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Franco Santamaria, Se la catena non si spezza / racconti

FRANCO SANTAMARIA

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Franco Santamaria
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SE LA CATENA NON SI SPEZZA

 

GLI SCHERZI SONO IL MIO MESTIERE

[...]
Devo dire che se non avessi avuto questa inclinazione, non mi sarei neppure liberato di uno scemo nella famiglia.
Qui sta il bello, aver tolto dalla circolazione mio cugino Nicola senza ricorrere alla violenza. Niente metodi tradizionali con la loro carica di violenza. Uno scherzo, semplicemente uno scherzo gli ho combinato.
Ed ecco uno scemo di meno sulla faccia della terra.
Non che io ci fossi andato con l’idea di ammazzarlo, quello lì, ma la combinazione… Sto pensando che quasi quasi vale la pena usare questo metodo per togliere di mezzo parecchia gente che dà fastidio. Ci devo studiare su. E’ sempre uno scherzo, d’altra parte, è un metodo molto originale e a effetto sicuro. Basta trovare i soggetti adatti, ci proverò con te, che te ne pare? Non ti farò nulla di male, non ti farò sentire dolore, te lo assicuro. Tu poi, che ci stai a fare su questa faccia della terra, vali qualcosa? no, e allora aspetta.
Dicevo, mio cugino Nicola era un povero scemo, con la testa ancora da bambino, credulone. Quando dico che era uno scemo, dico tutto. Lavorava soltanto, dàgli lavoro che lui ti lavora, forse gli scemi non conoscono la stanchezza. Il contrario di me. Anche per questo mi era odioso, mi dava fastidio.
Soltanto la sera si poteva vedere in giro per il paese, era un po’ il trastullo di tutti. Se gli si diceva, a Nicola: guarda, un uccello piscia, Nicola si voltava a guardare.
Io faccio ridere, però ci metto la mia intelligenza a far ridere, io; una frase o uno scherzo mi vengono naturali, però capisco cosa dico o faccio. Io, faccio ridere perché lo voglio io, metto in movimento il mio cervello per colpire gli altri, non per essere colpito, come si faceva con Nicola.
Lo martirizzavo, mi sentivo umiliato di averlo come cugino e per giunta con lo stesso mio cognome, Tamarro. Per vendetta lo martirizzavo? sì, per vendetta, che lui era scemo nella mia famiglia, un disonore per me.
Ho sempre pensato che lo scherzo è anche un modo di vendicarsi contro qualcuno. Uno ti è antipatico, gli fai dispetti come ti capita; questi dispetti, o scherzi, li puoi fare con il sorriso sulle labbra, in modo che chi ti è antipatico non sospetta neppure che tu lo tieni sulle palle, oppure con il viso duro e allora la lotta è aperta, a botta e risposta. Con me ci si rimette sempre, la lotta da entrambe le parti dura poco e continua solo dalla parte mia il fuoco, poi.
Questo lo dico per le persone normali, che si possono difendere, almeno all’inizio, ma per Nicola c’era solo la botta da parte mia, mai la risposta da parte sua.
Contro di lui mi vendicavo, perché sminuiva il valore della famiglia Tamarro, ho detto; ma non tanto me ne fregava della famiglia, quanto di me. Se le persone dicevano: Nicola è uno scemo, Nicola lo possiamo sfottere come vogliamo, mi sembrava che quelle parole le dicessero nei miei riguardi, e io, non ammetto di essere sfottuto e offeso dagli altri.
Così, io lo punivo martirizzandolo più degli altri.
Però, non ci ero andato con l’intenzione di ammazzarlo, quel fesso, è stata una combinazione. Se lo avessi saputo che andava a finire così, ci avrei pensato già prima a combinargli quello scherzo.
Lo scherzo come è andato, Nicola come è morto, lo sa solo Rocco il Rotonnaro. La cosa poi, nel modo che viene raccontata dalle persone, fa ridere; lo scherzo non è stato fatto soltanto a Nicola, ma a tutti, mi sembra. Voglio dire che con una fava ho fregato tutto il paese.
Rocco, detto il Rotonnaro perché è nato a Rotondella, aveva trovato uno scheletro mentre scavava la fognatura vicino il Municipio. Lavora come muratore per conto del Comune.
Pure lui sfotte e scherza sempre, però non arriva a me.
E’ uno sfottò semplice il suo e pure gli scherzi sono insignificanti rispetto ai miei, che sono a fulmine. Ti arrivano come un fulmine; te ne stai tranquillo, tac! ti arriva il mio fulmine e al mio fulmine non si sfugge, minimo minimo resti bruciato come se fossi caduto nel fuoco.
Così, Rocco si portò a casa la testa e alcune ossa di quello scheletro, pensando che io me ne potevo servire.
Mi trovò la sera seduto sugli scalini di san Filippo. Mi chiamò in disparte e mi disse sottovoce: ”Ho trovato uno scheletro, me ne sono portato a casa la testa e alcune ossa, se vuoi te le passo a te”.
“Ci faccio il brodo per tua moglie”, dissi io.
“Per qualche scherzo! ci fai un pacchetto e lo dài a qualcuno”, mi suggerì.
Gli dissi: “Vado dal brigadiere e gli dico, ecco qui ci stanno le ossa di uno ucciso, guarda di chi sono e scopri l’assassino!” Ma ci pensai un po’, poi gli dissi: “Ce l’avrei qualcosa in mente”.
“Cioè? Per il sindaco?”, fece Rocco.
“No, la galera, l’ho già provata, io”, gli dissi.
“Allora per l’arciprete!”
Mi fece ridere, mi sarebbe piaciuto fare correre l’arciprete per la sacrestia, ma chi li tocca i preti? Quando ci ho provato, non c’è stato mai gusto, accettano lo scherzo sempre con filosofia.
“Sono duri di sensibilità quelli, dissi a Rocco, i preti non si spaventano a vedere delle ossa, ci dormono con i morti!”
“Allora, mi vuoi dire a quale persona importante toccherà stavolta?”
“A nessuna persona importante”, gli dissi.
[...]

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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.