Franco Santamaria,poesia,narrativa,pittura,culturapoesia narrativa pittura arte
   

 

Rita PacilioClaudio Moica

FRANCO SANTAMARIA

Opere
Hanno detto di
Franco Santamaria
Biografia
Biographie 
SALA DEGLI OSPITI
Poesia
Narrativa
Arte
Critica-Sagg.
Citazioni

Eventi Culturali Naz.
Concorsi Letter./Art.
Link Culturali

SALA DEGLI OSPITI

 

POESIA / RITA PACILIO-CLAUDIO MOICA


da “Di ala in ala”

Rita Pacilio-Claudio Moica, Di ala in ala / poesie

Rita Pacilio-Claudio Moica
DI ALA IN ALA, poesie
Lieto Colle ed., Faloppio (CO) 2011
ISBN: 978-88-7848-627-0, pag. 71, € 13,00



Per ordinare il libro:
Lieto Colle, Via Principale, 9 - 22020 Faloppio (CO)
Tel./Fax 031 986292 - info@lietocolle.com
 

 

Da oggi voglio inebriarmi di te
non è solo godimento carnale
ti porto baci aperti
e l’attesa vergine della sete.

Se divento pazza sarò distesa
impaziente e persa
aspirerò con la bocca tormenti
e li trasformerò in delirio.

Vieni qui, condanna il giuramento
rapiscimi dalla gabbia di specchi
chinati su di me come l’angelo
entra nell’arco e prega segreti.


Non c’è nessuno all’uscita, lo so
l’esercito sta facendo la guerra
con il cannone incrostato spara:
mi mettono in prigione ribelle.

E mi scortico da sola la pelle
fino al bulbo e alle strisce bianche
vengono fuori ali trasparenti
tatuaggio come abito dorato.

Ti sto scrivendo un amore muto
mi apro il petto così straziato
frugami la confessione turgida
ma non fermare la mano ansante.

Questo vulcano represso s’eclissa
‘Suona ancora il liuto dell’amore!’
Ora sai anche tu il mio piacere
mentre esplodo in un’altra cava.

Ripercorro dettagli della foga
mi batte ancora il cuore vivace
ricordo la posizione del fremito
senza rimpiangere i desideri.

Ritorna la tensione dei nervi
i baci e i morsi
tu tumulto di ginocchia piegate
ogni sera mi prendi dolcemente.
(Rita Pacilio)


Attendo il torrente nuovo
rannicchiato come sorriso incompleto
nei desideri della sera di ieri
perché tramontino i lamenti.

Ti sei persa all’alba
nel mio labirinto di voci
fuggendo i segnali di fumo
che oscurano la via del ritorno.

Aspettarti all’angolo svanito
ed offrirti dal guscio fiorito
nei pensieri smarriti come addii
le mani un'altra volta ancora.

Ho straziato labbra in dono sulle vette
per urlare il nome tuo pronunciato
che ritorna prepotente nell’intimo
per sfogliare i miei sensi.

Tu, silenzio della mente scucita
trasporto della carne che trema
camminami silenziosa adesso
come ombra alle pareti immaginate.

Io mistero alla gente che mi guarda
disseto gli occhi verdi
di note nuove nella gola
senza voglia di dolore che in te scorre.

Noi ora abbandonati
come foglie per la duna del fiume
ci sfioriamo da amanti
per ricominciare.

Se chiudessi le parole sotto la brina
tra i sapori del mattino
non avresti canti di sgomento
rugiada nuova sul davanzale.

Allora si offuscano le genti
danno spazio ai richiami:
sono chino sotto la quercia
raccolgo emozioni.
(Claudio Moica)


VOLI

Solo di notte vivo
non esisto al giorno violaceo
vagheggio come compagna e serva
un riflesso indipendente da me.

L’aria frigida non mi porta pace
e la belva si sveglia al mattino
si posa sul ramo nero di fronte
lui non mi guarda negli occhi. Tace.

Era lento il bacio che muovevo
aperto come le braccia in croce
lungo come la somma delle albe
nell’unico tempo che mi donavi.

Ti amavo ieri così, e t’amo.
Un movimento complice di dita
mi riporta all’origine inquieta
e moltiplico per due la pena.

Sono stata bambina in quella ora
lo faccio ancora per scherzo al buio
nella tacita notte ti pronuncio
tu fermati prudente.

Solo per dieci minuti baciami
e disorientami l’antica forza
‘È una storia vera?’.
Salvati se questo amore è folle.

Ho posseduto schiavitù e lutti
ti ho fatto la guerra!
Fossi io l’ospite mi fermerei
da straniera non perderei nulla.

Sono il tuo sud-ovest adesso
un albergo dove dormire con te
tu trasfigurami il pentimento
bocche peccheranno ogni parola.

Sotto questi occhi ci sono io:
un rogo di resti di varie forme
li vedi i facchini di dolori?
Lavorano per me a luce spenta.
(Rita Pacilio)


Non è la sera che vago
ma il giorno percorro sentieri di pietra
senza che ci sia ragione di andare
disordinatamente vagabondo.

Riflessi di memoria sparita
con te che sbirci curiosa
il movimento del pensiero
aggrappata all’illusione del sorriso.

Dio non ci ha salvati!
Fingersi perduti e morti
tra le mani che urlano il mio nome
per non accogliere la vita.

Tradire la voce fievole
con sussurri di sincerità
in attesa dell’ombra fugace
per rubarti l’attimo del piacere.

Dimenticare lo spazio dell’attesa
limitando l’ossessione del vento
ho rotto il suono della campana
perché non è festa di domenica.

Esiste una leggera melodia
che strappa le radici alla quercia
tu lo sai quale è il tempo della semina?
Non perdere il tracciato dell’aratro.

Ci sono solchi profondi
che reclamano la pioggia
dove l’erba ha trovato dimora
coprendo le parole promesse.

Sii contadina nelle mie praterie
trasforma i rovi in tulipani
ripulisci il passaggio del torrente
e penetrami con i tuoi confini.

Sarò terra accogliente e rotonda
affonda le tue mani nel mio fango
rimesta le profondità custodite
mentre apri le porte socchiuse.
(Claudio Moica)


VOLERTI

I miei desideri ammalati di te
che mieti tristezze
sporgono violente maree
e non placa la sete.

È stanca l’anima
riversa sul sangue degli agnelli
non riscalda l’erba
fradicia di ghiaccio.

Piango labbra umide
rugose di dolore
ma piove sempre
e sempre nevica.

Socchiudi la porta dei sogni
lupi assonnati alla soglia
accarezzano solchi riarsi
tu scivola silenziosa all’ombra.

Sarà infelice la luna?
Attendo per maledirla
e il vento malato di giugno
non salva i giorni decifrati.

Spogliati del sole
forse è rimorso d’inverno
non è peccato la solitudine delle mani
e lasciami ingoiare il tuo dolore.
(Claudio Moica)


Voglio farti l’angelo con le ali
caderti come le stelle del cielo
rovesciarmi nel giro della morte
seduta sulla linea del mare.

Incatenata alle ali zoppe
mi vestirò con l’abito da sera
conchiglie cieche, fili e collane
nodi di capelli tue maree.

T’ho giurato il sole a gennaio
nella pancia ho germogliato rose
aquila nata nuova ad aprile
e tu qui mi senti pioggia di neve.


Spalanco la voglia che vuoi ora
la luna che a me non chiedi mai
la lupa che arriva e ti rizza
chi è tradita nell’estrema forza?

Non voglio mica le lenzuola finte
il mare ci attende
non voglio i merletti della nonna
facciamo un falò nell’anima mia.

Non devi sbagliare mai più i conti
giugno è ladro di frutta matura
trovo la tua orma di resina
ogni gemma mi ripete di te.

Non mi chiedere lacrime amare
non mi tendere trappole da ragno
non mi mancare mai come adesso
non posare le mani.
(Rita Pacilio)
 

© Rita Pacilio-Claudio Moica, da “Di ala in ala”

Il libro
“Di ala in ala” di Rita Pacilio e Claudio Moica (G. Linguaglossa):

Questo discorso «duale» di Rita Pacilio e di Claudio Moica vuole aprire il discorso poetico al rispondere dell’altro: il luogo è quel logos dell’asseribilità generalizzata, quel logos che finirà ferito a morte dalla crisi della Ragione. Il rispondere (della Ragione narrante) con lo scorrere del Novecento diventerà sempre più un problema, diventerà una finzione, benché non ancora pensato come tale; la finzione letteraria di Pacilio e di Moica riflette e non-riflette, anche se mette in opera il palcoscenico del discorso «duale», non può fare altro che sprimere la propria costitutiva mancanza. Il rispondere, oggetto di se stesso, risponde a se stesso; ma qui è l’intera interrogazione sul linguaggio che sorge (e tramonta): è il XXI secolo che inizia. Se il neopositivismo è un’epistemologia senza oggetto, in quanto logicista, lo strutturalismo, invece, si immergerà nel linguistico rinserrando il «soggetto» in un sistema di differenze, di rapporti significanti e di significati. I «miti» perdono con ciò la loro individualità e la loro sovraindividualità, diventano anonimi nella città anomica e a-topica, diventano il «privato» di ciò che non è più neanche «pubblico», mettono in pubblico ciò che non è più nemmeno privato. Questo emerge anche dalla corrispondenza dei «soggetti» (del discorso «duale») essendo ognuno di essi il significante dell’altro. Il soggetto non fonda il simbolismo ma lo trova già bell’e fatto, entra nel bosco delle corrispondenze dove tutte le cose si corrispondono - ma era un’illusione della civiltà del simbolismo!: Esse non si corrispondevano che per significanti e dissomiglianze e dissolvenze semantiche. Con lo strutturalismo e le sue poetiche epigoniche il mondo si assottigliava a fondale unidimensionale che prefigurava la superficie infinita della civiltà mediatica e il linguistico si estendeva a macchia d’olio…

Il «soggetto» dunque (anche quello del discorso duale) si struttura nell’ambito di una rete che lo definisce per il significante e il significato. Il discorso «duale» di Pacilio e di Moica (come del resto anche il discorso uninominale) è quel discorso aperto dove i significanti si richiamano a vicenda e, richiamandosi, si rispondono, ma la loro risposta è soltanto un episodio problematologico, una falsificazione del problematologico; il loro discorso rientra dalla finestra del logos dell’asseribilità generalizzata che se ne era andato via per la porta principale. Del resto, il Dasein di Heidegger certifica già la morte del soggetto; tuttavia l’ontologia del linguaggio poetico (come si diceva una volta) occulta il problema invece di rischiararlo: mette la differenza là dove esso non è. La domanda sull’essere non è niente altro che la questione delle problematizzazioni del linguistico. Tutta la poesia (e il romanzo) del tardo Novecento altro non sarebbe che un rifugiarsi nei «luoghi» dove il Dasein celebra la liturgia della propria presenza-assenza, ovvero, della propria morte. «Esiste il confine delle parole?» si chiede Moica, e la Pacilio risponde: «Domani le rane non saranno qui», come è giusto che sia, perché il rispondere è già un atto vandalico (e immotivato), in quanto: perché rispondere? A che pro? E per conto di chi? E per quale domanda?... Ecco perché, a rigore, un discorso «duale» dovrebbe essere messo in scena da due sordo-muti che non possono parlare che attraverso una finzione e una falsificazione. Ed è appunto quello che cercano di fare i due autori Rita Pacilio e Claudio Moica: tentano, con il discorso poetico, di ridiventare muti e sordi di fronte al «mondo». (recensione di G. Linguaglossa)
 

Gli Autori
Rita Pacilio (1963) è nata a Benevento e vive a San Giorgio del Sannio. Sociologo, Mediatore familiare e dei conflitti interpersonali, Esperta in Comunicazione Strategica, si occupa di Orientamento, Bilancio delle Competenze nell’ambito delle Politiche del Lavoro presso la Casa Circondariale di Benevento e presso gli Istituti di Istruzione Secondaria.
Ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: “Luna, stelle…e altri pezzi di cielo” (Edizioni Scientifiche Italiane, 2003); “Tu che mi nutri di Amore Immenso” (Nicola Calabria Editore, 2005); “Nessuno sa che l’urlo arriva al mare” (Nicola Calabria Editore, 2005); “Ciliegio Forestiero” (Lietocolle Libricini da collezione di M. Camelliti, 2006); “Tra sbarre di tulipani“ (Lietocolle Libricini da collezione di M. Camelliti, 2008); “Alle lumache di aprile” (Lietocolle Libricini da collezione di M. Camelliti, 2010).
Molte liriche sono pubblicate in Antologie Poetiche Nazionali e vantano numerosi premi in concorsi letterari nazionali. È autrice, inoltre, di racconti erotici, racconti di carattere sociale e di letteratura per l’infanzia (filastrocche, fiabe, favole e quaderni operativi corredati da schede didattiche). E’ in uscita il suo primo romanzo.
Tra sbarre di tulipani (LietoColle, 2008) riceve la Menzione d'Onore con Medaglia per la Sezione Libro Edito - Poesia Premio Città di Bellizzi Sa anno 2010.
Luna, stelle…e altri pezzi di cielo (Edizioni Scientifiche Italiane, 2003) I Premio Concorso Nazionale di letteratura e poesia ‘Calicantus’ Patti – Messina.
Alle lumache di aprile (LietoColle): riceve segnalazione speciale della Giuria 15^ Edizione Premio Letterario Nazionale di Poesia e Narrativa ‘Città di San Leucio del Sannio’ (Sezione C-Poesia edita), il riconoscimento di Merito Artistico Premio Made in Italy S. Agata de’ Goti per lo stesso anno 2010 e la medaglia ArTelesiaFestival 2010 Premio speciale all’Autrice Rita Pacilio distintasi quale migliore Artista Sannita dell’anno.

Musicista, cantante jazz nel 2006 la Pacilio presenta al grande pubblico il progetto Jazz in versi: Contaminazione di poesia e musica jazz, una proposta progettuale ideata e curata dall’Autrice che sceglie per alcune sue liriche la musica di Claudio Fasoli, noto compositore, arrangiatore, sassofonista di fama internazionale.
Ha seguito masterclass con Claudio Fasoli, Pietro Condorelli, Marco Tamburini, Paola Arnesano, Carlo Lomanto, Jay Clayton, Eva Simontacchi, G Mena. Ha partecipato a manifestazioni di settore come 12° Padova Jazz Festival 2009, “Ceppaloni jazz e blues” 2006, “Quattro notti e più…di luna piena” 2006, Festival jazz ‘Special event’ al Doria Milano 2009, Festival jazz di Torre Gaia 2009, Festival rassegna Charleston Avellino 2009. Discografia: ‘Infedele’ Splasch Records.


Claudio Moica nasce nel 1963 a San Giovanni Suergiu (CA) e si trasferisce ventenne in Toscana. Nel 2004 torna a vivere in Sardegna. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti di critica, tra cui finalista alla Biennale di Venezia, il 1° premio al concorso nazionale di poesia “IPA” di Treviso e il primo premio al concorso “Il tempo della Poesia” di Avezzano. Collabora con il mensile locale “Il ponte”. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo la raccolta monografica “Vertigini di vita” (Lampi di stampa, 2004), “Oltre lo sguardo” (Edizioni Il Filo, 2005) e “Angoli nascosti” (Edizioni Il Filo, 2008).
È presidente dell’associazione culturale “SUERGIU U.N.C” da lui fondata.

 


Claudio Moica, da “Angoli nascosti
Claudio Moica, Poesie inedite
Rita Pacilio,
Lasciati Tradire di Claudio Moica-Luca Sacchetti (recensione

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.