Franco Santamaria,poesia,narrativa,pittura,culturapoesia narrativa pittura arte
   

 

Luigi Stocchi, poeta, scrittore

FRANCO SANTAMARIA

Opere
Hanno detto di
Franco Santamaria
Biografia
Biographie 
SALA DEGLI OSPITI
Poesia
Narrativa
Arte
Critica-Sagg.
Citazioni

Eventi Culturali Naz.
Concorsi Letter./Art.
Link Culturali

SALA DEGLI OSPITI

 

POESIA / GIULIO STOCCHI


Vento

Considerazioni introduttive

Ciò che vi apprestate ad ascoltare inizia con una delle parole più belle della nostra lingua, “sorriso”, una parola che risuona con la stessa dolcezza nel nome che gli uomini hanno inventato per designare quel concetto e quella realtà: “sonrisa”, in spagnolo, “sourire”, in francese, “smile”,in inglese, “lacheln, in tedesco… quasi che gli uomini nei loro diversi idiomi abbiano voluto, nella delicatezza di questi suoni, evocare quanto di più bello e prezioso hanno, il sorriso, appunto.
Tanto più bello e prezioso in quanto, nella storia dell’umanità fino ad oggi, è stato continuamente e costantemente minacciato e contraddetto da quel vento che spira sulle vicende degli uomini, e che sentirete cominciare a soffiare nel corso di quanto vi dirò: un vento in cui risuona l’eco dei nomi delle antiche battaglie, cioè delle crisi ricorrenti della follia dell’umanità, in ogni tempo e sotto ogni latitudine, che è la guerra. Sentirete hiròshima, il bombardamento atomico che tutti conosciamo, kadesh, la battaglia del 1293 A.C. in cui il faraone Ramesse sconfisse gli hittiti, verdun, la carneficina della prima guerra mondiale e così via.
A un certo punto il vento della guerra si farà impetuoso e imporrà quindi una riflessione sull’origine e sulla logica di questa violenza che è la malattia dell’umanità. Una logica che nella poesia sull’aquila di mare è posta fuori dalla storia, in un passato mitico –un gruppo, sentirete, di marinai, forse degli ulissiadi, che uccidono, che schiacciano un animale marino. Perché questa è la logica della guerra: uccidere e schiacciare il nemico che viene considerato fuori dal consorzio umano, o meglio da ciò che io ritengo tale secondo la mia fede e i miei valori, mentre il mio nemico è né più né meno che un animale da schiacciare, da distruggere, da oltraggiare, da pisciargli addosso, da trascinare nudo al guinzaglio, come abbiamo purtroppo recentemente visto tutti. Una logica per cui l’unico sguardo autorizzato in tempo di guerra è quello attraverso il mirino di un’arma puntata contro un bersaglio.
Se questa logica è posta nella poesia fuori dalla storia, tuttavia nella storia dell’umanità si è continuamente e costantemente ripetuta. L’origine così remota di questa logica ci dice altresì quanto avesse ragione Carlo Marx nel dire che la storia dell’umanità finora non è altro che una lunghissima preistoria prima del mondo compiutamente umano che sempre gli uomini, o per lo meno i migliori fra gli uomini, hanno sognato.
Centoquarant’anni prima di Marx uno di questi uomini saggi e buoni, Giovan Battista Vico nella Scienza nuova, si poneva a sua volta il problema di che cosa avesse trasformato “gli irsuti bestioni” scampati al diluvio in uomini civili, in uomini che vivono in società. E Vico ravvisava in humus, terra, e humare, seppellire, l’etimologia della parola uomo. Cioè, diceva Vico, gli uomini sono diventati tali da quando hanno preso a inumare, a dare sepoltura ai loro morti.
Fantasiosa o meno che sia questa etimologia, essa ci dà ancora oggi un suggerimento prezioso: solo quando gli uomini daranno finalmente sepoltura ai loro morti, cioè agli infiniti corpi che “giacciono a braccia larghe con gli occhi fissi al cielo” delle innumerevoli guerre che hanno sconciato la storia del mondo, e quando daranno finalmente sepoltura alla parte morta che c’è in ognuno di noi e che ci spinge a quella logica di sopraffazione e a quella violenza che è la guerra, solo allora gli uomini si trasformeranno da quel branco di bestie feroci che si sbranano a vicenda, come vediamo ogni sera alla televisione, in consorzio umano che viva in pace e in armonia.
Un sogno questo che l’umanità ha sempre coltivato, pur nel fragore delle guerre e nel sangue delle battaglie. “Volgiti a me ed abbi pietà di me”, gridava Davide al suo Dio, nella poesia che ascolterete costruita coi versi dei Salmi del giovinetto con la fionda. Ebbene, occorre che non a Dio ogni uomo rivolga questa implorazione, bensì al proprio simile. Occorre cioè che gli uomini imparino la compassione, cioè a compatire, ovvero a soffrire insieme, in modo da riconoscere nella sofferenza dell’altro un oltraggio fatto a se stesso, e rimuovere le cause di questa sofferenza. E, soprattutto, riconoscere l’unica cosa che, nella diversità di pelle, di razza, di lingua, di religione, accomuna tutti gli uomini, “la voglia buona”, come diceva il mio maestro Fortini, che rende simili gli uomini nella loro diversità. Tutti gli uomini, e basta pensare a noi stessi da bambini, vengono al mondo con la voglia, e col diritto, di essere felici. Una volta riconosciuto questo, dobbiamo agire perché le condizioni di questa felicità corale e collettiva si realizzino.
Se faremo questo, il vento della guerra sarà sconfitto dalla musica sottile di quella brezza che sentirete spirare nell’ultima poesia, e che nella poesia è adombrata dal ripetersi di quei suoni che i fonetisti chiamano “scibilanti”: SCIa, peSCE, esaudiSCE, uniSCE, svaniSCE… e allora davvero quella parola, “sorriso”, con cui vado incominciare, si allargherà sulle labbra di tutti.

VENTO

  Sorriso dei miei giorni
terre ed acque che si confondono
da quali ferite
giunta fino a me
silenziosa dai dolci occhi
per incatenarmi al fianco
della parola non detta?

Assomigli a un’acqua immensa
tutto in te risuona
come un autunno di monete
e tutto in te si perde

Dolce e silenziosa
possiedi la cifra del tempo
per questo alle tue labbra
ogni grido si sospende
e nelle città del tuo sguardo
a lungo mi incammino
come un viandante
senza piede né sacco

Di me tutto conosci
il fuoco disperato
che mi incatena alla terra
gli specchi
le matite
le scaglie di vetro
dei miei pensieri alla rinfusa
e quanti passi occorrono
perché infinitamente
io mi avvicini al tuo viso

E così te ne stai
silenziosa sulla terra
ritta fra i miei giorni ardenti
sorridente
senza pietra né unghie

E io vengo da sogni e da città
con una foglia e un’ala che batte
seguito dai fiumi
dove si perdono gli annegati
portando nelle mie mani
nient’altro che tre numeri

E rotolo fra le strade
mi perdo nella geografia trasparente
dei bicchieri
delle ruote
delle scarpe
mi confondo nelle rotaie
e gli angoli mi insanguinano
in un delirio di stelle e di alberi

Parlo con lattai bianchi
mi fermo alle botteghe
dove si compra e si vende
vedo le navi che non torneranno
partire verso orizzonti astratti
scavo nella terra
per ritrovare il cuore azzurro
di tutte le infanzie
mi mescolo alla folla
oscillante di chi non sente
siedo sulle poltrone sanguinanti
di cinematografi a sghembo
entro ed esco da porte oscene
e salgo i gradini di scale
di scale
di scale

Incontro bianchi crocefissi
e parlo e mi perdo
sfioro l’ombra di padri
col cappello in mano
e mi fermo alle cantonate
dove si giocano dadi senza numeri
attraverso nebbie senza speranza
dove l’acqua crudele mi bagna
dei giorni e degli anni

Nelle gallerie della notte
mi mordo le labbra
vedendo figure
con una fiamma e un orologio
incontro cortei di grida silenziose
oscillanti che ridono
in un ku-klux-klan
di bocche aperte
accendo sigarette
per dimenticarmi di vivere
vedo passare amici
che non mi conoscono
e dalle finestre
affacciarsi volti senza occhi
raccolgo l’erba che cresce fra le fessure
degli acciottolati
inseguo i bambini che corrono
fino all’orlo della notte
per tornare
           a raccontarti
                                tutto questo

silenziosa dai dolci occhi
che mi attendi senza domande
che capisci con uno sguardo
che sei la parola che dice rimani
acqua della mia terra
verde luce
che sconfigge le notti
fuoco raccolto di tutti i ti amo
mia silenziosa
mia pallida
sorriso dei miei giorni

…hiròshima
                        kadesh
                                      verdun




Vanno talvolta gli uomini
con calendari e con fogli
fino agli inchiostri ultimi
della notte
inseguendo
la stella solitaria
di un sorriso
o forse
il silenzio dei ricordi

E altro non vedono
che strade interminabili
fuggire
verso il deserto improvviso
di una piazza
e pietre abbandonate
e carte
e le foglie scricchiolare
fra i numeri del vento

Allora
il freddo
li assale
come
sull’alba dei moli
chi ascolta
le infinite
domande
del mare

…hiròshima
                        kadesh
                                       verdun
             waterloo
                             lepanto
                                            canne




Amore fu di vento che mi spinse
all’unica ricerca verso il largo
di una terra che l’immagine confonde
e ancora trema nel naufragio
questa parola rotta che all’incanto
flebile di una musica consegno
che sappia contro il tempo ritornare
voce pura nube orizzonte cielo
stella d’equinozio al navigante
dove affascina il vuoto e alfabeto
di rovina nuotano in cerchio i pesci

…hiròshima
                        kadesh
                                      verdun
             waterloo
                              lepanto
                                             canne
montaperti
                      meloria
                                      poitiers




Il mare che ti circonda
e tutte le parole che non so più dire
perché risuonino come conchiglie i giorni
quando un sorriso è l’ultima linea
all’orizzonte
e si confondono il vento ed i naufragi
la rotta delle navi
verso le isole del sonno
perché un giorno partimmo
con occhi e con speranze
inseguiti da presagi che altri
leggevano nel fumo
o nella parallela inconsistenza
di città strangolate
dai fili e dagli autobus
sussurrando impossibile
e trovando consolazioni di libri
in stanze sghembe
di libri chiusi con definitivo
tonfo al cuore

…hiròshima
                        kadesh
                                      verdun
             waterloo
                              lepanto
                                             canne
montaperti
                      meloria
                                      poitiers
                farsalo
                               alesia
                                            karthum




Notte di questa città che sale
da un clamore remoto di strade
ai piedi della vedetta che scruta
l’ora ineluttabile la polvere
disfatta che in cerchio placherà
il franto baluginare di luci
la ripetuta domanda la sfida
babele contro il cielo di vento
scommessa di grida futuro
frusciare nell’erba di serpi
minuscolo anfiteatro d’insetti

…hiròshima
                        kadesh
                                      verdun
             waterloo
                              lepanto
                                             canne
montaperti
                      meloria
                                      poitiers
                farsalo
                               alesia
                                            karthum
rocroi
             los alamos
                                  hastings




Dal lato d’occidente dove cade
la pietra scabra della notte
una scintilla almeno tenteremo
per trarre alla sua luce il volto
così che sia disciolto il nodo
l’enigma che trionfa della bestia
mentre piano si fa assenza il mondo
ed urla ai suoi deserti il vento



vento

…hiròshima
                        kadesh
                                      verdun
             waterloo
                              lepanto
                                             canne
montaperti
                      meloria
                                      poitiers
                farsalo
                               alesia
                                            karthum
rocroi
              los alamos
                                     hastings
                    maratona
                                         kerbala
                                                          hiròshima…



E il colpo la sorprese
maestosa che volava
nel cielo suo liquido
lenta battendo le ali
nella silenziosa penombra
che il sole a malapena mitigava
illuminando coi suoi raggi
il dardo
che con un breve sussulto
la trafisse durammo
molta fatica a trarre
quell’aquila dei mari a riva
fiera che lottava per sfuggire
al ferro che l’inchiodava
col suo artiglio come
umiliata ci apparve allora
fuori dal suo abisso
cercando di trascinarsi ancora
impotente la fiocina confitta
e la bocca spalancando muta
a maledizione o preghiera
verso il regno di cui fu sovrana
e sferzando l’aria con la coda
invano e subito uno la recise
là dov’era la radice del veleno
ma quella dibattendosi
rifiutava di morire così che
afferrata una grossa pietra
prendemmo a percuoterla in silenzio
che sempre tentava di guadagnare
scampo ed era solo quel silenzio
rotto dai colpi sordi
e l’ansimare nostro finché
con un ultimo guizzo
nera ricadde e immobile
quindi l’animale giacque
di fronte al mare lasciando
una lunga striscia di sangue
che l’onda di risacca
non riusciva
a cancellare

rocroi
             los alamos
                                  hastings
        maratona
                           kerbala
                                          hiròshima…




Era di giorno
                            era di notte
                                                    era qualcosa
            era assurdo
                                      era un sospiro
                                                                     era una fiamma
era grido
                    era silenzio
                                             era una vampa
                                era qualcosa
            era vortice
                                   era un vento
                                                               era lampo
era mattone
                         era correndo
                                                    era città
        era piegandosi
                                        era nel ventre
                                                                     era gridando
era dovunque
                             era contorto
                                                       era la pelle
                                                                               era un risucchio
            era svuotarsi
                                        era un bambino
                                                                         era per strada
era dal cielo
                          era nel sonno
                                                       era frantume
                                        era un bambino
                era alla gola
                                          era il tempo
                                                                   era ingiusto
era qualcosa
                           era scoppiato
                                                       era un braccio
                era acciaio
                                        era una piaga
                                                                      era città
                    era improvviso
era una culla
                            era nel ventre
                                                         era crollando
                era lunghissimo
                                                  era polvere
                                                                           era dovunque
era violetto
                        era correndo
                                                   era l’asfalto
                    era dal cielo
             era gonfiarsi
                                         era lo specchio
                                                                          era improvviso
era muro
                    era per strada
                                                  era silenzio
            era trave
                                era sibilo
                                                     era artiglio
                    era silenzio
era una mano
                             era lo specchio
                                                            era gridando
            era un bambino
                                             era il tempo
                                                                      era scoppiato
era nel ventre
                             era assurdo
                                                       era città
        era trave
                            era dovunque
                                                         era contorto
era piegandosi
                                era correndo
                                                           era gridando
       era qualcosa
                                   era dal cielo
                                                             era improvviso
era
         silenzio
                            era
                                     città



Coloro che furono
vivi
che amarono
che sognarono
che dubitarono
a braccia larghe
giacciono
sulla terra
con gli occhi
fissi al cielo

La voce che grida
pace
si perde nel silenzio
e solo le risponde
un vento

Sulle macerie
delle città di coloro
che furono
vivi
che sognarono
che amarono
che dubitarono
traccia
i suoi enigmi
il fumo

E si leggono
nella semina
gli indizi
del raccolto



…una lunga striscia di sangue
che l’onda di risacca
non riusciva
a cancellare

ahi
figlio
figlio
figlio

che ti porto sulle braccia
e che i tuoi anni mi pesano
figlio

come tre spade d’assenza
per ferirmi il cuore




Tutto è tranquillo
non è successo nulla
sembra

Come al solito
si inseguono
nel buio
le finestre

Illuminate

Come
              al
                     solito

Solo
in lontananza
qualcuno assicura
di avere udito
qualcosa

Quasi
un grido
appena

figlio
che tutto intorno
è fuoco e maceria
e fumo
e urla
figlio

 

Strade e grattacieli
ha partorito il dolore
uffici con numeri
e telescriventi
porte
ascensori
scrivanie
e tutte le luci di New York
di San Francisco
di Detroit

America superba
costruita sul sangue
di generazioni silenziose
sulla fatica
dell’indio
del negro
del chicano
nata dal massacro
dei figli del cavallo
e della pianura

Patria del dollaro e del fucile
quanti dovettero perdersi
nelle miniere del rame
e del salnitro
perché si aprisse
l’inferno dei tuoi bar
dove un intero popolo
di ubriachi
barcolla
di fronte a uno specchio?

Come dovette urlare
il negro crocefisso
nella notte di scale e di corde
dei tuoi sabati ardenti
stretto nell’alito del whisky
degli incappucciati
di bibbie e canzoni
prima che il ventre dei supermercati
accogliesse i tuoi figli?

Quanti muoiono
nelle piantagioni di banana
del Guatemala e del Salvador variopinti
mentre si accendono e si spengono
le insegne
del tuo milione di nights?

Chi terrà il conto
dei proiettili di Cochabamba
dove Bolivia cade trafitta
dissanguandosi lentamente
perché lo stagno
si trasformi nell’involucro
scintillante
dei tuoi week-end sui prati?

Che cosa racconta la luna
fra le baracche di Caracas
nelle Villas Miserias di Buenos Aires
fra le scalpitanti favelas di Rio
mentre i tuoi innamorati
si accarezzano a lungo
sulle panchine dei parchi?

America dei numeri
e delle moltiplicazioni
calzata metà del continente
nodo centrale
della miseria del mondo
tanto hai scavato
le gallerie del pianeta
che dovunque decretasse
il profitto della Borsa
solo fiato e sudore
divennero uomini liberi
trascinando la ruota
dei tuoi mille ingranaggi

 

…una lunga striscia di sangue
che l’onda di risacca
non riusciva
a cancellare



C’è sempre
un muro da varcare
un passaporto
un controllo
il terrore improvviso
di dimenticare
perché ti trovi proprio
in quel posto e non
altrove
la fila lunga
delle valigie
qualcosa da
dimostrare
il respiro degli altri
che avverti
come un’oscura
minaccia
il tonfo di un timbro
sul foglio
che ti concede
di esistere
un neon
una porta
un orologio


…una lunga striscia di sangue
che l’onda di risacca
non riusciva
a cancellare

…hiròshima
                        kadesh
                                      verdun
             waterloo
                              lepanto
                                             canne




Volgiti a me ed abbi pietà di me
        perch’io son sola e afflitta
Vedi i miei nemici perché sono molti
        e m’odiano d’un odio violento
                                                                   Salmo 25, 16, 19

Cani m’han circondato
        uno stuolo di malfattori m’ha attorniato
M’hanno spezzato le mani
        forato i piedi
                                 Salmo 22, 16

E parlano di pace col prossimo
        ma hanno la malizia nel cuore
Rendi loro secondo le loro opere
        secondo la malvagità dei loro atti
                                                                         Salmo 28, 3, 4

Esaudisci il desiderio degli umili
        per far giustizia all’orfano e all’oppresso
Onde l’uomo che è della terra
        cessi di incutere spavento
                                                          Salmo 10, 18

L’empio dice nel suo cuore: Non sarò mai smosso
        d’età in età non m’accadrà male alcuno
Egli sta negli agguati dei villaggi
        uccide l’innocente in luoghi nascosti
                                                                                Salmo 10, 6, 8

Ma quand’anche un esercito si accampasse contro a me
        il mio cuore non avrebbe paura
Quand’anche la guerra si levasse contro a me
        anche allora sarei fiduciosa
                                                              Salmo 27, 3

Poiché il povero
        non sarà dimenticato per sempre
Né la speranza dei miseri
        perirà in perpetuo
                                           Salmo 9, 18



Il cielo è alto
Sulla proda del fosso il cane
Annusa nel vento

Cicale sospese
Hanno ripreso il canto
Eco larga luce lenta

Nel riflesso dell’acqua
Elusiva un’ala
Lieve disegna
L’arabesco la scia
Al pesce e va via

La strada alla campagna
Unisce orizzonte e
Covoni una vestina avanza
Esaudisce una canzone

Donerò il mio fiore
A chi lo saprà curare
Nascerà il mio astro nella notte
Zenitale roteando poserà
Ai piedi del mio amore

© Giulio Stocchi

 

di Giulio Stocchi:
Biografia + Israele || Sul come ascoltare quando dicono vita ||
Quadri di un'esposizione || da Perdono a Lulù

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.