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Lucia Cicchino Visconti

FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

POESIA / LUCIA CICCHINO


da "Humus"
 

Lucia Cicchino, Humus - poesie

Lucia Cicchino
HUMUS, poesie
Prefazione di Letizia Lanza
Postfazione di Annalisa Macchia
Edizioni CFR-Poiein, Piateda (SO)
ISBN 978-99-97224-03-7, pagine 34, € 5,00


Per ordinare il libro:
Edizioni CFR, Via Amonini, 9 - 23020 Piateda (SO)
web: www.edizionicfr.itwww.poiein.it
e-mail: gianmario@poiein.it – cell. 338 1731774
 

 

  In primavera, no

Verde vergine,
ogni giorno più deciso.
Si accalca,
si strangola
il vecchio con il nuovo.

Da strozzato,
tra cemento e smog
si ergono
fruste di pesco.
E tra spine, rose-gioielli.

In mia stagione grigia
- si attenuano i progetti ed è noto il dolore -
mi abbraccia
gioco di colori
in trame di armonia.

Impazziti,
cantano amore gli uccelli.
Non si può morire, in primavera.


Estate di San Martino

Prona,
supina,
in spiaggia giallo-verde tra gli olivi,
mi lascio coccolare
da seno di madre, calore di padre.
               Rubo frutti
alle fronde.
Stretti alle foglie,
scivolano via nella cesta.
               - Fragranza di olio casereccio -
La terra
               ubriaca di sole
               confonde i suoi ritmi.
               Germina qua e là
               primule.
               E in steli di geranio
               spinge linfa
               con idolatria.


La piena

Della piena
la nausea del fango
in bocca.
Rollavo nella melma:
occhi e pugni stretti,
ma più potente
la certezza di essere ingoiata.

Fluiva il veleno
lasciandomi,
e invadeva la pianura.
Piante divelte morivano al mio posto.
               - Quanto
il prezzo di una vita? –


Sole e vento

Connubio intricato tra sole e vento
o partita a scacchi?

Osserviamo noi.
Ignari delle loro leggi,
ci scopriamo polvere.


Passione

Scalpitio omofono
la nostra corsa
comandata da nerbo
                              ancestrale.
E non si arresta,
puntando verso il sole.


Ciottolo

Un ciottolo ho raccolto alla pescaia.
Dipingerò per te ciliegi in fiore
traboccanti di verde
come due ventenni.
Noi.
Sull’argine del fiume.


Un altro ti condurrà... (Gv. 21, 18b)

Duemila anni.
E la Parola si fa storia in me,
come agli albori in Pietro.
Un Altro mi porterà
dove non voglio:
dopo vent’anni
ancora
ad infusioni di chemioterapia.
Eppure lo sento.
               Tenera-forte Mano si fa strada
               nella mia città spettrale.
               Si rilassano i muscoli:
               con Lei percorrerò le impervie vie.

© Lucia Cicchino, da "Humus"

Il libro

Prefazione di Letizia Lanza:
Humus. Suolo, terra fertile, benefico seno. Riserva salvifica di abbondanza. Plenitudine di vita. Penetrata come sempre d’amore, si articola qui ancora più densa che in passato, turgida, di invidiabile ricchezza. Limpidi versi decisi, dai quali il coraggio grida la sua forza, la sua (pre)potenza; nei quali una caritas militante proclama la sua volontà, il suo bisogno di esserci, di dare.
E si espande e si immilla attraverso le manifestazioni del mondo naturale, la gioiosa oppure sofferta, ardua, stenta ma comunque tenera presenza degli animali: fidi sodali per quanti e quante, della società “umana”, sanno ancora credere e riconoscersi nei valori valori autentici.
Su tutto, nella silloge s’impone, costantemente rinsaldata, l’alleanza con Dio, l’accettazione del Calice – da vuotarsi, per quanto amaro, fino all’ultimo avido sorso. Pervasiva infatti la presenza, sotterranea ma spesso affiorante o volutamente esplicitata, della lezione biblica - «Duemila anni./ E la parola si fa storia in me,/ come agli albori in Pietro» - quasi a sprangare una robusta saracinesca contro la baracconata turpe (o, al meno peggio, becera) che è ormai, per lo più, il “nostro” mondo, il “nostro” oggi colpevole e malato: «Disgusto. Nausea./ Come digerire indigestione/ di razzia-follia/ in tribale Babele?»; «Aria: fucina/ di smog e radiazioni/ Killer full-time».
Inesauribile ciò non ostante la pietas. E si esprime lautamente: verso il ciliegio che «malmenato,/ non si è difeso./ Volto di Cristo./ Sua creatura»; o verso la «corolla umiliata dal temporale./ Un impulso: staccarla./ Arresto la mano./ Cadrà sangue di petali./ Ma/ scelga l’attimo l’Antico di giorno» o, ancora, avvolge materna la «piccola lucertola verde smunto» che procede «a zig-zag sull’asfalto./ Tremano le viscere./ Cara libertà, ma.../ Tornare a pertugio senza corso,/ piuttosto che fra estranei morire».
Un libro importante, quello della poeta. E non (sol)tanto per la qualità dei brani, ma anche, innanzi tutto, per l’inesausta generosità che lo innerva.

Postfazione di Annalisa Macchia:
Terra fertile, foglie che invece di morire diventano nutrimento e vita, “...tra cemento e smog... fruste di pesco, margherite di cristallo..., unico filo d’erba che innamora..., dal nido... testine implumi, distesa di profumi e colori..., profumi sommessi / som-mersi...”, non sono luogo idilliaco, suggestive descrizioni della bellezza del creato né, tantomeno, trite manifestazioni di un’errata e purtroppo ancora diffusa concezione del linguaggio poetico, bensì scenario vivo della vicenda umana. Piante, fiori, animali, che in questa nuova raccolta poetica di Lucia Visconti trovano spazio tra i suoi versi,sono tutti intrisi dell’umanità alta e dolente dell’autrice, della percezione del divino attraverso la natura. Davanti al mistero che le si rivela, l’urgenza di esprimersi diventa in lei talmente forte da non poter restare confinata nel silenzio. La sua voce, nel dichiararsi, si fa parola poetica e canto. Un canto variamente modulato, spesso venato dallo struggimento di non potere essere pienamente esprimibile con i poveri mezzi a nostra disposizione “Di troppo le parole” (Giubilo), ma costantemente teso alla luce dell’Antico dei giorni, unica fonte di Sapienza, unica via di Salvezza.
Il dolore, la sofferenza, inevitabili compagni dell’umana avventura, lungi dall’aver risparmiato l’autrice, sono palpabile nelle sue liriche come è palpabile il disorientamento, il tormento davanti ad essi “Connubio intricato tra sole e vento/ o partita a scacchi?” (Sole e vento) o, più misticamente, “Entrare in te./ Tutta./ Tormento,/ barriera della carne.” (In te), ma sempre, nella Parola, si trova una risposta allo smarrimento fino a trasformare fragilità e dubbio in consapevole serenità: “Tenera-forte Mano si fa strada/ nella mia città spettrale./ Si rilassano i muscoli:/ con Lei percorrerò le impervie vie.” (Un Altro ti condurrà), “Scalpitio omofono/ la nostra corsa/ comandata da nerbo/ ancestrale./ E non si arresta,/ puntando verso il sole.” (Passione).
L’apparente semplicità del lessico e la linearità della sintassi non devono fuorviare il lettore. Quando la voglia di comunicare è vera ed irrinunciabile, si rifuggono istintivamente astrusità ermetiche ed ubriacature linguistiche; la via della semplicità diventa quasi obbligatoria. È la semplicità che è difficile a farsi, diceva Bertold Brecht. Dietro il canto di Lucia c’è un tessuto di conoscenze letterarie e bibliche di tutto rispetto. Ce lo rivelano i raffinati riferimenti ai testi sacri, l’incedere sicuro e tuttavia privo di supponenza del suo dettato, l’asciuttezza e l’intensità dei suoi versi, inevitabile traguardo di un percorso poetico affinatosi nel tempo, divenuto capace di cogliere il messaggio nella sua integrità, nella sua essenza, per poterlo restituire nella sua forma più incisiva e convincente, libero da ogni superfluo appesantimento.
A rendere ancora più leggera e gradevole la lettura della raccolta, compaiono qua e là giocose soluzioni poetiche e brevissime composizioni in forma di haiku, delicati acquerelli che stemperano con la loro grazia concisa le tinte forti e sanguigne trasudanti da molte liriche.
Il messaggio, esplicitamente cristiano, attraverso un flusso ininterrotto e, talvolta, un nodo di emozioni non sempre umanamente risolte, arriva diretto al lettore, in tutta la sua profondità e consolazione. Pregno di quell’Amore di cui l’autrice si fa portavoce e da cui scaturisce il fascino profondo di questa poesia.

Nota di Caterina Trombetti:
Nella nuova raccolta di poesie dal significativo titolo, Humus, Lucia Cicchino Visconti ci offre, come è sua impronta peculiare, le rapide immagini dei suoi versi cristallini e puri, liberi da ogni leziosità.
Lo stile di Lucia Cicchino è diretto e sostanziale, L’estrema essenzialità della sua poesia produce l’effetto di una forza, tutta concentrata in una piccola massa, che raggiunge il lettore come un proiettile lanciato, che colpisce in modo deciso e netto. Uno stile, il suo, caratterizzato da un procedere dei versi in cui tutto è ridotto all’essenziale, dover anche l’articolo è usato con parsimonia.. L’Autrice ha maturato una misura così focale, quasi a voler avvertire chi legge, che nella vita tutto l’eccedente è inutile, che se ne può fare a meno, che l’importante è concentrare l’attenzione sulla vera essenza del nostro mondo e delle “cose” che lo abitano, soprattutto il mondo vegetale, in cui Lucia si identifica. La natura si ribella a ciò che menti distorte e disumanizzate hanno concepito per stravolgerla, per mutilarla a favore solo del profitto, sconvolgendo la vita dei più deboli, /…/ - Quanto il prezzo di una vita?/ si legge in La piena. L’uomo si trova , dunque, in balia degli elementi che riprendono il sopravvento distruggendo piante e esseri umani.
Versi brevi, brevissimi, fatti di poche parole, ma dotati di una forza illuminante, Lucia isola anche un solo termine linguistico, proprio per farcene assaporare a pieno il valore e il senso. Nei testi poetici non solo comunica la sua emozione, ma ci rende partecipi della sua profonda convinzione che siamo polvere e strumenti del disegno divino. In Sole e vento leggiamo/…./ Ignari delle loro leggi/ ci scopriamo polvere/.
Ci porta ad osservare gli uccelli in volo, i piccoli animali, i profumi, le cose minime, i fiori. Tutto è vita della terra, che è madre e padre e la gioia che scaturisce dalle immagini di “testine implumi”, “ Vite riccioli vivi”, “boccucce di ginestra” diventa consolatoria anche per noi. La natura la incanta e Lucia canta la natura. I fiori più semplici e comuni esercitano su di lei un forte richiamo; lei li osserva e immancabilmente dal suo guardare attento scaturiscono i suoi versi. Il ciliegio, su cui si avventano inclementi gli uccelli e gli uomini per strappare i frutti, diviene simbolo dell’immagine di Cristo, che non si è difeso dalla moltitudine inferocita.
Nei testi di Lucia Cicchino è viva la bellezza della natura , che dà gioia e conforto e raramente appare il,tema della malattia che la tormenta, che l’ha provata in ripetuti e incalzanti modi, e dalla quale ogni volta risorge con rinnovata energia, con il desiderio di darsi agli altri, di donare. Nella poesia Scarpa leggera ci conduce nel mondo della malattia, che ha potenziato la generosità e l’attenzione verso gli altri e che è divenuta strumento per affinare l’amore. Il suo sguardo sul mondo, sulla follia omicida che pervade l’umanità, come in una tribale Babele, trova chiarezza nella sua inesauribile fede in Dio, al quale offre i tormenti della vita, perché sono “via”. “ Entrare in T./ Tutta./…/ e ancora / …/Tenera-fore Mano si fa strada nella mia città spettrale/…/ con le percorrerò le impervie vie./
Ed il cammino di Lucia Visconti Cicchino non si arresta, procede coraggioso, supera barriere, sfida il male, si rivolge a Dio e punta verso il sole.

Nota di Massimo Seriacopi:
Se è possibile volgere con gli strumenti della poesia i propri passi verso una costante ricerca della bellezza, dell'armonia rasserenatrice, questo è senz'altro il percorso attuato dall'autrice dell'agile libello di liriche qui in esame che testimonia un progresso notevole rispetto alle non poche e non banali (anche quando basate sul dialetto sapientemente proposto) raccolte precedenti, e mostra dunque di aver saputo far tesoro di tutte le esperienze attraversate nella vita come nell'arte, nel colloquio intimo con il proprio io religioso come nella quotidianità.
Poeta è anche chi riesce a dialogare, oltre che con la propria interiorità, con ogni più piccolo elemento costituente dell'altro da sé e della natura, fino a rendicontare uno scambio tra la propria entità umana e quegli elementi che della natura fanno parte: "Non più tempo di lazzi./ Di abbandono.// Vacua forza in argilla/ per figli tigre/ e/ Vecchiezza en tours d'enfance./ Fortezza/ ci trasfiguri in roccia", scrive la Cicchino in una delle illuminazioni più intense del proprio ergasterium poetico, motivando nella lirica d'apertura della raccolta il titolo riunificatore prescelto: "Indugio a calpestare foglie morte./ Come oltraggiare humus?".
Un richiamo costante alla madre terra, alle creature che genera nel suo seno e con il proprio vigore, con una ricerca vertiginosa attraverso termini che dall'uso comune migrano verso l'evocatività e la risonanza delle corde più profonde delle cognizioni semantiche e dell'eco musicale: Verde vergine,/ ogni giorno più deciso./ Si accalca,/ si strangola/ il vecchio con il nuovo".
L'evocazione di rose-gioielli, margherite di cristallo, giorni-pece, zagare che incensano la collina, profumi sommessi/sommersi, spingono il desiderio sempre nella stessa direzione: ricongiungere la creatura con il Creatore, senza imbarazzi religiosamente avvertito anche in un "mazzolino da sposa/ casto-suadente come/ Amore", o nel farsi "sperma di sole/che penetra cespugli verde-bottiglia/vogliosi di fiorire", o nel rivelare la Passione in un ciliegio con rami stroncati e foglie sporche di vermiglio, che "malmenato,/ non si è difeso:/ Volto di Cristo:/ Sua creatura".
Non manca la ricerca di un "Flash edenico", il richiamo a un'antica comunione panica con l'universo, il rimando a passi scritturali, come se si volesse condividere l'azione di un falco che, "neo tra l'azzurro,/ attenua la fame con l'infinito", o ritornare a quell'ingresso nella vita cristiana che è il Battesimo: "Silenzio! Neve./ Veste battesimale/ ha la natura".
Con la forza di un'incisione, e insieme con la delicatezza di un acquarello, brevi intensi componimenti offerti come segno di lotta strenua contro il dolore non invincibile dell'esistenza, se la parola riesce a diventare ricerca di senso, armonia, bellezza.

L'Autrice

Lucia Visconti Cicchino, nata ad Abbadia San Salvatore (Siena) il 2 febbraio 1952, è felicemente sposata e madre di cinque figli.
Laureata in Pedagogia alla Facoltà di Magistero dell'Università di Firenze con il professor Lamberto Borghi, è stata per sua scelta insegnante elementare. Coi suoi alunni ha curato soprattutto i laboratori linguistici.
Membro della "Bottega de' i' tempu passu", gruppo culturale di Abbadia San Salvatore, scrive poesie in dialetto.
Ha pubblicato nel gennaio del 2003 il suo primo libro di poesie, Orme di Signoria, con le Edizioni Chirico di Napoli. Lo stesso editore le ha pubblicato quindi, nel maggio 2003, Grazie Disma, un testo di meditazione sul senso della sofferenza e sulla misericordia di Dio.
Nel 2007 ha pubblicato il racconto Con il volto di terra presso l'editore Cantagalli di Siena, nel 2011.
Di lei hanno scritto: Giorgio Barberi Squarotti, Plinio Perilli, Carmelo Mezzasalma, Mario Sodi, Alberta Bigagli, Mariella Bettarini, Antonio Spagnuolo, Letizia Lanza, Vittorio Messori, Giulio Panzani, Giuliano Landolfi, Vittoriano Esposito, Pasquale Defelice, Pietro Pancamo, Letizia Lanza, Annalisa Macchia.

 

Lucia Cicchino Visconti, "L'Eco Rossa", narrativa
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Lucia Cicchino Visconti, "Se la catena non si spezza" di F. Santamaria
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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.