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Giulio Stocchi
QUADRI DI UN’ESPOSIZIONE
Prefazione di Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi
Edizioni Farepoesia, Pavia
p. 107, € 7,00
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alla donna gentile
che mi sta accanto
Il
grido dei profeti
risuonò
nel deserto
Il giusto morì
abbandonato
Il ladro e l’assassino
si spartirono
il governo
Chi doveva parlare
parlò
Ma a vanvera
Delle mani
dei piccoli nomadi
prenderanno le impronte
Non per discriminazione
dicono
ma per la sicurezza
dei cittadini
e la loro tranquillità
Uccelli neri
passano gracchiando
in volo
Il vento soffia
nei cimiteri
Usa
che non è ancora l’alba
salutarmi dal tetto
il merlo
col suo canto
La città
sta dormendo
ignara
dell’armonia
che potrebbe
salvarla
Muoiono come neppure i cani
enfiati sul bordo delle strade
Le mosche loro animule vaganti sono
il coro funebre che li accompagna
sui gradini infiniti del nulla
Scesi dall’inferno in cui vissero
alla polvere disfatta in cui li avremo dimenticati
Io sono solito
portare al collo
un medaglione di porcellana
i frammenti
di un vaso cinese
infranto
durante la grande rivoluzione:
una mano paziente
li ha raccolti li ha incollati
e li ha rimessi assieme
Sul retro del medaglione
sono ancora visibili
le crepe che l’insidiano
ma davanti
sul volto del saggio mandarino
che vi è effigiato
aleggia un sorriso
La meta da raggiungere
attraverso le rovine della storia
Dato che
di vita
si parla
e di morte
dato che
si invocano
la Santa Chiesa
e il Sommo
Pontefice
dato che
le parole
di fronte
all’infamia
cominciano
a scarseggiare
propongo
in via del tutto
teorica
e tanto
per portarsi avanti
di tornare
a studiare
i Dottori della Chiesa
là dove
di vita si parla
e di morte
e in particolare i passi
dove i Venerandi Padri distinguono
fra tyrannus in titula
e tyrannus in regimine
giustificandone
in entrambi i casi
l’uccisione
La finestra a settentrione
dà sulla vallata
Si intravedono in lontananza
le cime aspre dei monti
che lo stridio degli uccelli
insidia
Passa un uomo
curvo sotto
la gerla delle fascine
Spensierato il cane
l’insegue
mentre rintocca lento
il campanile
Ma sia benedetta la bimba
bocca di pesca
occhi di stella
che si chiama Giulia
che si staccò dai compagni
con cui sedeva
e traversò col suo piatto
la sala
per donare un sorriso
alla signora
che al tavolo dell’albergo
mangiava sola
La donna gentile
che mi sta accanto
col suo sorriso
ogni giorno mi insegna
la tenerezza
che è la legge
di questa casa
e dovrebbe esserla
del mondo |
“Ti voglio
bene”
mi dice
raccogliendo
la moneta
che lascio cadere
nella sua mano
Passa fischiettando
un ragazzo
L’aria è tersa
odora di tigli
E’ quasi bella la città
L’unica cosa che stona
è appunto
la moneta
Ormai li tirano
su a pezzi
dal fondo del mare
i pescatori
braccia
gambe
tronconi
qualche volta una testa
smangiati dai pesci
incrostati di sale
Poi li ributtano all’onda
Il loro nome
affondò con loro
Hassan
Mriam
Alì
“Fleba il fenicio”
dice il poeta
“dimenticò il guadagno
e la perdita”
La perdita
fu loro
Di altri
il guadagno
Ha costruito un cerchio
di conchiglie
lucenti
in mezzo alle quali
si adagia
aperto come un fiore
cambiando colore
a seconda dei riflessi
del mare
Non è allarmato
dall’intrusione
piuttosto incuriosito
il polpo
Basterebbe un colpo di fiocina
per distruggere lui
e il suo regno
Così caddero
le antiche città
Così si contorcono
sotto “il grande fosforo imperale”
i corpi che ardono
nei telegiornali
Con un guizzo delle pinne
risalgo in superficie
più leggero
Chino sul corpo
di tua figlia
sei stato l’unico
uomo
diritto
tra chi
ti strisciava accanto
ravvoltolandosi
nella sua
bava
Sul ciglio
dell’abisso è spuntato
un fiore
La luna si nasconde
dietro il monte
Sia benedetta
la lacrima
che scende
dai tuoi occhi buoni
Scrivere una poesia
è come costruire un orologio
di quelli di una volta
con alietta
ancora
ambone
ruote
scappamento
nottolino
Tutto deve
combaciare
accordarsi
ruotare
altrimenti non funziona
e il tempo scappa via
Questa armonia
è l’arte del poeta
che da sempre
disperatamente
l’insegna
al mondo
che non lo vuole ascoltare
Non ci sarà resa giustizia
questo ormai
lo sappiamo
E tuttavia ogni anno
si ostina
a fiorire sul balcone
il geranio
La mamma
lavora a maglia
paziente
annoda
punto per punto
con un lieve sorriso
china
sui suoi ferri
mentre l’orologio della cucina
accompagna il loro ticchettio
Non diversamente si dovrebbero
riannodare i fili della trama
che insieme al sorriso
si è punto per punto
fra di noi sdrucita
Occorre però ritrovare
di quel lavoro al più presto
i ferri
prima che l’orologio ci inghiotta
col suo ticchettio |
© Giulio Stocchi, da
"Quadri un'esposizione"
Il libro
Giulio Stocchi, le “poesie di schifo” (Prefazione di Guido Michelone e
Francesca Tini Brunozzi)
“Poesie di schifo” sembra aver detto con una battuta infelice un noto politologo
a proposito di un testo di Giulio Stocchi (lo trovate in questa raccolta a pg. )
che richiama alla memoria la celeberrima epigrafe Il monumento di Pietro
Calamandrei, forse, oggi, la poesia civile più nota e apprezzata da chi ancora
sa distinguere regole e valori, etica e giustizia, libertà e bene comune.
E poesia civile è pure quella nobile, sofferta, altissima di Giulio Stocchi: “di
schifo”, forse, ma non nel senso delle proprie qualità intrinseche, l’Autore,
infatti, risulta tra i versificatori più colti, raffinati, intelligenti degli
ultimi anni; “poesie di schifo”, dunque, ma solo perché raccontano, hanno la
forza, la volontà, il coraggio, il desiderio di narrare brutture, sconcezze,
corruzioni, malefatte dell’Italia e del mondo di questi ultimi vent’anni.
I quadri dell’esposizione di Giulio Stocchi in tal senso sono come le pagine, o
meglio, i frammenti di un diario costante, ininterrotto che svelano tutto lo
schifo vissuto, subito, ingoiato oggigiorno: la perdita d’identità della classe
operaria, il razzismo xenofobo dilagante, la persecuzione nei confronti degli
“ultimi” (Franz Fanon, e chi se lo ricorda? eppure nel ’68 lo citavano tutti o
quasi), l’autocrazia di un Presidente del Consiglio che ha programmato il
rincoglionimento del popolo (e della borghesia) attraverso le televisioni, il
consumismo, lo spauracchio di dittature sovietiche (soppresse prima ancora che
lui entrasse in politica).
Di fronte a tutto questo la voce del poeta civile Giulio Stocchi, ideale erede
di Bertolt Brecht e Pier Paolo Pasolini, si erge nobile e cristallina, non solo
a esternare lo “schifo”, ma a meditarlo, a chiosarlo, a rifletterci sopra: e lo
fa evitando i facili tranelli dell’attuale società mediatica (e in parte
letteraria). Al nemico che sbraita, impreca, sgomita, bestemmia, grida, Giulio
Stocchi non risponde urlando, ma con il tono fermo, pacato, autorevole, risoluto
di un verso gentile, quasi dolce nella costruzione perfetta di un linguaggio
verbale memore della lezione dell’oralità popolare.
Con l’oralità Giulio Stocchi riprende la filosofia delle poesie di strada e al
contempo reitera, attualizzandole, le arcane tradizioni rituali, dai salmi alle
litanie. Si tratta per lui di una religiosità laica, quasi atea, pur nella
consapevolezza spiritualista di un impegno concreto, ma affidato a una morale
trascendente: non è un caso che i versi di Quadri di un’esposizione abbondino di
riferimenti alle Sacre Scritture, dall’Antico al Nuovo Testamento, come pure
alla letteratura greca classica, quasi a riprendersi la memoria storica delle
culture ebraica e ateniese, spesso trascurate o rimosse, oggi, a favore di un
millenarismo cristiano assolutista.
Lo “schifo” si sublima dunque in verità? Difficile a dirsi. Certo è che la
grande poesia di Giulio Stocchi smuove le coscienze, pone dei dubbi, inquieta a
fondo ogni tipo di lettore (dal rivoluzionario al benpensante), va insomma in
profondità. E di questi tempi, a fronte della leggerezza, dell’effimero, dei
best sellers o della cultura usa-e-getta, non è davvero poco. (Guido Michelone e
Francesca Tini Brunozzi)
di Giulio Stocchi:
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