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Torna da noi la pioggia
a sgranare prove di dimore cavernicole sui precipizi tufacei,
a spiantare presenze di aranci indifese
sui fiumi di Pandosia, dove
mostri di Marte apparvero i primi elefanti,
a svenare ogni passo verso i campi dei liberi
cavalli che montano sui carrubi
e fremono in lunghi amori.
Smembrato e divelto
più non può il tronco in sé fermare sapori d'infanzia
né pronunciare speranze di terra
nel cui petto radici affondino e respirino.
Nel monologo della propria rigida rovina
più non può carezzare labbra
che colgono il gioco del miele filante nella luce
né raccontare in linee circolari altre scene
importanti della vita: anche
il suo sgomento è cenere dispersa alla pioggia.
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