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Franco Santamaria, Se la catena non si spezza / racconti

FRANCO SANTAMARIA

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SE LA CATENA NON SI SPEZZA

 

NON SONO COME TE

Non posso dire di non essere riuscito a distinguermi dal resto dei miei paesani, tutti una melma. Anch’io avrei guazzato in quella melma, come si dice per le oche e i porci, se non avessi avuto un pizzico d’intelligenza e d’ambizione in più. Veramente, sbaglio a dire “un pizzico”, sta bene se dico un’intelligenza superiore di molto a quella dei miei paesani, stupidi contadini, e anche di molta altra gente. Non lo dico per non sembrare superbo. GIi uomini hanno tutti un’intelligenza, più o meno; non sapendola sfruttare, restano come sono nati, cioè al buio. Così non si distinguono dalle bestie né dagli scemi veri, che non hanno intelligenza.
E perché ce l’hanno l’intelligenza, se non la sfruttano? mi chiedo io. E’ tale e quale a chi possiede un’auto, l’auto non l’usa mai e lui continua ad andare a piedi o aspettare il treno alla stazione, se deve partire. I soldi li consuma lo stesso, perché le scarpe si consumano e si devono comprare, così anche il biglietto del treno, il che significa che si deve cacciare portafoglio e soldi dalla tasca. Le ruote della macchina si consumano, è vero, e pure i freni, la frizione, eccetera eccetera, ma perché allora quello là ha l’auto?
Così gli uomini che hanno un’intelligenza, ce l’hanno per metterla in azione e non per farla arrugginire, come fanno i miei paesani. Ma forse non ce l’hanno proprio, l’intelligenza, se non arrivano a capire questo.
Io invece l’ho capito e l’ho stuzzicata in questo senso: riuscire in qualcosa di speciale, lasciare a bocca aperta tutti quanti, alzarmi da questa melmaglia. Nessuno lo pensa, questo, qui. Io solo. Ma come? mi domandavo, in che cosa e in che modo mi posso alzare da questa melma? Mica posso pensare di fare il Presidente della Repubblica, tanto per dire, se poi questo non lo posso fare, perché mi mancano (non per colpa mia) le condizioni, gli studi, eccetera.
Qui era il punto difficile ed io non lo sapevo ancora risolvere. Nato in questo paese qua, vivevo in mezzo a gente mediocre, uguale, e avevo poca esperienza per fantasticare qualcosa che andasse bene per me, non avevo niente per realizzare questo qualcosa di eccezionale che mi doveva far diventare superiore a tutti gli altri.
Odiavo la vita di campagna, o meglio dei contadini, che fanno e dicono sempre le stesse cose: hai seminato, com’è andata la raccolta quest’anno, cosa hai fatto oggi, sei andato ad arare (o a seminare o a mietere o a raccogliere le olive, eccetera), come va il mulo (o l’asino)? La raccolta è andata così e così, o è andata male, (non rispondono mai: è andata bene!), sono stato in campagna… Grazie, dove vuoi andare se non in campagna, cafone? per forza in campagna, mica stare in ufficio come l’avvocato o seduto sulla sedia come i professori o nel laboratorio a ricevere i malati come i dottori.
Prima di andare a letto, quelle stesse frasi il marito le dice alla moglie e la moglie al marito. E così il giorno appresso e poi, il giorno appresso e il giorno appresso. Anche tra un bacio e l’altro la notte. Questo di preciso non lo so, perché non ho mai dormito in mezzo a un marito e una moglie, ma l’ho sentito bisbigliare da mio padre e mia madre nell’altra stanza dove dormono, nel cuore della notte. E dato che loro sono uguali agli altri, gli altri fanno la stessa cosa, dico.
Che hanno la stessa mentalità e intelligenza si vede pure dal fatto che tutti quanti si chiamano fra loro compari. Ecco come la mia intelligenza, al contrario, era già un poco (ripeto, non dico: molto, per modestia!) superiore alla loro: sin da quando ho incominciato ad avere coscienza delle mie azioni e della mia testa, cioè sono entrato nell’uso della ragione, non ho voluto salutare mai nessuno con la parola livellatrice di compare.
Perché dici compare a tutti e gli altri fanno la stessa cosa con te? chiesi una volta a mia madre. Perché così si usa! mi rispose. Io, non l’ho voluto mai mettere in pratica questo uso, neppure con chi è vero compare della mia famiglia. Ho sentito di distinguermi dagli altri pure per questo poco soltanto.
Il destino di quello che sono diventato in seguito, si vede che già da allora si metteva in movimento.
[...]

Conclusione >

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.