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Franco Santamaria, Se la catena non si spezza / racconti

FRANCO SANTAMARIA

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SE LA CATENA NON SI SPEZZA

 

SE LA CATENA NON SI SPEZZA

[...]
Il lampadario, sempre acceso, è ricchissimo di puri cristalli che pendono come lacrime. Non lacrime di dolore, vero, Roberto? ma lacrime di gioia.
Nella nostra casa non c’è mai stato dolore, mai. Chi l’ha patito afferma che anche il dolore più acuto, però, quando è memoria, diventa come il sapore d’un frutto un po’ acerbo. Oggi ci tormenta, domani è già assorbito in una dimensione incerta, evanescente.
Forse solo il dolore della morte non si cancella. Se capitasse a me, se mi morissi tu, Roberto, io sarei il dolore incancellabile, il dolore vivente, annullabile solo con la mia morte.
“Accendiamo i ceri. Perché sono spenti?” Bravo, piccolo mio, mi aiuti senza che io te lo chieda due volte. I ceri sono alti sull’altare, bisogna salire sulla scaletta; sono di grossa dimensione e non si possono consumare facilmente. Ma, perché sono spenti? Sono anche colorati. Come i ceri delle processioni. I fedeli in fila portano i ceri e cantano. Un canto fa: O Maria, quanto sei bella. Mi piace vedere le processioni dai nostri balconi, addobbati con coperte di seta color rosso scarlatto. Le ho viste sempre con te, tu tieni Ivan per mano o in braccio. I canti, la calca attorno alla statua, donne uomini bambini che, in due file, portano i ceri grossi quasi come i nostri sull’altare, l’odore della cera bruciata, le fiammelle dei ceri che si piegano e poi, due lunghe strisce di cera sull’asfalto. I miei ceri hanno, invece, fiammelle diritte verso il cielo.
Ing. ROBERTO SIMPANI
Come sulla targhetta di bronzo della nostra villa; qui, però, le lettere sono incise sul marmo.
Da questa porta di travertino rettangolare recante il tuo nome si accede allo studio. Quando sei stanco, ti piace riposare su un nuda cuccetta e non sul divano. Una vera follia!
“Stai riposando, Roberto?”
Qui è l’anticamera dove i clienti attendono con la sigaretta tra le labbra, una cartella o un rotolo di lucidi sotto il braccio. Sembrano pazienti nell’attesa, ma hanno fretta. Qualcuno parla, qualcuno ascolta, qualcuno né parla né ascolta, fuma la sua sigaretta e la cenere finisce sul pavimento. I posacenere sono sempre pieni e la cameriera, una nuova ogni due giorni, si rifiuta di pulire, di svuotare di continuo, di passare l’aspirapolvere appena la sala si fa vuota.
Anch’io sono tua cliente, ora, per commissionarti un progetto grandioso, una diga sul mondo. Che ne dici di una diga sul mondo della follia? Ci sono tanti sventurati che soffrono l’inferno della follia. Alleviare questo inferno, riportarli alla luce. Sono venuta con un bambino a proportelo. Ma non mi piace, no, caro, attendere nell’anticamera, non m’interessa che altri già attendano da poco o da molto tempo: io porto con me il progetto di un’opera dalla precedenza assoluta.
Fingevo. Io sono Lea Simpani, tua moglie, e questo bambino è il nostro figliolo. Perché non ci dici: avanti? Stai riposando? Non sta bene che tu faccia attendere a lungo i tuoi cari. Non riconosci la mia voce? Voce meravigliosa, mi dici, come voce di primavera, quando tutto di noi si risveglia. Sempre così romantico e fuori della realtà, tu. Ma, anch’io, come te. Mi dici: è dolce, è convincente, è un sussurro melodioso. Noi entriamo, caro.
“Vieni, Ivan. Entriamo”.
“No, mamma, no!”
“Babbo ci attende”. Sempre così, ma poi è il babbo stesso, a mia insaputa, che lo manda via a giocare. E’ comprensivo Roberto con Ivan, lo ama teneramente. Al contrario del mio papà, bravissimo cardiologo, ma con me padre durissimo, quasi crudele.
Nello studio tutto è in ordine, ti amo anche per questo, per questo ordine che metti in ogni cosa, nei tuoi pensieri, nel tuo lavoro, nel tuo studio, in casa, dappertutto. Non fa così tanto la cameriera. Una statuina spostata, la rimetti a posto; una minutissima carta per terra o sui tavoli o sulle sedie o sulla scrivania, la raccogli e la deponi nel cestino. È parte di te: un posto a ogni cosa e ogni cosa al suo posto, per principio. Volevo un uomo virtuoso, un liberatore e tu, Roberto, mi fai vivere in un mondo pulito e ordinato.
“Dove sei, caro?” Non nasconderti, ti va di giocare a nascondino con me, ma a me non piace questo gioco, lo sai. Io amo vedere le cose nella loro realtà, presenti e palpabili. Niente fantasmi, niente di ipotetico o di assurdo, io amo la realtà.
“Dietro il divano, dietro le poltrone, sotto il tappeto?” Il mio papà ti regalò questo salotto. Lui era felice di esprimere così la sua stima verso di te, solo verso di te, Ingegnere Roberto Simpani.
Mi sento gonfiare le vene del collo, piegata a cercarti, mi tremano le ginocchia. Niente niente niente. Dove sei? Dove ti sei cacciato, amore? Roberto?
“Oh, ma sei dietro di me!” Un bacio, un bacio, amore. Sei tanto caro, sei meraviglioso. Ma, per punizione, è la tua mogliettina che ti punisce per averla fatta impazzire nel tuo gioco, “per punizione, ti legherò a questa catena!”
“No, mamma, no!”
Ti legherò a questa catena nell’angolo del salotto, qui, e sarai il mio affezionato cane da guardia. Come il cane che aveva il mio papà, uno così, enorme, un amore, un orgoglio. Ti ricordi, caro? Ma tu non puoi ricordare, non l’hai mai visto. Si chiamava Dick, un vero bulldog, tutti lo temevano per quel suo muso schiacciato e per quel suo sguardo terribile. Non era terribile, invece; era buono e dolce. Come te. Era caro e docile. Tu ora farai come Dick. Legato a questa catena, così.
“No, mamma, no!”
[...]

Non sono come te >

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.