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Scende dalle giogaie del nord
a stringere la notte, la nostra di sempre,
in un quadrato dai confini di abisso.
Nella luce che si arrende e fugge
i fiori non possono creare arcobaleni,
la vanga si veste di freddo abbandono.
Hai volto di dio umano,
ma nero è il tempio dei drappi
dove pali innalzano vecchie agonie silenziose
e le foglie secche
posando
coprono lamenti di non conosciute scene.
I tuguri sono fienili che definitivamente
si corrompono e ardono.
Tutti perdiamo con la morte.
Al vento del nord che le nuda,
vedove fanciulle mordono perle
di vischio in violenta espansione, e perdute
corrono per vie lontane di aranci e di spighe solari,
dove la serpe si bagnava di rugiada,
qui i fiumi morendo già prima dell'estate.
Sollevo la mano a calice
a che l'ultima
goccia rimanga di questa testimonianza.
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