Su argento e cristallo innalza il suo
trono
il rapace dalle ali crociate
ardenti come armi quando il vento è cedevole
perché non sa conoscere
e dirittamente volgere per azzurri cieli
l'impeto del suo essere univoco.
Dal piedistallo di nuvole
sfibranti un sole quasi irreale
ambigui fulgori rimena.
Illude di guarire le angosce dell'uomo
che voli di frumento attende dalla creta,
allinea congiure tra le uncinate mani
a lacerare le sue gelide guance
di notte.
Sono solchi scavati nella terra
che spingono torrenti d'insepolto
sangue verso oscure foci,
piaghe profonde
quali bocche in bava di finale anelito.
Vertigine del ponte che allunga
sfinite radici nel tufo a piombo della Rabatana,
mille volte dalla nebbia posseduta
al rombo cupo del tamburo.
Dove l'eco
ansima millenarie cadenze violente, nelle aeree
grotte dei cavernicoli,
vi sono braccia legate ad alberi dai rami recisi
perché i fanciulli non vi appendano
funi per gioco
e gli uccelli non vi perpetuino amori.
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