massa pollinica fecondi la terra deserta
e i piccoli occhi della pietra fissino l'infinito.
Poi, al ritorno dell'ora delle furie,
quando la febbre risveglia vulcani di fuoco,
altre montagne crescono per strati di scheletri sovrapposti,
altre cavità si gonfiano di acqua e di frane.
Ma dagli abissi marini le onde ripetono in eco
un forte odore di semina e già s'infiammano falci
a scuotere la mia solitudine.
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