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Milena Tagliavini
LA VERITÀ poesie
Nota di Gabriela Fantato
Book editore - ISBN 88-7232549-8 - € 12,00
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1. IL NERO
Il nero dei colori canta sopra le case.
Il nero è sulle mie guance,
il velluto punge strisciando
sull’orecchio, la camicia blu
mi fa uomo. Sogno nel rimbombo
del tamburo di salire dentro
la tempesta, dentro il centro dove
sono lei.
2. LA VERITÀ
I
Un tutù di rami in rosa intorno a casa
sa d’assedio che non lascia andare.
Il colore porta il segreto di fronte
a cui la pesantezza dei mattoni
resterebbe indifferente.
Ma ormai tutto trapela dai petali
e s’impossessa dell’aria, del cielo,
delle braccia che si vestono di chiaro.
II
Con la mossa del capo di una Geisha
piegano i grappoli e distendono
unghie laccate appena spuntate.
Non ne so il nome, ma li so nel minimo
respiro che si incarna negli occhi.
Li so come un atto d’amore che
non si distingue più, in cui io mi allargo
fino a dove il corpo solo non sarebbe
mai capace d’arrivare.
III
Adesso che la luce si è schiarita
-mai mi accorsi che tutto non era
un atto dovuto, e il corpo capisce
la perdita, l’amore del pulsare
delle vene-, so con rimpianto quanto
anch’io fui giovane, fui bella.
IV
Anche solo per la luce che mi allarga gli occhi,
per il suo velo come un tulle sollevato dal viso d’una sposa –
e non importa la bellezza, ma il momento dove tutto brilla …
Anche solo per la voce al telefono, se un uomo
già incontrato nei secoli mi parla vibrando dal filo
tutta la consistenza della carne ...
Anche solo per la luce e per la voce avrei voluto vivere.
3. IL DOLORE
Il dolore, se c’è, è arrivato dopo.
Non dipinge le curve delle bocche
se non quelle che restano fuori della carta.
Guarda perfino un cane ormai senza guinzaglio.
Ci sono invece ricordi nelle cantine.
Può bastare scendere la scala o una parola.
La tua faccia si allontana
e resta mattone su mattone e chiodi
l’unico giorno che non ti ho amato.
4. IL PENSIERO DELLA NEVE
Ascolto i tonfi ed alzo gli occhi ai rami.
I passi stanno in fila nella morsa
del magma e le mani sono un cartoccio
che cerca il corpo. È più crudele
vedersi compiere l’assurdità del rito
per adorare paganamente le cose
di cui siamo il sacrificio umano –
cose così tremende che se te ne liberi
possono farti morire.
Non distrae neppure più la gioia
dei bimbi e dei cani.
Apro e vincerà l’immagine
dei cristalli, l’andirivieni dell’orma
come storia d’un sogno che protegge.
Qui so gustare il pensiero della neve.
5. LE SCARPE SCOMODE
Ho sempre camminato
con le scarpe scomode.
L’ ideale si stendeva
nelle strade di mezzo
tra le gocce e i miei tacchi.
Per questo non vedo nella pioggia
solo un capriccio del vento,
ma, senza numero, i fili,
il legame di ragnatela, la discesa
che suona diversa sulle mani
verdi in preghiera o in un castigo
le flagella e le gole dei fiori
come bocche nell’Eucarestia.
Io godo dell’impulso di mia madre.
Prima dell’inizio è disteso
il senso d’attesa nel tetro,
nella fluorescenza dei chiari.
È tesa la catena degli occhi
tra la terra e il cielo, poi
l’odore del corpo nuovo avvolge.
E non bastano i muri, i risvolti
fradici, i voli in partenza e in arrivo,
i vuoti d’aria o la crudeltà, contro
l’amore che con la pioggia so.
© Milena Tagliavini
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