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Gabriel Impaglione
CARTE DI SARDINIA - poesie
UNI-Service Editrice Italiana - ISBN 88-88859-57-8
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1. Nell’immensità delle
pianure del sale
Nell’immensità delle pianure del sale
cercarono le reti
il pesce d’oro, i porti dove ancoravano
la prima aurora, il bacio dell’ultima sirena,
la casa stabilita del pane caldo.
Furono le navi l’origine delle moltitudini.
Negli umidi corridoi dove nacquero
speranze, figli morti, garofani
nelle mani
uno dietro l’altro in lunga fila di silenzi
resero le loro lingue
le valigie sovraccariche di domande.
Allora subirono nella terra nuova le scarpe
rotte alle impalcature
costruirono la volontà del pranzo.
Si guastarono la pelle fino a denudare la piaga
dove il dolore pulsa il suo primo grido,
li bruciò la calce, la macchina
gli tolse una mano, l’olfatto, li morsicò la luce,
ogni paga giornaliera fu una spugna d’aceto.
Nei rioni dove il muschio d’orina
non ha potuto con la rosa, aprirono un vuoto
nel freddo per cullare i figli.
La terra li chiamò seme e il seme
padre, e fondarono l’esplosione del cereale.
E così la ruota avanzò dove nulla fu e nulla successe se non il
vento.
Il cammino si fece stenditoio di cranii e papaveri,
stracci, nomi perduti, guerre
che morsicavano la memoria, lunghe traversie
cercando l’origine che non era se non la nuova
direzione.
Il ritorno coperto nelle cartoline
a volte trepidò come un passero ferito.
Riempirono i nuovi orizzonti di olive,
chitarre, strutture, viti, punti di partenza,
e sollevarono la casa che li vide nascere, partire
e tornare ogni domenica il meglio dei sogni.
Molto dopo nelle pianure del sale
i figli rientrarono per il pesce d’oro
il palmo d’aria
il possibile
di spalle all’humus carbonizzato dalla tristezza.
Allora i paesi di strade strette,
dove già nessuno aspettava notizie d’oltre mare,
dove restavano molto lontane
le nuove dimensioni del mondo.
En la inmensidad de
las llanuras del salitre
En la inmensidad de las llanuras del salitre
buscaron las redes
el pez de oro, los puertos donde anclaban
la primera aurora, el beso de la última sirena,
la casa establecida del pan caliente.
Fueron los barcos el origen de las multitudes.
En los húmedos corredores donde nacían
esperanzas, hijos muertos, claveles
en las manos
uno detrás de otro en larga fila de silencios
rindieron sus lenguas
las valijas abarrotadas de preguntas.
Entonces subieron en la tierra nueva los zapatos
rotos a los andamios
construyeron la voluntad del almuerzo.
Se gastaron la piel hasta desnudar la llaga
donde el dolor pulsa su primer grito,
los quemó la cal, la máquina
les llevó una mano, el olfato, les mordió la luz,
cada jornal fue un esponja con vinagre.
En los arrabales donde el musgo del orín
no pudo con la rosa, abrieron un hueco
en el frío para acunar los hijos.
La tierra los llamó semilla y la semilla
padre, y fundaron el estallido del cereal.
Y así la rueda avanzó donde nada hubo y nada
sucedía sino viento.
El camino se hizo tendedero de cráneos y amapolas,
harapos, nombres extraviados, guerras
que mordían la memoria, largas travesías
en busca del origen que no era sino la nueva
singladura.
El regreso cobijado en las postales
a veces tembló como un pájaro herido.
Llenaron los nuevos horizontes de aceitunas,
guitarras, estructuras, vides, puntos de partida,
y levantaron la casa que vio nacer, partir
y regresar cada domingo lo mejor de los sueños.
Muy después a las llanuras del salitre
los hijos regresaron por el pez de oro
el palmo de aire
lo posible
de espaldas al humus carbonizado por la pena.
Entonces los pueblos de calles estrechas,
donde ya nadie esperaba noticias de ultramar,
donde quedaban muy lejos
las nuevas dimensiones del mundo.
2. Il vento è un fiume
perduto
Il vento è un fiume perduto
Scorre notturno la sua multitudine minuta.
C’è un’ora fragile,
luna di pane lontana da un bambino.
Nelle gemme la tua carezza lenta
e marzo nell’isola.
Tu vieni come il giorno che nasce
a parlarmi della vita
e marzo nella patria lontana.
Là le ferite sono calli in tumulto
e il vento, donna mia,
marcia in silenzio, tristemente…
corteo di volti e parole.
Persistente ondeggìo di memorie.
Mai Più
nel suo eco ingovernabile.
El viento es un río extraviado
El viento es un río extraviado.
Escurre nocturno su muchedumbre diminuta.
Hay una hora frágil,
luna de pan lejos de un niño.
En los brotes tu caricia lenta
y marzo en la isla.
Tu vienes como el día que nace
a hablarme de vida
y marzo en la patria lejana.
Allá las heridas son cauces bravíos
y el viento, mujer,
marcha callado, apesadumbradamente...
cortejo de rostros y palabras.
Persistente oleaje de memorias.
Nunca Más
en su eco ingobernable.
© Gabriel Impaglione
Il libro
È il canto di
un migrante quello chiuso tra le Carte di Sardinia di Gabriel
Impaglione; un canto che è dunque esperienza di vita ma che, come
ogni momento importante, pertinente ad un cuore diviso, non può che
trasformarsi in sentito resoconto degli impossibili e inquieti
vagabondaggi dello spirito. Meglio ancora, non può che diventare
cronaca sofferta di un altro viaggio dell’io-che-si-propone. Un
viaggio dove il punto di partenza e quello d’arrivo, pur abitando
dimensioni diverse, non rischiano comunque di confondersi, grazie
soprattutto al collante di una memoria partecipe e al profondo
coinvolgimento del poeta.
Guardando dentro i versi sciolti di questa silloge
strutturalmente armoniosa, non vi sono dubbi però che sia la
dimensione factual a determinare il cammino, dominare il
campo semantico e, in ultima analisi, a proporsi come sola
responsabile della lacerazione interiore che induce il viaggio
metaforico e ideale. Perché fueron los barcos el origen de las
multitudes, ricorda la memoria storica dello spirito cantore:
navi che portavano uomini, le loro speranze, las valijas
abarrotadas de preguntas, navi che muovevano verso altre terre,
aliene, diverse, destinate pure quelle a diventare Patria, un
giorno.
Carte di Sardinia è quindi sintesi poetica di un viaggio tra
Patria e Patria, dove la distanza spaziale determina la distanza
ideale. Soprattutto, è espressione artistica di una forte carica
emozionale capace, a sua volta, di annullare la lontananza fisica e
di farsi carico della malaise, anche intellettuale, che
questa comporta.
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© Rina Brundu Eustace |
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Biografia:
Gabriel Impaglione (Morón, Buenos
Aires.1958) poeta e giornalista argentino.
Ha pubblicato: "Echarle pájaros al Mundo" (poesia, Ediciones
Panorama- Buenos Aires- 1994);
"Breviario de Cartografía Mágica" (poesia, El Taller del Poeta-
Galicia- 2002);
"Poemas Quietos" (Antol. Editorial Mizares- Barcelona- 2002);
In e-book "Todas las voces una voz”- Universidad de Educación a
Distancia, Madrid, 2002;
"Bagdad y otros poemas" (El Taller del Poeta- Galicia- 2003);
"Letrarios de Utópolis" (poesia, Linajes Editores- México- 2004).
"Cuentapájaros" (poesia, in stampa, Taller del Poeta- Galicia).
Poemi nell’Antologia "Canto a un Prisionero" (Edit. Poetas
Antiimperialistas, Canadà, 2005);
“Alala” (Taller del Poeta, España, 2005, anche in versione italiana).
“Carte di Sardinia“ (Uni Service.Trento- Italia. Poesia, 2006).
Tradotto in portoghese, italiano, inglese, sardo e
francese. Fondatore e direttore della rivista letteraria "Isla
Negra" di circolazione internazionale, coordina edizioni in italiano
e sardo di "Isola Nera" e "Isola Niedda", e in portoghese, "Ilha
Negra". Cura il blog (http://isla_negra.zoomblog.com).
Collabora con siti web di letteratura e con varie riviste e giornali
d’oltreoceano.
Sposato con la scrittrice italiana Giovanna Mulas, ha sei figli:
Martin, Gonzalo, Fabio, Noemi, Roberto ed Emanuele. Vive in Lanusei, Italia.
E.mail : impaglioneg@yahoo.es
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