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Considerazioni introduttive
Ciò che vi apprestate ad ascoltare inizia con una delle parole più belle della
nostra lingua, “sorriso”, una parola che risuona con la stessa dolcezza nel nome
che gli uomini hanno inventato per designare quel concetto e quella realtà:
“sonrisa”, in spagnolo, “sourire”, in francese, “smile”,in inglese, “lacheln, in
tedesco… quasi che gli uomini nei loro diversi idiomi abbiano voluto, nella
delicatezza di questi suoni, evocare quanto di più bello e prezioso hanno, il
sorriso, appunto.
Tanto più bello e prezioso in quanto, nella storia dell’umanità fino ad oggi, è
stato continuamente e costantemente minacciato e contraddetto da quel vento che
spira sulle vicende degli uomini, e che sentirete cominciare a soffiare nel
corso di quanto vi dirò: un vento in cui risuona l’eco dei nomi delle antiche
battaglie, cioè delle crisi ricorrenti della follia dell’umanità, in ogni tempo
e sotto ogni latitudine, che è la guerra. Sentirete hiròshima, il bombardamento
atomico che tutti conosciamo, kadesh, la battaglia del 1293 A.C. in cui il
faraone Ramesse sconfisse gli hittiti, verdun, la carneficina della prima guerra
mondiale e così via.
A un certo punto il vento della guerra si farà impetuoso e imporrà quindi una
riflessione sull’origine e sulla logica di questa violenza che è la malattia
dell’umanità. Una logica che nella poesia sull’aquila di mare è posta fuori
dalla storia, in un passato mitico –un gruppo, sentirete, di marinai, forse
degli ulissiadi, che uccidono, che schiacciano un animale marino. Perché questa
è la logica della guerra: uccidere e schiacciare il nemico che viene considerato
fuori dal consorzio umano, o meglio da ciò che io ritengo tale secondo la mia
fede e i miei valori, mentre il mio nemico è né più né meno che un animale da
schiacciare, da distruggere, da oltraggiare, da pisciargli addosso, da
trascinare nudo al guinzaglio, come abbiamo purtroppo recentemente visto tutti.
Una logica per cui l’unico sguardo autorizzato in tempo di guerra è quello
attraverso il mirino di un’arma puntata contro un bersaglio.
Se questa logica è posta nella poesia fuori dalla storia, tuttavia nella storia
dell’umanità si è continuamente e costantemente ripetuta. L’origine così remota
di questa logica ci dice altresì quanto avesse ragione Carlo Marx nel dire che
la storia dell’umanità finora non è altro che una lunghissima preistoria prima
del mondo compiutamente umano che sempre gli uomini, o per lo meno i migliori
fra gli uomini, hanno sognato.
Centoquarant’anni prima di Marx uno di questi uomini saggi e buoni, Giovan
Battista Vico nella Scienza nuova, si poneva a sua volta il problema di che cosa
avesse trasformato “gli irsuti bestioni” scampati al diluvio in uomini civili,
in uomini che vivono in società. E Vico ravvisava in humus, terra, e humare,
seppellire, l’etimologia della parola uomo. Cioè, diceva Vico, gli uomini sono
diventati tali da quando hanno preso a inumare, a dare sepoltura ai loro morti.
Fantasiosa o meno che sia questa etimologia, essa ci dà ancora oggi un
suggerimento prezioso: solo quando gli uomini daranno finalmente sepoltura ai
loro morti, cioè agli infiniti corpi che “giacciono a braccia larghe con gli
occhi fissi al cielo” delle innumerevoli guerre che hanno sconciato la storia
del mondo, e quando daranno finalmente sepoltura alla parte morta che c’è in
ognuno di noi e che ci spinge a quella logica di sopraffazione e a quella
violenza che è la guerra, solo allora gli uomini si trasformeranno da quel
branco di bestie feroci che si sbranano a vicenda, come vediamo ogni sera alla
televisione, in consorzio umano che viva in pace e in armonia.
Un sogno questo che l’umanità ha sempre coltivato, pur nel fragore delle guerre
e nel sangue delle battaglie. “Volgiti a me ed abbi pietà di me”, gridava Davide
al suo Dio, nella poesia che ascolterete costruita coi versi dei Salmi del
giovinetto con la fionda. Ebbene, occorre che non a Dio ogni uomo rivolga questa
implorazione, bensì al proprio simile. Occorre cioè che gli uomini imparino la
compassione, cioè a compatire, ovvero a soffrire insieme, in modo da riconoscere
nella sofferenza dell’altro un oltraggio fatto a se stesso, e rimuovere le cause
di questa sofferenza. E, soprattutto, riconoscere l’unica cosa che, nella
diversità di pelle, di razza, di lingua, di religione, accomuna tutti gli
uomini, “la voglia buona”, come diceva il mio maestro Fortini, che rende simili
gli uomini nella loro diversità. Tutti gli uomini, e basta pensare a noi stessi
da bambini, vengono al mondo con la voglia, e col diritto, di essere felici. Una
volta riconosciuto questo, dobbiamo agire perché le condizioni di questa
felicità corale e collettiva si realizzino.
Se faremo questo, il vento della guerra sarà sconfitto dalla musica sottile di
quella brezza che sentirete spirare nell’ultima poesia, e che nella poesia è
adombrata dal ripetersi di quei suoni che i fonetisti chiamano “scibilanti”:
SCIa, peSCE, esaudiSCE, uniSCE, svaniSCE… e allora davvero quella parola,
“sorriso”, con cui vado incominciare, si allargherà sulle labbra di tutti.
VENTO
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Sorriso dei miei giorni
terre ed acque che si confondono
da quali ferite
giunta fino a me
silenziosa dai dolci occhi
per incatenarmi al fianco
della parola non detta?
Assomigli a un’acqua immensa
tutto in te risuona
come un autunno di monete
e tutto in te si perde
Dolce e silenziosa
possiedi la cifra del tempo
per questo alle tue labbra
ogni grido si sospende
e nelle città del tuo sguardo
a lungo mi incammino
come un viandante
senza piede né sacco
Di me tutto conosci
il fuoco disperato
che mi incatena alla terra
gli specchi
le matite
le scaglie di vetro
dei miei pensieri alla rinfusa
e quanti passi occorrono
perché infinitamente
io mi avvicini al tuo viso
E così te ne stai
silenziosa sulla terra
ritta fra i miei giorni ardenti
sorridente
senza pietra né unghie |
E io vengo da sogni e da città
con una foglia e un’ala che batte
seguito dai fiumi
dove si perdono gli annegati
portando nelle mie mani
nient’altro che tre numeri
E rotolo fra le strade
mi perdo nella geografia trasparente
dei bicchieri
delle ruote
delle scarpe
mi confondo nelle rotaie
e gli angoli mi insanguinano
in un delirio di stelle e di alberi
Parlo con lattai bianchi
mi fermo alle botteghe
dove si compra e si vende
vedo le navi che non torneranno
partire verso orizzonti astratti
scavo nella terra
per ritrovare il cuore azzurro
di tutte le infanzie
mi mescolo alla folla
oscillante di chi non sente
siedo sulle poltrone sanguinanti
di cinematografi a sghembo
entro ed esco da porte oscene
e salgo i gradini di scale
di scale
di scale
Incontro bianchi crocefissi
e parlo e mi perdo
sfioro l’ombra di padri
col cappello in mano
e mi fermo alle cantonate
dove si giocano dadi senza numeri
attraverso nebbie senza speranza
dove l’acqua crudele mi bagna
dei giorni e degli anni
Nelle gallerie della notte
mi mordo le labbra
vedendo figure
con una fiamma e un orologio
incontro cortei di grida silenziose
oscillanti che ridono
in un ku-klux-klan
di bocche aperte
accendo sigarette
per dimenticarmi di vivere
vedo passare amici
che non mi conoscono
e dalle finestre
affacciarsi volti senza occhi
raccolgo l’erba che cresce fra le fessure
degli acciottolati
inseguo i bambini che corrono
fino all’orlo della notte
per tornare
a raccontarti
tutto questo
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silenziosa dai dolci
occhi
che mi attendi senza domande
che capisci con uno sguardo
che sei la parola che dice rimani
acqua della mia terra
verde luce
che sconfigge le notti
fuoco raccolto di tutti i ti amo
mia silenziosa
mia pallida
sorriso dei miei giorni |
…hiròshima
kadesh
verdun
Vanno talvolta gli uomini
con calendari e con fogli
fino agli inchiostri ultimi
della notte
inseguendo
la stella solitaria
di un sorriso
o forse
il silenzio dei ricordi
E altro non vedono
che strade interminabili
fuggire
verso il deserto improvviso
di una piazza
e pietre abbandonate
e carte
e le foglie scricchiolare
fra i numeri del vento
Allora
il freddo
li assale
come
sull’alba dei moli
chi ascolta
le infinite
domande
del mare
…hiròshima
kadesh
verdun
waterloo
lepanto
canne
Amore fu di vento che mi spinse
all’unica ricerca verso il largo
di una terra che l’immagine confonde
e ancora trema nel naufragio
questa parola rotta che all’incanto
flebile di una musica consegno
che sappia contro il tempo ritornare
voce pura nube orizzonte cielo
stella d’equinozio al navigante
dove affascina il vuoto e alfabeto
di rovina nuotano in cerchio i pesci
…hiròshima
kadesh
verdun
waterloo
lepanto
canne
montaperti
meloria
poitiers
Il mare che ti circonda
e tutte le parole che non so più dire
perché risuonino come conchiglie i giorni
quando un sorriso è l’ultima linea
all’orizzonte
e si confondono il vento ed i naufragi
la rotta delle navi
verso le isole del sonno
perché un giorno partimmo
con occhi e con speranze
inseguiti da presagi che altri
leggevano nel fumo
o nella parallela inconsistenza
di città strangolate
dai fili e dagli autobus
sussurrando impossibile
e trovando consolazioni di libri
in stanze sghembe
di libri chiusi con definitivo
tonfo al cuore
…hiròshima
kadesh
verdun
waterloo
lepanto
canne
montaperti
meloria
poitiers
farsalo
alesia
karthum
Notte di questa città che sale
da un clamore remoto di strade
ai piedi della vedetta che scruta
l’ora ineluttabile la polvere
disfatta che in cerchio placherà
il franto baluginare di luci
la ripetuta domanda la sfida
babele contro il cielo di vento
scommessa di grida futuro
frusciare nell’erba di serpi
minuscolo anfiteatro d’insetti
…hiròshima
kadesh
verdun
waterloo
lepanto
canne
montaperti
meloria
poitiers
farsalo
alesia
karthum
rocroi
los alamos
hastings
Dal lato d’occidente dove cade
la pietra scabra della notte
una scintilla almeno tenteremo
per trarre alla sua luce il volto
così che sia disciolto il nodo
l’enigma che trionfa della bestia
mentre piano si fa assenza il mondo
ed urla ai suoi deserti il vento
vento
…hiròshima
kadesh
verdun
waterloo
lepanto
canne
montaperti
meloria
poitiers
farsalo
alesia
karthum
rocroi
los alamos
hastings
maratona
kerbala
hiròshima…
E il colpo la sorprese
maestosa che volava
nel cielo suo liquido
lenta battendo le ali
nella silenziosa penombra
che il sole a malapena mitigava
illuminando coi suoi raggi
il dardo
che con un breve sussulto
la trafisse durammo
molta fatica a trarre
quell’aquila dei mari a riva
fiera che lottava per sfuggire
al ferro che l’inchiodava
col suo artiglio come
umiliata ci apparve allora
fuori dal suo abisso
cercando di trascinarsi ancora
impotente la fiocina confitta
e la bocca spalancando muta
a maledizione o preghiera
verso il regno di cui fu sovrana
e sferzando l’aria con la coda
invano e subito uno la recise
là dov’era la radice del veleno
ma quella dibattendosi
rifiutava di morire così che
afferrata una grossa pietra
prendemmo a percuoterla in silenzio
che sempre tentava di guadagnare
scampo ed era solo quel silenzio
rotto dai colpi sordi
e l’ansimare nostro finché
con un ultimo guizzo
nera ricadde e immobile
quindi l’animale giacque
di fronte al mare lasciando
una lunga striscia di sangue
che l’onda di risacca
non riusciva
a cancellare
rocroi
los
alamos
hastings
maratona
kerbala
hiròshima…
Era di giorno
era di notte
era qualcosa
era assurdo
era un sospiro
era una fiamma
era grido
era silenzio
era una vampa
era qualcosa
era vortice
era un vento
era lampo
era mattone
era correndo
era città
era piegandosi
era nel ventre
era gridando
era dovunque
era contorto
era la pelle
era un risucchio
era svuotarsi
era un bambino
era per strada
era dal cielo
era nel sonno
era frantume
era un bambino
era alla gola
era il tempo
era ingiusto
era qualcosa
era scoppiato
era un braccio
era acciaio
era una piaga
era città
era improvviso
era una culla
era nel ventre
era crollando
era lunghissimo
era polvere
era dovunque
era violetto
era correndo
era l’asfalto
era dal cielo
era
gonfiarsi
era lo specchio
era improvviso
era muro
era per strada
era silenzio
era trave
era sibilo
era artiglio
era silenzio
era una mano
era lo specchio
era gridando
era un
bambino
era il tempo
era scoppiato
era nel ventre
era assurdo
era città
era trave
era dovunque
era contorto
era piegandosi
era correndo
era gridando
era qualcosa
era dal cielo
era improvviso
era
silenzio
era
città
Coloro che furono
vivi
che amarono
che sognarono
che dubitarono
a braccia larghe
giacciono
sulla terra
con gli occhi
fissi al cielo
La voce che grida
pace
si perde nel silenzio
e solo le risponde
un vento
Sulle macerie
delle città di coloro
che furono
vivi
che sognarono
che amarono
che dubitarono
traccia
i suoi enigmi
il fumo
E si leggono
nella semina
gli indizi
del raccolto
…una lunga striscia di sangue
che l’onda di risacca
non riusciva
a cancellare
ahi
figlio
figlio
figlio
che ti porto sulle braccia
e che i tuoi anni mi pesano
figlio
come tre spade d’assenza
per ferirmi il cuore
Tutto è tranquillo
non è successo nulla
sembra
Come al solito
si inseguono
nel buio
le finestre
Illuminate
Come
al
solito
Solo
in lontananza
qualcuno assicura
di avere udito
qualcosa
Quasi
un grido
appena
figlio
che tutto intorno
è fuoco e maceria
e fumo
e urla
figlio
|
Strade e grattacieli
ha partorito il dolore
uffici con numeri
e telescriventi
porte
ascensori
scrivanie
e tutte le luci di New York
di San Francisco
di Detroit
America superba
costruita sul sangue
di generazioni silenziose
sulla fatica
dell’indio
del negro
del chicano
nata dal massacro
dei figli del cavallo
e della pianura
Patria del dollaro e del fucile
quanti dovettero perdersi
nelle miniere del rame
e del salnitro
perché si aprisse
l’inferno dei tuoi bar
dove un intero popolo
di ubriachi
barcolla
di fronte a uno specchio?
Come dovette urlare
il negro crocefisso
nella notte di scale e di corde
dei tuoi sabati ardenti
stretto nell’alito del whisky
degli incappucciati
di bibbie e canzoni
prima che il ventre dei supermercati
accogliesse i tuoi figli?
Quanti muoiono
nelle piantagioni di banana
del Guatemala e del Salvador variopinti
mentre si accendono e si spengono
le insegne
del tuo milione di nights?
Chi terrà il conto
dei proiettili di Cochabamba
dove Bolivia cade trafitta
dissanguandosi lentamente
perché lo stagno
si trasformi nell’involucro
scintillante
dei tuoi week-end sui prati?
Che cosa racconta la luna
fra le baracche di Caracas
nelle Villas Miserias di Buenos Aires
fra le scalpitanti favelas di Rio
mentre i tuoi innamorati
si accarezzano a lungo
sulle panchine dei parchi?
America dei numeri
e delle moltiplicazioni
calzata metà del continente
nodo centrale
della miseria del mondo
tanto hai scavato
le gallerie del pianeta
che dovunque decretasse
il profitto della Borsa
solo fiato e sudore
divennero uomini liberi
trascinando la ruota
dei tuoi mille ingranaggi
|
…una lunga striscia di sangue
che l’onda di risacca
non riusciva
a cancellare
C’è sempre
un muro da varcare
un passaporto
un controllo
il terrore improvviso
di dimenticare
perché ti trovi proprio
in quel posto e non
altrove
la fila lunga
delle valigie
qualcosa da
dimostrare
il respiro degli altri
che avverti
come un’oscura
minaccia
il tonfo di un timbro
sul foglio
che ti concede
di esistere
un neon
una porta
un orologio
…una lunga striscia di sangue
che l’onda di risacca
non riusciva
a cancellare
…hiròshima
kadesh
verdun
waterloo
lepanto
canne
Volgiti a me ed abbi pietà di me
perch’io son sola e afflitta
Vedi i miei nemici perché sono molti
e m’odiano d’un odio violento
Salmo 25, 16, 19
Cani m’han circondato
uno stuolo di malfattori m’ha
attorniato
M’hanno spezzato le mani
forato i piedi
Salmo 22, 16
E parlano di pace col prossimo
ma hanno la malizia nel cuore
Rendi loro secondo le loro opere
secondo la malvagità dei loro atti
Salmo 28, 3, 4
Esaudisci il desiderio degli umili
per far giustizia all’orfano e
all’oppresso
Onde l’uomo che è della terra
cessi di incutere spavento
Salmo 10, 18
L’empio dice nel suo cuore: Non sarò mai smosso
d’età in età non m’accadrà male
alcuno
Egli sta negli agguati dei villaggi
uccide l’innocente in luoghi nascosti
Salmo 10, 6, 8
Ma quand’anche un esercito si accampasse contro a me
il mio cuore non avrebbe paura
Quand’anche la guerra si levasse contro a me
anche allora sarei fiduciosa
Salmo 27, 3
Poiché il povero
non sarà dimenticato per sempre
Né la speranza dei miseri
perirà in perpetuo
Salmo 9, 18
Il cielo è alto
Sulla proda del fosso il cane
Annusa nel vento
Cicale sospese
Hanno ripreso il canto
Eco larga luce lenta
Nel riflesso dell’acqua
Elusiva un’ala
Lieve disegna
L’arabesco la scia
Al pesce e va via
La strada alla campagna
Unisce orizzonte e
Covoni una vestina avanza
Esaudisce una canzone
Donerò il mio fiore
A chi lo saprà curare
Nascerà il mio astro nella notte
Zenitale roteando poserà
Ai piedi del mio amore
© Giulio Stocchi
di Giulio Stocchi:
Biografia + Israele ||
Sul come ascoltare quando dicono vita
||
Quadri di un'esposizione
|| da
Perdono a Lulù |