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Ho muotato in
una duna
Ho nuotato in una duna
d’argilla, come un cervo
pretendevo un agguato:
mi avevano rubato
una vena, molto ossigeno
tutti i documenti
(io sono essenza adesso)
e in questa argilla ho pensato
che quel soffio che tutto genera
(io sono)
quel soffio dico, io sono
ho impastato argilla,
bagnandola
di sangue e di saliva
ho scolpito un’immagine
(io)
non ho trovato un nome
nome è potere e dominio
Frange di metallo corrodano il cielo,
che si schiuda come guscio di noce
e che i cigni incendino
(ogni tuo sorriso, umanità):
niente è quel che è stato
domani scalpitando rovescerai
il vero (non è stato)
argilla rivelerà origine
fracassando scienza e sole
le tue mani canteranno
nuotavo nell’erba e mi nutrivo
dell’erba e della rugiada e della terra
esausto d’apparenza a un tratto
ho guardato la miseria e riconosciuto: morte.
Solo liberare ha senso, e generare
onde infiammate di petrolio e increspate
dal cotone degli scheletri di latta
insudicia l’innocenza occidentale
come piombo, è vigliacca
exurge, antica lancia, ritornami;
squaderneremo idoli d’oro, furiosi
danzerò sulla polvere del tempo
(15 gennaio 2004)
Torna
Franca morta nuvola
sconfinata a terra,
insolenza, e forse fascino.
Guardami, stupisciti:
che tanto sei stupida
io, tua divagazione – oh dio, no?
Se solo m’assaggiassi,
che mortificazione,
nutrirti di me stesso –
che spavento che
disprezzo crederesti
di provare; che io infatti
resto qui,
a solcare fili d’erba,
provocando morteinvita
tut-to im-mon-da
di-ver-si-tà;
carta nuova e già sporcata;
imploderò piombata
quel tuo gelido sorriso
quando tu non hai
capito quanto bene
t’ho voluto quanto bene t’ho
droga drogami
drogarmi droga drogami
drogami dammi drogami l’estasi
la morte il tuo vestito
son sfinito (l’hai capito?
non ho freddo sono freddo
dal tuo corpo tramortito –
congedami, ché ti guardo dimesso
travestito – non più conosco, voglio
frantumi di me
i miei frammenti
e poi dissolvermi – in te)
scorticami vivo, e poi
restituiscimi
(16 marzo 2005)
Tracimo
trabocco, straripo, sì
e dentro c’è un male che
sordo m’ammazza;
indolore,
cieco alle preghiere;
forse solo sentimenti e grazia
avrebbero, potuto: se
se fossi stato
un po’
più lento, dico,
più freddo, dico, forse
fossi stato meno
schiavo della fiamma;
non più disgregato, allora,
e non più scisso,
né scintilla né scossa né:
inadeguatezza.
(sono elettrico – ho un codice
risolvilo e liberami di me)
Sono fuori posto, non ho tempo;
irrisolto m’arrangio nell’inadempienza:
io prometto e altro non: ho;
e questo è quanto –
talento per incidere non so,
avrei potuto, quando
scivola cenere sulla carta
soffio via e dissuado lo spazio
non resisterà, no
poi con le dita disegno una curva
mentre tu ascolti Thom Yorke
chiedo carne per rivelare carne
rinuncio al vizio, m’impunto
voglio dio e poesia
e un sorriso che si scioglie
sgranando di gioia
una mano incredula mi ha stretto
“non potevi, non tu” – e poi le ho detto
vattene; cosa vuoi, sono elettrico:
soltanto, se riesci, strappami
via da tutto da
me, non ho futuro (ho promesso, non fuggo)
altrimenti sbaragliami, guarda,
sono sbilanciato – scopro il fianco
Nel niente, tu mia: Gianfranco: niente,
tu io. Infine canto.
(20 maggio 2005)
Preghiera pagana
Cosce, carne, collo,
datemi domani sangue e carne:
una gola da mordere, e scapole
da sgranocchiare; datemi
natiche bianchissime e salate,
ombelico di mirtillo e di lampone;
datemi fianchi morbidi, voglio
scivolare sulle dita
dei piedi, come un archetto;
datemi capelli che grondano
vita sulle coppe di grano, e spalle
docili da violentare:
datemi labbra da pizzicare,
pelle da lacerare e
pelle da incidere
(il mio nome: io, in te);
datemi un sorriso che m’ammazza,
due parole per ammutinarmi
e due versi per incatenarmi;
datemi carne che rigeneri carne,
sale e sangue e gioia
voglio l’acqua della fonte proibita
voglio quel che è rimasto inviolato
voglio avere quel che non dovrei
datemi lei da mangiare
(19 luglio 2005)
Sole (A Simone)
Decimate, le illusioni
si sono smaltate di pioggia;
allora le ho difese,
plissettandole come potevo
nella tasca del cappotto:
la più vera s’è arroccata
tra un bottone e l’asola;
ha sciolto un filo,
strappando il bottone
è scivolata giù; le
altre tremavano di freddo
perché fede più non ho:
così, accucciate,
di quella scarsella han fatto nido;
quel cappotto, ti prometto,
non lo cambierò mai più
(4 ottobre 2005)
Scissione
Sangue e fracasso,
rimpiangendomi mi rivolto al tempo:
ho banchettato con dio,
scortese e scostante
ha rifiutato il caffè,
scaraventato pure una pinta contro
il muro del mio silenzio
s’è grattato le guance sbarbate
poi tamburellava sul tavolo
dicendo soltanto: “e adesso?”
E adesso aspettati qualcosa
che non mi pento e non mi spengo
(21 gennaio 2006)
© Gianfranco Franchi, da "L'inadempienza"
Il libro
«Gianfranco
Franchi nasce poeta e tuttavia qui, nell’Inadempienza, come
scrittore di poesie volontariamente muore. Il lettore infatti è
davanti a una raccolta che si prefigge di risultare conclusiva.
Quasi un atto postumo compiuto in vita. Eppure Franchi è nato, è, e
malgrado lui stesso continuerà a essere poeta, perché ha sempre
inteso la letteratura come ricerca, frastagliata e coerente a un
tempo, rivolta all’interiore e all’esteriore, e come luogo di
massima adesione alla vita. (…) Non c’è personaggio della modernità
letteraria italiana che assomigli al triestino Franchi più del
triestinissimo Slataper (…) Ma Slataper non è la sola suggestione
delle origini che è possibile captare nel testo, se è vero che prima
o poi dovremo pur affrontare la questione dell’espressionismo della
lirica franchiana — ciò che non può fare a meno di rimandare più che
al “solito” Campana alla visionaria vena di Srečko Kosovel: lo
sloveno del Carso che è stato uno dei grandi cantori della
novecentesca autodistruzione europea, prima che la sua voce così
immaginifica si spegnesse ancora giovanissima». (Marco
Fressura e Patrick Karlsen)
«Gianfranco Franchi è uno scrittore guerriero che non rinuncia a
impugnare la parola come un’arma e ad usarla per pugnalare il
proprio tempo. (…) La morte della bellezza è il segno devastante
della decadenza che avanza. Davanti a questa triste realtà il poeta
chiede aiuto anche alla dimensione spirituale del silenzio. Dalla
interrogazione sublime del silenzio nascono i versi migliori di
Franchi. Siamo davanti a un meraviglioso alfabeto di emozioni e
sensazioni che sanno catalogare il disordine nel quale l’uomo è
miseramente piombato. Franchi con la sua poesia non ha la pretesa di
curare le ferite sanguinanti del pianeta Terra, ma consapevolmente
invoca il sentire acceso della parola poetica, necessità interiore
che ci fa pensare solo per un attimo “di sfiorare la vita”. Nel
tempo incolore e freddo, nei campi inariditi di questa terra
desolata, la poesia è un punto di vita dal quale bisogna sporgersi
per guardare l’Inferno» (Nicola Vacca)
«Come rughe. A increspare sorrisi e pianti silenti, consumatisi in
dieci anni di versi. “Anni di buio, di scrittura scontrosa,
disperato studio”. Anni di notti-rifugio, di ombra, e fuoco e sogni.
Simbiosi di carta e pelle, di cui L’Inadempienza costituisce
sigillo. Perché questa raccolta è nodo che vincola Franchi alla
menzogna della poesia. È il moderno “Canzoniere” di chi si riconosce
“uomo d’ideale, cavaliere d’arte e d’amore” e dolorosamente conscio,
intorpidisce le chiare, fresche e dolci acque di petrarchesca
memoria, per sprofondare nel gorgo della propria “miseria di carne e
spirito”. (…) “Domani non esiste”, domani non è. Piuttosto prevale
il desiderio di regressione, a quel prima indefinito, quando
“innocenza era sgomento”, quando ancora non si era valicato il
confine. Perché la “giovinezza corrompe, deruba la poesia” e “si
schianta l’ideale, defraudato”. Allora la preghiera è un sonno che
difenda dal domani, distolga dalla coscienza e abbandoni all’amore.
Mentre l’imperativo è “resistere, resistere: nel nome di utopia”». (Angela
Migliore)
«Ecco il prezzo da pagare: nel cuore del labirinto c’è un segreto
per rovesciare il sole e il suo canto è Babilonia. Colui che cerca
la parola prima – la droga più infame – non sa ancora pronunciare
quel nome: equazione irrisolta, costellazione caduta, cigno nero,
moglie, madre e dea. Amichevoli suicidi? Magari sognando in alta
definizione se una radio spenta, avamposto del nulla, infiamma la
notte del mondo, il tramonto della notte (misteriosa inadempienza),
la notte che non torna perché nessun Dio resiste. È tempo di
incantare l’Ade aspettando l’ultima battaglia dell’angelo e
dell’assassino: presto tutto potrà tacere. E mentre sorrido ricordo
la mia storia». (Stefano Scalich).
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