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*
“dove vai?” mi chiedeva mia madre
solcata dalle rughe della paura,
“ancora non so”,
le rispondo (dopo vent’anni)
da guitto di circonvallazione,
sempre un casino Piazzale Lodi
sino al prossimo semaforo
e gli attimi ti consumano le mani,
anche il volante si deteriora!
*
ci si vede ogni tanto…
forse più per ricordarci
che ci siamo.
il come poco importa,
giri lo sguardo,
caleidoscopio di maschere,
colori appiccicati
- più o meno posticci -
in feste di labiali,
talvolta la parola dice.
ci si vede ogni tanto…
*
quanti fili per la città
grovigli muti
boccheggianti dai finestrini
orecchie incollate a pacemakers
detriti di comunicazione
rovinosi affanni
appannati tra vitrei stagni
come oblò obliati
*
passa il tram.
quelli di una volta.
Il pirellone (l’unico con i tacchi) rifatto.
come vernissage di baldracca.
lo sporco confina con transenne.
sigillano un domani pulito.
anche il vecchio regime restaurato.
non muore mai, quello.
sopravvive tra avanzi di idea.
così scorre la vita.
così passeggi per il centro.
hai fatto centro.
le freccette,un lontano ricordo dei navigli.
in qualche bar dove il calcetto
accoglieva giovani ossa.
*
al semaforo le chiedo: “ma sei più ricca, qui?”
la disperazione scivola al mio fianco,
mi accompagna nell’open space,
che fastidio!
tutte quelle voci all’unisono!
preferivo la povertà del suo silenzio
*
milano, quando ci sbarcai era bella,
nonostante la saudade mi innamorai
di quella nebbiolina che, allora,
s’incuneava tra le case di città studi.
sono passati più di quarant’anni,
gli amori passano,
anche le città cambiano,
e quella nebbiolina
ha scelto un altro amante…
*
quelli del quartiere.
ci ingrigiamo
nello stesso modo.
trent’anni di saluti.
con un semplice
cenno della mano.
tutti con i nostri vizietti.
la tabaccaia ladrona.
la puttana con quel suo
fare da Esselunga.
il farmacista un po’ erborista
e l’erborista un po’ farmacista.
il fiorista pakistano (new entry)
con l’edicolante
dal sorriso difficile.
il negozio del liutaio,
oramai una foresta di legni.
gli inquilini con le urla
dei bambini nel recinto
adibito a campetto.
il verde che si attenua
e il nero accentua
la sua presenza.
questo è il mio quartiere.
questa è la mia Milano.
oggi.
*
“Chi sei?”
“cosa fai?”
“cosa vuoi?”.
vocabolario da happy hour.
damine in tailleur.
pinguini in doppiopetto.
“un cinema?”.
si prosegue con il brunch
domenicale al Diana.
la sfilata del nulla
deturpa la maestà del liberty.
la business class cena alla Risacca
con i pullover di Missoni.
corso Como.
campi di concentramento de luxe
accolgono quelli che si divertono.
cecchini riempiono le stie.
liberi e belli concludono la notte.
*
accado nel magma del passaggio.
siccome disturbo nel desueto divorio
punta i gomiti quello che non ha il limite,
così per caso, un bar vale l’altro,
il dispetto sta nella resistenza,
il cablaggio ci fortifica
sino a esaurimento scorie.
*
Vuoto
“quale il senso?”,
solo la sicurezza
del segmento,
più o meno lungo.
ri-vuoto
l’incipit sogna,
la chiusa chiude.
stop
si riaccende la lampadina.
(fulminata)
l’alogena dura di più,
costa di più.
black-out
(talvolta)
ripiomba l’origine,
il buio della prefazione.
vuoto
zampilla l’emozione.
la siccità permette la goccia,
bagna le labbra.
un senso…
sembra esistere.
“E gli altri?”,
nelle loro cose affaccendati.
“ma cosa fanno?”,
“producono il vuoto”.
oggi va così.
il segmento si accorcia.
bene
mi sento più sereno.
il vuoto alle spalle,
come quella scimmia,
scrolliamocela.
*
Pausa
luna piena, stasera.
danze di coleotteri.
giù dal panettiere.
osservo.
l’afa respira
dal cemento.
la pala ridona
ossigeno.
“che ora è?”.
buttàti
sul letto.
nudi.
voci fuori,
odo!
mix di labiali,
suoni
della disperazione.
tramortiti
sulle coste.
scorribande
di scarichi.
piste lapidate
da fiori.
luci affievolite,
pile consumate,
si spengono.
tutto tace,
ora. punto.
*
La storia inizia indietro
la storia inizia indietro
pianti neonati in una villetta sudamericana
lumache alle pareti
bianche e scrostate
con l’atlantico ai piedi
“dov’è papà?”
“in giro per il mondo”, la tata mi sollevava
già sballottato di mano in mano.
gli aquiloni, con quel vento lì
un tiro alla fune verso l’alto
manca la stretta sicura
un dubbio che mi porto da sempre
una risposta persa tra la sabbia fine
“cosa aspetti a tornare a casa?”
corrono le piccole gambe
corrono i giorni da rito uguali.
la finestra sorride al poco verde
- ora - stretto tra mura di polveri
“dov’è la ciclabile?”, e “quel tram che mi salutava?”
e l’adolescente che scalava la vetta della vita?”
si affaccia da altri balconi,
la Milano volgare,
incancrenisce immagini
di figurine, copie di abitanti.
l’onda mi veniva incontro
amica nel gioco dello spruzzo
il Corcovado ci abbracciava
con il calore colori della gioia
non sapevo di povertà
non sapevo di sifilide
non sapevo di multinazionali
sapevo di essere felice
il grigiore di un open space
in finte periferie adornate
con lampioni simil Versailles, sparuti
come bianchi cigni stagnanti di contorno
a quattro sedie thonet da bar
“che ti va di prendere?”
per ammazzare la noia
del pre solarium chè
nuovi raggi anticipano il sereno
la strada saliva tortuosa
un chiosco di banane - pit stop -
anticipava la vista del Cristo
le vie sono tutte uguali, oggi,
una foto sbiadita qua e là
segna un percorso di croci
e quel Padre l’ho perso
nell’infanzia della mente.
“hai preparato l’offerta?”, ti chiede un estraneo
“hai fatto i compiti?”, ripeteva mia madre
ora capisco la congiunzione degli intenti
figlia della rabbia disperata
rassegnata al voto di castità
come appartenere, essere in questo mondo
e avvertirne il recinto
perché fuori è buio pesto
il tempo aiuta a morire
“che ore sono?”,
il ricordo è vita a ritroso
come quando torni sui tuoi passi
come quando gli alberi
sfrecciano impazziti
perché i tuoi occhi
vedono frazioni di intervalli
e la storia inizia indietro
© Marco Saya, da "Situazione
Temporanea"
Il libro
. . . la
quotidianità (che quasi può tramutarsi in quella quotidianeità, come
l’ipostatizzava Dario Bellezza) ha nella sua routine una variazione
sistematica e inafferrabile (come in un ritmo jazz che non
nascostamente è la partitura da cui Saya trae ispirazione per i suoi
versi), è preda di una cronica casualità che pure si ripropone ad
ogni passo. Il libro si legge quasi come un romanzo, è un’epica
contemporanea della città di Milano (ridotta a larva ectoplasmatica
di se stessa, fino ad un’invisibile ed impossibile città calviniana:
Milania), un’epopea di un uomo che si aggira tra le sue strade e
osserva i passeggeri dei tram, altri che si affrettano nei pressi di
piazzale Lodi, altri ancora che freneticamente acquistano
all’Esselunga. Si legge di una città che fatica a comprendere
l’accoglienza, che si sorprende a vedere una donna col burka che
attraversa una strada a braccetto con una signora elegante ed
evidentemente appartenente ad una classe sociale elevata, che si
concentra unicamente a produrre vuoto, affaccendata a guardarsi la
punta delle scarpe. (Luigi Metropoli) -->
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L'Autore
Marco Saya
nasce a Buenos Aires il 3/4/1953. Musicista jazz e poeta. Tra le sue
pubblicazioni ricordiamo Bambole di Cera (2001) edito da Antitesi -
Laura Vichi Publisher con il quale si è classificato secondo al
concorso nazionale di poesia “La Cittadella” e al concorso
internazionale “Victor Hugo”; Raccontarsi (2002) raccolta di poesie
edita dall’Istituto Italiano di Cultura di Napoli, 4-poets, silloge
poetica edita dalle Edizioni Il Filo (2003) e Noi, atomi alla
ricerca di un nucleo (2005) sempre con le Edizioni Il Filo. È
presente poi in diverse antologie tra cui segnaliamo: L’albero degli
aforismi (2004), Il segreto delle fragole (2005) e L’antologia delle
stagioni (2006) editi da Lietocolle; Swing in versi (2004) edito da
Lampi di Stampa e Vicino alle nubi sulla montagna crollata (2007)
edito da Campanotto. Ha collaborato poi con il mensile letterario Il
Filo e ha condotto una rubrica musicale sul sito della Rizzoli
Speaker’s Corner. Presenzia ad alcuni concorsi di narrativa e poesia
in qualità di membro di giuria. È presente su tutti i più importanti
siti di poesia, tra i quali Nazione Indiana e La poesia e lo
Spirito, di cui è uno dei redattori; alcune sue poesie sono apparse
ripetutamente sulla rubrica Lo Specchio curata da Cucchi. Raccoglie,
poi, importanti risultati nei vari concorsi proposti (poesie
segnalate nelle ultime due edizioni del premio “Lorenzo Montano”). È
socio, infine, di Milanocosa. Disponibile l'ultima raccolta poetica
dal titolo Situazione Temporanea edita da Puntoacapo editrice
(dicembre 2008).
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