POESIA / MASSIMO GIANNOTTA
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da "Ciclo della crudeltà"
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Massimo Giannotta
CICLO DELLA CRUDELTÀ - poesie
Empirìa - ISBN 88-87450-72-2, € 12
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CRONACHE DELL’ASSEDIO
BANDIERE
Noi non lasciammo alcuna orma, alcun segno
tanto lievi furono i nostri passi
noi
superstiti stralunati
di non combattute guerre
di vittorie
decretate senza battaglia
proclamate dalla CNN
inserite in rete
smarrite
come le nostre parole
dentro paludi elettroniche
abitate da virus
che insidiano servo-cervelli.
Chi è sigillato
a difesa
dentro vasi ermetici
come di marmellata
circondato
da air bag
da vesciche
piene d’aria
trasformabili in palloni ad elio
in aerostati colorati
che andranno di moda la prossima stagione
ripete
patetici balbettamenti
vomitando
su vestiti antimacchia
cibi antifame
cancri antiuomo
parole che neanche commuovono l’aria.
Viene quasi voglia di uscire allo scoperto
alla vista di depuratori
che mescolano e rimescolano merda
a imitazione dei nostri cieli fangosi
per prendere una boccata d’aria.
Ma forse è illusione cercare
l’originaria nudità
tra le rovine
e le sterminate discariche
tra vecchiaie similgiovanili
scolpite ai siliconi
liporisucchiate
e sublimate in tecnologiche ricomposizioni.
Questa generazione mi disgusta
è nata già morta
e secondo il copione continua a decomporsi
ma con spirito barocco
senza alcun fetore
sempre tentando di stupire
indossando
multicolori deodorate corazze
praticando complessi onanismi
e la cura maniacale di se stessa
palestra e sauna
cibi non trattati con pesticidi
filosofia del male minore
saggia leggerezza del luogo comune
(minimo comune comprendibile
Massimo Comune Ignorabile).
Senza rinunciare all’eleganza dei gesti
anche
a far correre le dita su colorate tastiere
per la guida laser dei missili da crociera
che consentono
di tenere le debite distanze
pacifici
strumenti chirurgici
come bisturi e cannule
(per non cedere a scomposte emozioni)
trapani e divaricatori
che ci assicurano
che solo il male verrà asetticamente estirpato
e se vi è una
piccola necessaria violenza
essa è pur applicata in un luogo lontano
a recidere allogeni cancri
che non abbiamo mai visto
anzi
che non vogliamo affatto vedere.
Il nemico ha invece
arnesi grossolani
unghie adunche
e mani macchiate di sangue
purtroppo il nemico non è affatto elegante
con grosse scarpe infangate
fa la guerra
con scandalosa ferocia
non come noi
che combattiamo senza volgarità né odio
quasi per noia
pescando nei forniti arsenali
tra testate
e bombe ai neutroni
per civile rispetto delle opere dell’uomo.
Anche i profughi
qui e ora
restano disciplinatamente
di là dal vetro del televisore
lì si sa
il sangue è vernice rossa
e i morti
non lasciano infette carcasse
il peso
di livide carni morte
a disfarsi dentro fosse comuni
si rialzano nell’intervallo pubblicitario
e, coi vivi,
vanno a mangiare un panino.
Qui sono
le nostre bandiere.
DELLA CITTA’ ASSEDIATA
Questa città avvolta da antiche cerchie di mura, a proteggere il ben
riparato porto, ha una sua fiera bellezza: la cinta, poderosamente
bastionata, a forma di stella a irregolari punte, gli sproni
potenti, le feritoie da dove spuntano le bocche da fuoco, le
casematte i ridotti, gli spalti affollati di uomini in armi.
Ma nessuno sa come potrà sopravvivere a questo crudele assedio,
nessuno lo crede possibile. Oggi, comunque, siamo vivi e domani è un
altro giorno.
E mentre il cielo è solcato dalle traiettorie dei missili, ricamato
dalle parabole dei traccianti, violentato dalla furia dei reattori,
forse non serviranno a molto le decrepite armi che abbiamo ripescato
nei magazzini: antiquate batterie antiaeree, vetuste bombarde,
falconetti, pezzi antinave da 120, vecchi obici.
Eppure nella notte, a guardare i bastioni che s’incendiano come
vulcani, che vomitano nel buio grandini di proiettili, verso un
nemico invisibile, invulnerabile forse, sembra possibile resistere.
Nella notte.
RAPPRESAGLIA
Alla fine si decida l’imbarco
un solo passo
dalla banchina alla passerella con corrimano
prudentemente a prevenire
il lieve rollio
di residua indecisione
ormai
ogni tempo è passato
da un’ampolla all’altra della clessidra
se pure
tutto è stato silenziosamente stivato
lunga
si prevede l’assenza.
Ormeggi mollati mentre cala la sera
da terraferma
pigro distacco.
Nero sommergibile,
anzi sottomarino
carena a goccia scafo fusiforme
forme idrodinamiche per la navigazione subacquea
con sezione maestra spostata a prora
silenziosa mole
che vibra di rattenuta forza.
Lento
ma non riluttante distacco.
(Scosta!)
timone alla banda
(avanti adagio)
Laconiche voci di comando
nella sera tranquilla
(timone in mezzo)
(avanti adagio)
ding.
Dritta 15 gradi
(dritta 10, dritta 15 gradi).
Scontra
(si scontra)
(via così)
avanti mezza
ding ding
si consuma il rito.
Nera macchina
che scivola
a cavallo della sua bianca scia.
E vento di mare
pieno profumato che apre i polmoni
riempi le tazze degli occhi
con la sera sontuosa
che occhieggia verso occidente
i polmoni
di vento salmastro
prima del nero tuffo
in acque già color della notte.
Voci
nella camera di manovra
(Pronti all’immersione rapida)
timoni 15 gradi a scendere
acqua alle casse di prora.
Ronzano turbine
che alla cieca forza impongono inflessibile disciplina.
Ma quale è il limite della ragione?
certo ridicolmente esiguo
paradosso dialettico
che discetta
tra una pressione immensa
8
10 atmosfere di pressione
(e aumenta)
20 atmosfere di pressione (e aumenta)
e un fuoco di atomi morenti
che si porta dentro
che brucia furiosamente senz’aria
silenziosamente
segretamente
febbrilmente
nelle acque d’inchiostro.
E in questo ventre cieco
ma con inquietanti occhi elettrici
qualcuno
col compito di controllare ogni apparecchiatura
esamina
le nere mute stagne
(valvole)
(attacco per la bassa pressione)
(lampo e flange)
appese
come a ganci di macellaio
pressione delle miscele
computer
apparecchi di erogazione
(autorespiratori dell’ultima generazione).
Ma anche
con il consueto scrupolo
attrezzature desuete
forse in disuso, ma in efficienza perfetta
scafandri autonomi Draeger
scafandri standard Siebe-Gorman
controlla e ricontrolla
(vestito
collare ed elmo in lamierino di rame)
(settore a vite)
(attacco per la manichetta)
(valvola automatica di sovrapressione)
Scarponi con puntali d’ottone
(ma con suole di piombo)
Bombole per l’equilibrio idrostatico
(sul davanti)
camera della calce sodata (dietro)
bombole di aria e di ossigeno.
Sacchi polmone
controlla e ricontrolla
by pass
rubinetti a due vie.
Serve un volontario
come nella Grande Guerra
un palombaro
che lasci
il guscio d’acciaio
per sprofondare verso profondità impensabili.
Gli sarà data
una lanterna come Diogene
per trafiggere oscurità sconfinate
e sarà affidato alla crudele immensità del mare
solo
col suo
robusto coltello alla cintura.
© Massimo Giannotta
Il libro
Vede la luce
il “Ciclo della crudeltà“, quarto e ultimo libro del progetto di
scrittura epica di Massimo Giannotta, che dopo “Portolano di mari
iperborei“, “La conta di Lancelot“ e “La fortezza marina“, conclude
un’opera complessa, in cui attraverso luoghi della scrittura, lungo
inquieti itinerari, una pattuglia di straniati personaggi si muove,
tracciando complesse geometrie che si piegano inesorabilmente verso
l’abisso.
Il “Ciclo della crudeltà“ costruito da Massimo Giannotta con
l’utilizzo, il rici-claggio, la reinvenzione di materiali “trovati”
come oggetti, come reperti, si direbbe talora come relitti, con
l’intento di conferire loro un nuovo assetto aperto, al tempo stesso
plurale e terribilmente individualizzato, è davvero un opus
heteroclitum posto sotto il sigillo di un progetto che fa
sistema. (Dall’introduzione di Mario Lunetta)
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Curriculum artis
Scrittore, critico, traduttore,
si occupa di editoria, di teatro e di televisione. Collabora con
diverse case editrici e riviste. Segue alcuni settori del Sindacato
Nazionale Scrittori. Vive e lavora a Roma.
È impegnato da anni in un itinerario di ‘scrittura epica’ costituita
da quattro libri: “Portolano“, “La conta di Lancelot“, “La fortezza
marina“, ed “Esercizi di crudel-tà“. Il lavoro con caratteristiche
ipertestuali, sincroniche ed enciclopediche, tende a superare la
scrittura autoreferenziale e minimalista, ma anche gli impianti di
narrazione diacronica di tipo ottocentesco.
Ha lavorato in teatro come autore e come regista su ipotesi di
‘teatro poesia’, esplorando le potenzialità dei testi letterari
forti e la loro dilatazione nello spazio scenico.
Ha organizzato diversi seminari in collaborazione con mimi e
danzatori per esplo-rare ipotesi di convergenza tra gesto forte e
parola forte. Ha al suo attivo diverse esperienze di regia e
conduzione di programmi televisivi.
Ha pubblicato / Poesia e narrativa:
Nostra Patria, Lecce, Edicoop 2, 1981; Roma, La città e le stelle,
1996;
Il Ventre della Notte, Roma, Scettro del Re, 1993;
Libro di Metamorfosi, Roma, Stampa alternativa, 1993;
Portolano di mari iperborei, Roma, Fermenti, 1998;
La conta di Lancelot, Roma, Empirìa, 1998.
La fortezza marina, Roma, IRECO, 2001
Ciclo della crudeltà, Roma, Empirìa, 2006
E.mail : m.giannotta@alice.it
Introduzione di
Mario Lunetta al “Ciclo della crudeltà“ |
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