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Lucio Toma
A GONFIE VENE poesie
Introduzione di Plinio Perilli
Editrice Ianua (edizione del Giano)
ISBN: 88-7074-147-8, € 8,00
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L’ARTE MIA IMPRODUTTIVA
L’arte mia improduttiva è no profit,
non ha orari d’ufficio, appuntamenti
certi, squilli di telefono pronti (!?)
per voci di segretarie in succinti
tailleurs. L’arte mia non ha strategie
di mercato, alti piani di lavoro.
Non ha scadenze fisse, appelli e capi
in giacca e cravatta la mia arte: è solo
un frinire del cuore senza sosta,
uno sghiribizzo di mosca bianca
di pena nelle volute dei giorni
da consumarsi preferibilmente
nel giro di qualche pagina eterna
che vale una vita intera.
Neppure
le permettono di scadere, in mezzo
a tutti di morire o insomma scendere
in piazza… L’allontanano
o se ne vanno.
Perciò, sullo sfondo
monotono di un tacito baccano
crepita soltanto una ciarda d’ali
sempre diversa s’è allegra o ferita:
forse è folle di dolore o d’amore
quando ho l’emicrania o il mal di schiena.
L’arte mia spesso è veglia stralunata
di mille e una notte tersa di punti
interrogativi, nei di luce,
stelle cadenti in parabole ignote
che squarciano la stoffa dell’anima.
Non ha problem solving, agevolazioni
fiscali o sconti questa mia fatica
dalle tasche bucate di ricordi,
spiccioli di verità: lo scontrino
della spesa sciatto o anche il foglio scritto
nell’attesa di un altro giorno, volto
di luna che mi ricorda la dote
vana d’essere quel che per te è poco
più di un semplice gioco.
FORTUNA
Ho puntato tutte le fiches
su di te: e fortuna unica
nella mia vita sei arrivata.
Rosso pari, nero dispari
non ha importanza: era il colore
di un numero ed è venuto
con nome d’amore di donna.
E’ a caro prezzo che mi son fatto
uomo: troppe le ferite
di un duello perso con la vita,
i pegni, i debiti, le ritrattazioni…
Ho scommesso tutto. Qualcosa
di me stesso è rimasto: tu, cielo
di labbra in cui cadere, fiato
per la mia voce quando
mi manca il respiro.
MANI DI MADRE
I
Quelle mani che dal buoi del sonno
sorgevano ad infilarmi i calzini
contro il mio risveglio e il tuo caldo petto,
fulcro di un ricordo in ritardo
sul tempo della scuola, quelle mani
di Amazzone che scuotevano l’aria
dei miei pensieri appartati in pensiero
e parole spazzati dalla sagra
d’ogni tuo rumore, quel terremoto
di mani corrugate da spremute
quotidiane d’affetto senza tregua
e care, quelle tue mani, Vestale
del foro domestico, che mi hanno
visto crescere perso in giochi di
versi, faccende di nuvolosi sogni,
dimmi, cosa fanno ora
che ferme nella mente
mi stringono d’assedio il cuore?
II
Madre,
se cantando del mio calvario sono
stato il figlio un poco strano, perdonami.
Forse non mi bastava la bambagia
dei tuoi gesti al dettaglio per sfamare
la sete d’infinito, la vertigine
d’amore che mi sorprese le gote
rosse al palo dei suoi occhi.
Cercavo
l’ambrosia delle parole, la linfa
sottesa ad ogni evento, il mio malsano
destino segnato da stelle oscure
su questo cuore di carta. Ho colpa?
Osai solo le strade dell’anima
inquieta che portano dritto fino
alle righe accidentate del volto
tuo come a un bivio di giorni simili
dove la stretta grigia della vita
ti prende un colpo e sputi
il sangue proprio adesso che io ti nutro
del mio beato disperato inchiostro.
LA VITA
Giovedì di Luglio, santo cielo!
Alzabandiera al mio corpo: pertica
di respiri controvento d’afa.
E l’emorragia di luce si spande
fra il nome mio proprio
e i comuni corpi, gli oggetti.
Mi vesto di occhiali e metto
a fuoco ogni sagoma tumefatta
di felicità, ogni cosa
in cui inciampo non volendo...
E riconosco allora la vita
che sui volti gonzi garba lo stesso
identico dolore per via
dei graffi che accarezzando lascia
a ricordo d’averci incontrati.
QUASI UNA LETTERA ALLA NOTTE
Notte!? Quindi non ci sono più
le stagioni di una volta,
perciò sei sempre la stanza certa
in cui mi chiudo alla luce fioca
di qualche stella con pochi arredi,
scheletri nell’armadio del pensiero,
grucce di vita su cui appendere
parole come bianchi fazzoletti,
un letto per delirare anche stasera
dal quinto piano di un ospedale trentino
sopra un mondo di anime perdute
nell’immane sorte d’accendersi
in scintille sparite di respiri.
Ecco tutto. Eccomi qui a sentire
solo la flebile voce del vento
nella gola del fondovalle, lo squarcio
di un’eco fra cime supreme
come lo specchio
impressionante
della mia piccolezza prima
di sussurrarti passo e chiudo.
© Lucio Toma, da "A gonfie vene"
Il libro
Dall'Introduzione di Plinio Perilli:
[...]
La poesia di Lucio Toma, trentenne pugliese qui alla sua prima vera
prova, dopo la plaquette d’esordio, Zigrinature, ora
confluita in una raccolta più organica e ripensata, A gonfie vene
– è la lingua di un fatto organico, cioè di un fatto con delle
conseguenze vive… (il testo in corsivo è di Pasternak "La poesia
della prosa" - n.del r.)
[...]
Così il nostro Lucio, che si sente un po’ discepolo di Rimbaud e
dunque vuol essere “assolutamente moderno” ma soprattutto farsi
poeta-veggente dell’anima, ardisce di assumere cruda, realistica
poesia perfino con il Buscopan, il Maalox, ed altri consimili
medicinali, più o meno efficaci… Suggestioni ed esiti lirici davvero
probanti, che amiamo annoverare tra i momenti più originali e
disperatamente felici di questo libro, cioè di questo dimesso,
divulgato esistenzialismo, che è dunque una cupa, aurea
miniera di ossimori, un’armoniosa ridda dei contrari, una
vera e propria cura “omeopatica” del Vivere verso e dentro lo
Scrivere.
[...]
Le vene gonfie, La Rivolta Da Dentro (che è sforzo, rabbia, fatica,
intollerabile soma del quotidiano), addensano e sommuovono i volti,
i corpi, le braccia, le mani di tanti quadri, statue, testimonianze
dell’arte di ogni secolo: gonfie vene della Passione, dei Cristi più
agonici, ma anche degli umili umiliati o degli eroi sconfitti e
vittoriosi nelle grandi, ma anche piccole battaglie della vita,
della Storia…
[...]
A gonfie vene, Lucio Toma veleggia
dunque dentro, contro e oltre il buio del suo malessere, solo
assistito dalla benefica certezza coniugale del suo amore (“e
fortuna unica / nella mia vita sei arrivata”), e dall’eguale
sacrosanta fiducia nella pura, denudante luce della poesia… Perché
la giovinezza finisce presto, è già finita: “l’età veloce dei sogni
stretti / negli zàini inciampa ai marciapiedi / dell’attesa alla
stazione.” Ma anche il disincanto può redimersi, trasmutarsi in
canto...
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