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Lucia Cicchino
HUMUS, poesie
Prefazione di Letizia Lanza
Postfazione di Annalisa Macchia
Edizioni CFR-Poiein, Piateda (SO)
ISBN 978-99-97224-03-7, pagine 34, € 5,00
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In
primavera, no
Verde vergine,
ogni giorno più deciso.
Si accalca,
si strangola
il vecchio con il nuovo.
Da strozzato,
tra cemento e smog
si ergono
fruste di pesco.
E tra spine, rose-gioielli.
In mia stagione grigia
- si attenuano i progetti ed è noto il dolore -
mi abbraccia
gioco di colori
in trame di armonia.
Impazziti,
cantano amore gli uccelli.
Non si può morire, in primavera.
Estate di San Martino
Prona,
supina,
in spiaggia giallo-verde tra gli olivi,
mi lascio coccolare
da seno di madre, calore di padre.
Rubo frutti
alle fronde.
Stretti alle foglie,
scivolano via nella cesta.
- Fragranza di olio casereccio -
La terra
ubriaca di sole
confonde i suoi ritmi.
Germina qua e là
primule.
E in steli di geranio
spinge linfa
con idolatria.
La piena
Della piena
la nausea del fango
in bocca.
Rollavo nella melma:
occhi e pugni stretti,
ma più potente
la certezza di essere ingoiata.
Fluiva il veleno
lasciandomi,
e invadeva la pianura.
Piante divelte morivano al mio posto.
- Quanto
il prezzo di una vita? –
Sole e vento
Connubio intricato tra sole e vento
o partita a scacchi?
Osserviamo noi.
Ignari delle loro leggi,
ci scopriamo polvere.
Passione
Scalpitio omofono
la nostra corsa
comandata da nerbo
ancestrale.
E non si arresta,
puntando verso il sole.
Ciottolo
Un ciottolo ho raccolto alla pescaia.
Dipingerò per te ciliegi in fiore
traboccanti di verde
come due ventenni.
Noi.
Sull’argine del fiume.
Un altro ti condurrà... (Gv.
21, 18b)
Duemila anni.
E la Parola si fa storia in me,
come agli albori in Pietro.
Un Altro mi porterà
dove non voglio:
dopo vent’anni
ancora
ad infusioni di chemioterapia.
Eppure lo sento.
Tenera-forte Mano si fa strada
nella mia città spettrale.
Si rilassano i muscoli:
con Lei percorrerò le impervie vie.©
Lucia Cicchino, da "Humus" |
Il libro
Prefazione di Letizia Lanza:
Humus. Suolo, terra fertile, benefico seno. Riserva
salvifica di abbondanza. Plenitudine di vita. Penetrata come sempre
d’amore, si articola qui ancora più densa che in passato, turgida,
di invidiabile ricchezza. Limpidi versi decisi, dai quali il
coraggio grida la sua forza, la sua (pre)potenza; nei quali una
caritas militante proclama la sua volontà, il suo bisogno di
esserci, di dare.
E si espande e si immilla attraverso le manifestazioni del mondo
naturale, la gioiosa oppure sofferta, ardua, stenta ma comunque
tenera presenza degli animali: fidi sodali per quanti e quante,
della società “umana”, sanno ancora credere e riconoscersi nei
valori valori autentici.
Su tutto, nella silloge s’impone, costantemente rinsaldata,
l’alleanza con Dio, l’accettazione del Calice – da vuotarsi, per
quanto amaro, fino all’ultimo avido sorso. Pervasiva infatti la
presenza, sotterranea ma spesso affiorante o volutamente
esplicitata, della lezione biblica - «Duemila anni./ E la parola si
fa storia in me,/ come agli albori in Pietro» - quasi a sprangare
una robusta saracinesca contro la baracconata turpe (o, al meno
peggio, becera) che è ormai, per lo più, il “nostro” mondo, il
“nostro” oggi colpevole e malato: «Disgusto. Nausea./ Come digerire
indigestione/ di razzia-follia/ in tribale Babele?»; «Aria: fucina/
di smog e radiazioni/ Killer full-time».
Inesauribile ciò non ostante la pietas. E si esprime
lautamente: verso il ciliegio che «malmenato,/ non si è difeso./
Volto di Cristo./ Sua creatura»; o verso la «corolla umiliata dal
temporale./ Un impulso: staccarla./ Arresto la mano./ Cadrà sangue
di petali./ Ma/ scelga l’attimo l’Antico di giorno» o,
ancora, avvolge materna la «piccola lucertola verde smunto» che
procede «a zig-zag sull’asfalto./ Tremano le viscere./ Cara libertà,
ma.../ Tornare a pertugio senza corso,/ piuttosto che fra estranei
morire».
Un libro importante, quello della poeta. E non (sol)tanto per la
qualità dei brani, ma anche, innanzi tutto, per l’inesausta
generosità che lo innerva.
Postfazione di Annalisa Macchia:
Terra fertile, foglie che invece di morire diventano nutrimento e
vita, “...tra cemento e smog... fruste di pesco, margherite di
cristallo..., unico filo d’erba che innamora..., dal nido... testine
implumi, distesa di profumi e colori..., profumi sommessi /
som-mersi...”, non sono luogo idilliaco, suggestive descrizioni
della bellezza del creato né, tantomeno, trite manifestazioni di
un’errata e purtroppo ancora diffusa concezione del linguaggio
poetico, bensì scenario vivo della vicenda umana. Piante, fiori,
animali, che in questa nuova raccolta poetica di Lucia Visconti
trovano spazio tra i suoi versi,sono tutti intrisi dell’umanità alta
e dolente dell’autrice, della percezione del divino attraverso la
natura. Davanti al mistero che le si rivela, l’urgenza di esprimersi
diventa in lei talmente forte da non poter restare confinata nel
silenzio. La sua voce, nel dichiararsi, si fa parola poetica e
canto. Un canto variamente modulato, spesso venato dallo
struggimento di non potere essere pienamente esprimibile con i
poveri mezzi a nostra disposizione “Di troppo le parole” (Giubilo),
ma costantemente teso alla luce dell’Antico dei giorni,
unica fonte di Sapienza, unica via di Salvezza.
Il dolore, la sofferenza, inevitabili compagni dell’umana avventura,
lungi dall’aver risparmiato l’autrice, sono palpabile nelle sue
liriche come è palpabile il disorientamento, il tormento davanti ad
essi “Connubio intricato tra sole e vento/ o partita a scacchi?” (Sole
e vento) o, più misticamente, “Entrare in te./ Tutta./
Tormento,/ barriera della carne.” (In te), ma sempre,
nella Parola, si trova una risposta allo smarrimento fino a
trasformare fragilità e dubbio in consapevole serenità:
“Tenera-forte Mano si fa strada/ nella mia città spettrale./ Si
rilassano i muscoli:/ con Lei percorrerò le impervie vie.” (Un
Altro ti condurrà), “Scalpitio omofono/ la nostra corsa/
comandata da nerbo/ ancestrale./ E non si arresta,/ puntando verso
il sole.” (Passione).
L’apparente semplicità del lessico e la linearità della sintassi non
devono fuorviare il lettore. Quando la voglia di comunicare è vera
ed irrinunciabile, si rifuggono istintivamente astrusità ermetiche
ed ubriacature linguistiche; la via della semplicità diventa quasi
obbligatoria. È la semplicità che è difficile a farsi,
diceva Bertold Brecht. Dietro il canto di Lucia c’è un tessuto di
conoscenze letterarie e bibliche di tutto rispetto. Ce lo rivelano i
raffinati riferimenti ai testi sacri, l’incedere sicuro e tuttavia
privo di supponenza del suo dettato, l’asciuttezza e l’intensità dei
suoi versi, inevitabile traguardo di un percorso poetico affinatosi
nel tempo, divenuto capace di cogliere il messaggio nella sua
integrità, nella sua essenza, per poterlo restituire nella sua forma
più incisiva e convincente, libero da ogni superfluo appesantimento.
A rendere ancora più leggera e gradevole la lettura della raccolta,
compaiono qua e là giocose soluzioni poetiche e brevissime
composizioni in forma di haiku, delicati acquerelli che stemperano
con la loro grazia concisa le tinte forti e sanguigne trasudanti da
molte liriche.
Il messaggio, esplicitamente cristiano, attraverso un flusso
ininterrotto e, talvolta, un nodo di emozioni non sempre umanamente
risolte, arriva diretto al lettore, in tutta la sua profondità e
consolazione. Pregno di quell’Amore di cui l’autrice si fa portavoce
e da cui scaturisce il fascino profondo di questa poesia.
Nota di Caterina Trombetti: Nella nuova
raccolta di poesie dal significativo titolo, Humus,
Lucia Cicchino Visconti ci offre, come è sua impronta peculiare, le
rapide immagini dei suoi versi cristallini e puri, liberi da ogni
leziosità.
Lo stile di Lucia Cicchino è diretto e sostanziale, L’estrema
essenzialità della sua poesia produce l’effetto di una forza, tutta
concentrata in una piccola massa, che raggiunge il lettore come un
proiettile lanciato, che colpisce in modo deciso e netto. Uno stile,
il suo, caratterizzato da un procedere dei versi in cui tutto è
ridotto all’essenziale, dover anche l’articolo è usato con
parsimonia.. L’Autrice ha maturato una misura così focale, quasi a
voler avvertire chi legge, che nella vita tutto l’eccedente è
inutile, che se ne può fare a meno, che l’importante è concentrare
l’attenzione sulla vera essenza del nostro mondo e delle “cose” che
lo abitano, soprattutto il mondo vegetale, in cui Lucia si
identifica. La natura si ribella a ciò che menti distorte e
disumanizzate hanno concepito per stravolgerla, per mutilarla a
favore solo del profitto, sconvolgendo la vita dei più deboli, /…/ -
Quanto il prezzo di una vita?/ si legge in La
piena. L’uomo si trova , dunque, in balia degli elementi che
riprendono il sopravvento distruggendo piante e esseri umani.
Versi brevi, brevissimi, fatti di poche parole, ma dotati di una
forza illuminante, Lucia isola anche un solo termine linguistico,
proprio per farcene assaporare a pieno il valore e il senso. Nei
testi poetici non solo comunica la sua emozione, ma ci rende
partecipi della sua profonda convinzione che siamo polvere e
strumenti del disegno divino. In Sole e vento
leggiamo/…./ Ignari delle loro leggi/ ci scopriamo polvere/.
Ci porta ad osservare gli uccelli in volo, i piccoli animali, i
profumi, le cose minime, i fiori. Tutto è vita della terra, che è
madre e padre e la gioia che scaturisce dalle immagini di “testine
implumi”, “ Vite riccioli vivi”, “boccucce di ginestra” diventa
consolatoria anche per noi. La natura la incanta e Lucia canta la
natura. I fiori più semplici e comuni esercitano su di lei un forte
richiamo; lei li osserva e immancabilmente dal suo guardare attento
scaturiscono i suoi versi. Il ciliegio, su cui si
avventano inclementi gli uccelli e gli uomini per strappare i
frutti, diviene simbolo dell’immagine di Cristo, che non si è difeso
dalla moltitudine inferocita.
Nei testi di Lucia Cicchino è viva la bellezza della natura , che dà
gioia e conforto e raramente appare il,tema della malattia che la
tormenta, che l’ha provata in ripetuti e incalzanti modi, e dalla
quale ogni volta risorge con rinnovata energia, con il desiderio di
darsi agli altri, di donare. Nella poesia Scarpa leggera
ci conduce nel mondo della malattia, che ha potenziato la generosità
e l’attenzione verso gli altri e che è divenuta strumento per
affinare l’amore. Il suo sguardo sul mondo, sulla follia omicida che
pervade l’umanità, come in una tribale Babele, trova chiarezza nella
sua inesauribile fede in Dio, al quale offre i tormenti della vita,
perché sono “via”. “ Entrare in T./ Tutta./…/ e ancora
/ …/Tenera-fore Mano si fa strada nella mia città spettrale/…/
con le percorrerò le impervie vie./
Ed il cammino di Lucia Visconti Cicchino non si arresta, procede
coraggioso, supera barriere, sfida il male, si rivolge a Dio e punta
verso il sole.
Nota di Massimo Seriacopi:
Se è possibile volgere con gli strumenti della poesia i propri passi
verso una costante ricerca della bellezza, dell'armonia
rasserenatrice, questo è senz'altro il percorso attuato dall'autrice
dell'agile libello di liriche qui in esame che testimonia un
progresso notevole rispetto alle non poche e non banali (anche
quando basate sul dialetto sapientemente proposto) raccolte
precedenti, e mostra dunque di aver saputo far tesoro di tutte le
esperienze attraversate nella vita come nell'arte, nel colloquio
intimo con il proprio io religioso come nella quotidianità.
Poeta è anche chi riesce a dialogare, oltre che con la propria
interiorità, con ogni più piccolo elemento costituente dell'altro da
sé e della natura, fino a rendicontare uno scambio tra la propria
entità umana e quegli elementi che della natura fanno parte: "Non
più tempo di lazzi./ Di abbandono.// Vacua forza in argilla/ per
figli tigre/ e/ Vecchiezza en tours d'enfance./ Fortezza/ ci
trasfiguri in roccia", scrive la Cicchino in una delle illuminazioni
più intense del proprio ergasterium poetico, motivando
nella lirica d'apertura della raccolta il titolo riunificatore
prescelto: "Indugio a calpestare foglie morte./ Come oltraggiare
humus?".
Un richiamo costante alla madre terra, alle creature che genera nel
suo seno e con il proprio vigore, con una ricerca vertiginosa
attraverso termini che dall'uso comune migrano verso l'evocatività e
la risonanza delle corde più profonde delle cognizioni semantiche e
dell'eco musicale: Verde vergine,/ ogni giorno più deciso./ Si
accalca,/ si strangola/ il vecchio con il nuovo".
L'evocazione di rose-gioielli, margherite di cristallo, giorni-pece,
zagare che incensano la collina, profumi sommessi/sommersi, spingono
il desiderio sempre nella stessa direzione: ricongiungere la
creatura con il Creatore, senza imbarazzi religiosamente avvertito
anche in un "mazzolino da sposa/ casto-suadente come/ Amore", o nel
farsi "sperma di sole/che penetra cespugli verde-bottiglia/vogliosi
di fiorire", o nel rivelare la Passione in un ciliegio con rami
stroncati e foglie sporche di vermiglio, che "malmenato,/ non si è
difeso:/ Volto di Cristo:/ Sua creatura".
Non manca la ricerca di un "Flash edenico", il richiamo a un'antica
comunione panica con l'universo, il rimando a passi scritturali,
come se si volesse condividere l'azione di un falco che, "neo tra
l'azzurro,/ attenua la fame con l'infinito", o ritornare a
quell'ingresso nella vita cristiana che è il Battesimo: "Silenzio!
Neve./ Veste battesimale/ ha la natura".
Con la forza di un'incisione, e insieme con la delicatezza di un
acquarello, brevi intensi componimenti offerti come segno di lotta
strenua contro il dolore non invincibile dell'esistenza, se la
parola riesce a diventare ricerca di senso, armonia, bellezza.
L'Autrice
Lucia Visconti
Cicchino, nata ad Abbadia San Salvatore (Siena) il 2 febbraio 1952,
è felicemente sposata e madre di cinque figli.
Laureata in Pedagogia alla Facoltà di Magistero dell'Università di
Firenze con il professor Lamberto Borghi, è stata per sua scelta
insegnante elementare. Coi suoi alunni ha curato soprattutto i
laboratori linguistici.
Membro della "Bottega de' i' tempu passu", gruppo culturale di
Abbadia San Salvatore, scrive poesie in dialetto.
Ha pubblicato nel gennaio del 2003 il suo primo libro di poesie,
Orme di Signoria, con le Edizioni Chirico di Napoli. Lo stesso
editore le ha pubblicato quindi, nel maggio 2003, Grazie Disma,
un testo di meditazione sul senso della sofferenza e sulla
misericordia di Dio.
Nel 2007 ha pubblicato il racconto Con il volto di terra
presso l'editore Cantagalli di Siena, nel 2011.
Di lei hanno scritto: Giorgio Barberi Squarotti, Plinio Perilli,
Carmelo Mezzasalma, Mario Sodi, Alberta Bigagli, Mariella Bettarini,
Antonio Spagnuolo, Letizia Lanza, Vittorio Messori, Giulio Panzani,
Giuliano Landolfi, Vittoriano Esposito, Pasquale Defelice, Pietro
Pancamo, Letizia Lanza, Annalisa Macchia.
Lucia Cicchino
Visconti, "L'Eco
Rossa", narrativa
Lucia Cicchino Visconti, "Per mano", poesie
Lucia Cicchino Visconti,
Pagine critiche
Lucia Cicchino Visconti, "Se
la catena non si spezza" di F. Santamaria
Letizia Lanza, "Orme
di Signoria" di Lucia Visconti |