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Pietro Pancamo
MANTO DI VITA, poesie
Prefazione di Marisa Napoli
LietoColle, Faloppio (Como)
ISBN 88-7848-155-6, pp. 40, € 10,00
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Vecchiaia:
canto di un barbone errante della discarica
I
Quanta spazzatura
che mi ritrovo addosso
nelle dolci siepi di bosso.
Qui tra le foglie verdi
han fatto una discarica.
L’oblò di lavatrici scoperchiate
è un belvedere
per le formiche nere.
(Provviste nel secchio:
alimenti scompagni
come le scarpe vecchie,
bucate dalla noia dell’usura).
“Alla discaricaaaa!!”,
gridano torme di rifiuti.
II
Caldo e fetore
nei venti acuti
si mescolano a formare
uno smog estivo.
(Infatti se gli uomini
dàn di matto,
la sporcizia dà di puzzo).
Così il rosso del mio sangue,
che ogni mattina si sveglia,
non vuol dire più
rigenerazione
ma soltanto
riciclaggio.
Somiglianze
A quest’ora
ogni paese
è un fagotto
di stelle e di buio.
Ma lo è pure
questo cielo vagabondo
(guscio d’aria e di respiri)
che stringe in un solo mondo
città, mari e tempeste.
Ma lo è pure
questa via
(intirizzita di pioggia)
col suo buio
incatenato ai lampioni
e un po’ di stelle
che sussurrano al mio palazzo
la ninna nanna:
vedo tante finestre
chiuse fra perimetri di sonno.
A quest’ora
ogni uomo
è un fagotto
di buio e di stelle.
Amore o desolazione?
Mangiamoci il tacchino riscaldato:
andiamo verso il forno
tenendoci per mano.
Gioachino
Per il nonno, si sa,
la giornata è divisa
nel crepuscolo della sera
(la notte)
nel crepuscolo del mattino
(il pomeriggio)
e nel crepuscolo della notte
(l’alba).
Uno: si stiracchia
azzuffandosi con l’aria
e s’afferra a quella luce
che sbrodola tra le persiane;
Due: lo sguardo cascante
e i capelli sgangherati dal sonno,
striscia qualche passo
fino allo specchio;
Tre: guarda la sua immagine
che trafigge il vetro
e da questo momento
vive le sue ore
come un riflesso bendato di carne;
Quattro: mi saluta con parole vitree;
Cinque: sradica i passi
fino alla sedia,
spiegazza il corpo sullo schienale
gualcendo le ginocchia
contro il muro.
Posa le mani, come due tele di ragno,
sul davanzale
e sta vicino alla finestra,
tanto vicino quasi annusasse il vetro.
Racconto
I: in casa, di sera.
Dalla finestra aperta
mi prende ancora
a ditate nel cervello
questo calore in maniche di luna,
che mi costringe sempre
a sentirmi male.
Tanto male:
un concerto di cicale
il silenzio
che si sgretola nel muro.
II: fuori, di notte.
Ma penso ai ricordi:
lo so che migrano
suscitando lo spazio.
Anche esterno.
Così almeno posso uscire.
Infatti eccomi:
vado a camminare.
E passeggiando zoppo
fra lune di tempo,
trovo un angolo d’ombra
come uno spiraglio di stanchezza.
Se guardo attraverso
davvero a lungo
riconoscerò, poi,
nell’aria del mattino
(le campane – non per me –
sono l’alba
popolata di prime ore)
i detriti del mio semplice destino.
Confronto
S’alza al mattino
un fumo di tigri
dalle iridi aperte,
in campagna;
un’espressione grinzosa
rimbocca la faccia
dei contadini.
E mentre il fiume
s’accalca ai loro piedi,
si spulciano gli occhi
scrupolosamente
trovandovi affogate
zampette di ragno.
Io invece,
montanaro del cuore che batte,
m’inerpico per un letto castano
di mie pietruzze in salita.
Poi, di sera,
– tornando a zonzo verso casa –
sembro un fantasma nero che,
appuntito come un ago,
viaggi sui trampoli del buio.
© Pietro
Pancamo, da "Manto di vita"
Il libro
[...]
Poesia leopardiana
Non è difficile accostare ogni poesia che sappia guardare al dolore
al grande modello leopardiano. Pancamo stesso dichiara il
riferimento a Leopardi nel titolo di “Vecchiaia: canto di un barbone
errante della discarica”. Canto di marginalità metropolitana, tra
rifiuti, fetori e speranza di riciclaggio, per l’immissione in un
nuovo ciclo di vita. Nella discarica l’accumulo di rifiuti rimanda
metonimicamente alle società opulente: qui tutto è scompagnato, e
l’usura produce smog sinestetico: lo senti sulla pelle oltre che con
l’olfatto, quando in estate genera nel degrado e nel fetore storie
di ordinaria follia. Ma forse proprio nel riciclaggio questa umanità
emarginata vede una speranza. In “Sole maligno”, la Natura,
diversamente che in Leopardi, è lei che urla e soffre per il
sonnolento ottundimento degli uomini.
Poesia cosmica
“Somiglianze” associa in una similitudine macrocosmo e microcosmo:
natura e uomo. Di notte l’uomo e le cose create dall’uomo, come
bambini, sono cullati da un manto di stelle, come da una avvolgente
ninnananna materna. Non di rado Pietro Pancamo ci dà poesia cosmica,
a volte più filosofica e leopardiana appunto, a volte più
pascoliana, anche nel lessico e nella poetica dello stupore
“fanciullino”, come in “Somiglianze”, dove il paese/fagotto evoca la
tenerezza di qualcosa di fasciato, infante da proteggere; mentre
vagabondo, peregrino, è il cielo buio della notte che condensa in
uno strato sottile, come di guscio d’uovo, i respiri della gente e
mantiene unite la complessità del mondo e le tempeste del vivere.
Bella la lotta tra i lampioni e il buio e la personificazione
materna del cosmo che culla i palazzi e le vie. Lo sguardo del poeta
segue la vita dentro-fuori: la finestra chiusa è il confine.
Idillio metropolitano ovvero anti-idillio
Quando lo sguardo si posa dentro, i versi tratteggiano un “piccolo
idillio” (piccolo quadretto) casalingo. “Amore o desolazione?”: è il
dilemma, quasi “umoristico” in tanta desolazione, che il poeta
avanza con leggera ironia. [...] (Dalla prefazione di Marisa
Napoli)
Con l'opportuna introduzione di Marisa Napoli dell'Università
Cattolica di Milano (ivi tiene un laboratorio di scrittura), viene
pubblicato questo quaderno di poesia di Pietro Pancamo, un autore
che già è conosciuto a Poiein e che lo scorso anno ha partecipato
all'edizione del premio Turoldo. "Opportuna", si diceva, perché
l'introduzione della Prof. Napoli, pur improntata (per ovvie ragioni
relative alla sua professionalità) a un approccio
critico-filologico, mette in risalto e con acutezza argomentativa le
implicazioni simboliche, l'uso degli archetipi, il significato
profondo insomma delle liriche, commentandole una per una e
lasciando invece al lettore il compito del quale si preoccupano
tutti i "presentatori" (il sottoscritto compreso) dei testi altrui,
ossia quello i trovare un filo rosso che percorra l'opera. Un
approccio quindi inusuale per una presentazione, ma certamente molto
acuto e di grande interesse.
E dunque preoccupiamoci di trovare questo "filo rosso". Mi pare di
individuarne due, o meglio uno che ha duplice carattere. Il primo
carattere lo si nota sul versante dello "stile", del quale avevamo
già detto nel commentare quattro poesie apparse su Poiein, quando
dicevamo di "una scrittura che cerca la sintesi, l'espressione
fulminante ed essenziale e nello stesso tempo cerca di mettere
insieme concisione e allusione: più si allude e più di è concisi, e
viceversa". Caratteristica che anche Marisa Napoli sottolinea: "La
metafora autobiografica della magrezza allude alla propria poetica:
magrezza equivale a asciuttezza, essenzialità, mancanza di orpelli"
e quel "metalinguismo" del quale ancora Marisa Napoli rende conto,
esternato nell'ironia come "distanza massima dal sentimentalismo
autoriflessivo", che rimanda a "alcuni accenni leopardiani proprio
sul piano dell'estetica e della poetica". Un secondo aspetto, di
contenuto, che mi sembra caratterizzare questo "filo rosso" o
carattere peculiare nella poesia di Pancamo, è la sua capacità di
sintetizzare in grumi di senso, che però sono anche versi ad alta
concentrazione di emotività e sentimento poetico, l'esperienza
esistenziale; ad esempio quando scrive: "a quest'ora / ogni uomo / è
un fagotto / di buio e di stelle [...]; ... questo mondo / nel quale
si vive / solo per evitare / noie al motore [...]; Guarda il cielo:
/ cade come un urlo di nebbia, / si spezza negli occhi / marci di
sonno [...]".
Direi un'ottima raccolta, densa, scritta in uno stile scorrevole ma
preciso ed elegante. Una scrittura molto interessante, di
personalità poetica forte e compiuta. Un volumetto, dunque che, per
chi scrive questa nota, è una piacevole riconferma e per molti
aspetti anche una scoperta, che vogliamo segnalare ai navigatori del
nostro sito. (Recensione di Gianmario Lucini, in “Poiein”)
Se la vita è un torrente da attraversare, Pietro Pancamo predispone
le pietre poetiche nella corrente per oltrepassarlo. Qualcosa di
questa poesia ci attira infatti verso Lorca, nelle immagini
energiche e sorprendenti («il sole poggiava frustate di luna / sulla
mia mano», «un fumo di tigri»), nel richiamo alla danza spagnola
dell’habanera, danza propiziatrice dell’ispirazione poetica,
nell’uso sinestetico dei verbi («allaccio il destino»). Il giovane
Pancamo è tuttavia figlio del suo tempo, che si nutre di disincanto,
commistioni, meticciato: disincanto rispetto all’enfasi o
all’euforia o alla seriosità di certa poesia; commistione di ironia
e malinconia: «Mangiamoci il tacchino riscaldato: / andiamo verso il
forno / tenendoci per mano»; meticciato quale inevitabile e
vivificante assorbimento dei migliori umori universali. [...]
L’ironia frequentata, proclamata («Eh, ironia / con te la
disperazione / è filosofia!»), si dilegua alla fine come un fiume
carsico. Verso la fine della raccolta siamo alla «lotta serena». Il
richiamo al buio, alla tristezza, alla morte, alla solitudine
accompagna invece il canto dall’inizio alla fine, non nel
trafelamento, ma nella calma della notte. [...] Si potrebbe
aggiungere che l’ironia qui è sinonimo di distacco, in senso
epicureo, e la malinconia sta comunque a significare una
partecipazione, dapprima ironica e via via fino all’icastico «più
gioisco / più sono solo». Ancora commistione e cioè consapevolezza
di una solitudine che non è lontananza, ma salutare autonomia. Il
poeta vuole fidanzarsi con l’ispirazione e la invoca: «Vieni presto,
eh? Domani sera!». Invocata con tale discrezione e amore,
l’ispirazione non potrà non tornare. Ecco che gli accenti
leopardiani si popolano dei «detriti del mio semplice destino», come
«le campane - non per me - / sono l’alba / popolata di prime ore».
La discrezione degli accenti drammatici è tale per cui il lettore,
in un fiducioso affiancamento al poeta, avverte che, dopo
l’inventario, comincerà il viaggio. Dopo il balzo oltre il torrente,
incomincerà l’ascesa. Si può prendere lo spunto per queste
affermazioni dall’incipit e dal finale del bellissimo componimento
di pag. 16, ovvero “Somiglianze”.
Lo sguardo ancora fresco del poeta non ignora il decadimento fisico,
il «sole maligno», «la naftalina di vecchie allegrie», la «luce /
che sbrodola tra le persiane», «il disfacimento dell’ora», il
grottesco dei traguardi bassi, «le stelle [che] digrignano in
cielo». Ma è pur vero che l’autore stesso ha guadagnato una
consapevolezza precisa: «Io invece, / montanaro del cuore che batte,
/ m’inerpico per un letto castano / di mie pietruzze in salita». Se
la posta in gioco è il balzo al di là del torrente, il passo non può
indugiare in un linguaggio che non sia essenziale, fermo e
semplificato in un’intonazione poetica salvifica, come si evince del
resto fin dal titolo. (Da una recensione di Beno Fignon,
in “Atelier”)
Pietro Pancamo [...] ci presenta [...] Manto di vita (LietoColle),
con una bella prefazione di Marisa Napoli, in cui tra l’altro
leggiamo: “Spiegazione di un giorno introduce il volumetto Manto di
vita di Pietro Pancamo, quasi a sottolinearne il tema: il
dispiegamento di un giorno frantumato contro cui con scherno si
scagliano i lazzi di sdegno della Notte, vera regista della vita. Il
riferimento al dato autobiografico o l’attenzione al particolare non
sono una trappola per Pancamo. Il compiacimento autoreferenziale non
lo riguarda. Il suo interesse è esistenziale”.
Pancamo si sofferma su tutti i lati della vita, la sua visione è
pessimistica ma non chiusa in se stessa, dialetticamente aperta.
[...] (Da una recensione di Roberto Carifi, in “Poesia”)
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L'autore:
Pietro Pancamo
(nato nel 1972) è redattore professionista. Ha lavorato per tre anni
presso le Edizioni Thyrus di Terni. Per sette anni e mezzo ha
scritto di cultura, politica e sport per un quotidiano a diffusione
regionale: il «Corriere dell’Umbria».
È stato direttore editoriale della web-zine internazionale
«Niederngasse Italian».
Attualmente, oltre a coordinare il sito culturale «L(’)abile
traccia» (www.labileabile-traccia.com), è caporedattore per la
poesia del trimestrale elettronico «Progetto Babele», nonché
redattore del semestrale cartaceo (specializzato in poesia,
narrativa e filosofia) «La Mosca di Milano».
In campo letterario ha ottenuto in particolare il primo posto
assoluto al Premio “Città di Torino” ed il secondo al Trofeo “Medusa
Aurea” (organizzato e patrocinato dall’Accademia internazionale
d’arte moderna di Roma).
Suoi testi (ovvero articoli, racconti e poesie) sono usciti su
diverse riviste, anche internazionali. Fra quelle cartacee sono da
ricordare «Poesia» (Crocetti Editore), «Gradiva» (semestrale di New
York, Usa), «InFonòpoli» (organo dell’Associazione culturale
“Fonòpoli”, fondata da Renato Zero), «Nel Racconto» (dispensa
svizzera di narrativa libera in lingua italiana), «Poiesis», «La
Biblioteca di Babele», «Le Colline di Pavese» e il «Notiziario
dell’Accademia internazionale d’arte moderna di Roma»; fra quelle
telematiche, invece, «Cinema Studio» (web-zine gestita da alcuni
docenti dell’Università “La Sapienza” di Roma), «Sagarana»,
«Fonopoli.net», «Fucine Mute», «FaM», «I Vedovi Neri», «Rotta
Nord-Ovest», «El Ghibli» e «Scriptamanent» (mensile della Rubbettino
Editore).
Sue liriche sono state tradotte in inglese per «Filling Station»
(quadrimestrale cartaceo con sede a Calgary in Canada) e «Snow
Monkey» (periodico cartaceo fra i più vivi dell’area di Seattle,
Usa).
Ha pubblicato una silloge di poesie: Manto di vita, LietoColle,
Faloppio, 2005.
Per «Progetto Babele» ha curato l’e-book collettivo La ricognizione
del dolore, comprendente dodici poeti scelti.
Compare, con vari componimenti, nelle seguenti antologie: Walter
Mauro (a cura di), Geografie poetiche, Giulio Perrone Editore, Roma,
2005; Wiki Poesia - Volume 1 & 2, Nuoviautori.org, Roma, 2006;
Alessandro Ramberti (a cura di), Specchio Poetico. Raccolte in
dialogo, Fara Editore, Santarcangelo di Romagna, 2007.
PIETRO PANCAMO
Sito: www.labileabile-traccia.com
E-mail: pipancam@tin.it
Recensione di
Annalisa Macchia a "Manto di vita"
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