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Flavio Ermini

FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

POESIA / FLAVIO ERMINI


Il compito terreno dei mortali
 

Flavio Ermini, Il compito terreno dei mortali

Flavio Ermini
IL COMPITO TERRENO DEI MORTALI
Poesie 2002-2009
Postfazione di Vincenzo Vitiello
Mimesis, 2010
ISBN978-88-5750-176-5, € 8,00

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SULLA TERRA

La valle destinata alla vita

Il giardino delle pietre

La rupe delle ali

La terra rovesciata

L’arco delle ceneri

Le acque divise

°°°°°°


La valle destinata alla vita

Terra, radici, il colore chiaro del sangue.
Si apre allo sguardo la valle destinata alla vita.

                                                           l’apparire della vita sulla terra si dà unicamente nel sonno e non richiede scelta alcuna finché perdura la disposizione celeste così come il dormiente l’ha lasciata

                                                           nella valle destinata alla vita, resta indistinguibile il sangue da ogni altra sostanza sorgiva nell’alternarsi di movimenti contrari che nella sua rete l’emozione va stringendo con un grido

                                                           è circoscritta da mura la terra che esclude forme gemelle al fine di non ostacolare l’irrefrenabile spinta a conoscere a cui induce la vita

                                                           nella compattezza dell’edificio che sale, ciascun corpo si sovrappone a un altro e questo precipita nel primo, determinando nell’umana creatura un tumulto di elementi inconciliabili tra loro

                                                           si posano sulla terra gli artigli come fanno le labbra su tutte le ferite, nell’intento di arrestare il fluire del sangue che lungo le gambe scende fino alle radici



Il giardino delle pietre

Cammina con passo incerto l’uomo
che si spinge tra le macerie, privo di speranza com’è.

                                                           ciecamente la forza che dall’entità prima genera le successive precede il cammino dell’umana creatura fino alla sparizione che sempre coincide con l’ultima curvatura

                                                           in fuga perpetua dal giardino, progredisce più nell’impoverimento che nella conquista la materia specchiante che a dismisura cresce e, senza incontrare opposizione, si appropria di ogni presenza

                                                           sulla strada che fiancheggia il vuoto interviene a tratti un grido, nel silenzio ostinato che il figlio mantiene al combinarsi dei piccoli arti del proprio corpo con i mobili rami del giardino

                                                           si spinge tra le macerie con grido prolungato il corpo a cui il padre affida la vita nella sua naturale tendenza alla sparizione

                                                           al termine del suo compito terreno, cammina con passo incerto l’uomo che narra la propria caduta, come se in verità temesse proprio questo destinale avventurarsi in tutte le ferite, gravato di pietre com’è



La rupe delle ali

Le forme relittuali, il gemito, la donna ostile.
L’errore sta proprio nell’uso delle ali.

                                                           nell’atto di cadere che gli è connaturato, con movimenti appena percettibili si sottrae alla luce l’uomo, mentre scende nuovamente la notte, la stessa, ancora un’altra, sempre uguale

                                                           gravitano le forme relittuali attorno al proprio centro prima di essere cancellate da ulteriori forze esterne

                                                           con un lamento che è poco più del gemito di chi cade e muore, cade e cade l’uomo lasciato fin dalla nascita nell’abbandono

                                                           ha tante varianti il dolore quante sono le creature insepolte nell’inerme moto discendente che nemmeno l’uso delle ali può rallentare

                                                           ai movimenti ripetitivi della donna ostile conferisce leggerezza l’espiazione, malgrado il sangue che sotto le sue unghie resta raggrumato e mette a disagio i sopravvissuti

                                                           ha molti emissari la prima voce che al compimento del volo si leva priva di eco



La terra rovesciata

Affine all’oscurità è l’artiglio in cui la mano si trasforma,
così come ogni lembo di pelle che nel tempo diventa
corona di spine.

                                                           all’apertura del varco attraverso cui tornare al sonno, rimane distinto e ben riconoscibile ciascuno degli elementi che contribuiscono a formare il corpo giacintino della sorella

                                                           dove scaturisce il soffio che sempre ricomincia, non c’è parte che non si trasformi in transito verso un’altra

                                                           nel secondo giardino, ombre e buio adeguano al respiro terreno gli alfabeti imposti da ogni parte del cielo all’arco e alla vita

                                                           non sono accadimenti illusori le metamorfosi che i corpi subiscono in questa colonia di ombre fino al dilaniarsi nel buio di ogni lembo di pelle

perduta la possibilità di accedere alla custodia celeste, tra gli esseri umani persistono le intenzioni malvagie, non solo gli usuali cedimenti che sulla terra li accompagnano nell’adattamento alla vita

                                                           dintorno al relitto che arde e s’inabissa, tornano a muoversi nella verde fauna le corolle, quanto le labbra indispensabili alla formazione della nuova creatura



L’arco delle ceneri

Nello zoo di pietra, la figura femminile non è meno veritiera
di tutti quei bozzoli e queste crisalidi da cui ogni essere viene.

                                                           non smette l’anima mortale di cercare il luogo dove si raccolgono le ceneri su cui i rami spogli dell’uomo declinano spartendo con l’animale il grido

                                                           resta precluso al sonno lo spazio vuoto tra le terre dove una moltitudine senza nome batte le ali e si dilegua

                                                           nello spazio coperto dalle mani sono meno visibili le ferite inferte dagli artigli, così come restano celate dalle ali le larve che si annidano negli anfratti del corpo

                                                           sono avverse all’uomo le creature animali che affiorano alla fine del giorno dall’acqua con le ombre che dall’acqua prendono il nome

                                                           pur piegati dal dolore, vicendevolmente si prestano aiuto i caduti nell’aprire varchi in questi spazi privi di confini visibili



Le acque divise

Si annuncia con la morte ogni principio.
Altro processo non consente a queste forme oscure la natura.

                                                           all’annuncio della morte, l’uomo è divorato in alto da forme oscure che lasciano pensare a un’ortiva luce ostile oltre la gradevole superficie del visibile

                                                           nel sonno sposta i ritratti dei morti la sorella che nella sua duplicità va tra gli uomini e vede con loro

                                                           nel delinearsi al termine della loro breve esistenza, tornano a far parte dell’ombra le forme non ancora divise fra la forma invisibile della luce e l’oscurità

                                                           agli occhi della sorella, il corpo che decede è simile a quello dell’uomo che in silenzio veglia nell’antro dei caduti

                                                           venuta per distogliere, in uno stato di abbandono la morte si unisce all’uomo che cade e lo segue con un grido nel vuoto

© Flavio Ermini

L'opera

          E sotto il cielo fugace del purgatorio
          Noi dimentichiamo spesso che
          La custodia celeste e gioiosa
          È la casa terrena che si distende.
          Osip Mandel’stam
          (tr. Elena Corsino)

Queste Poesie sono come illuminazioni improvvise: frammenti di pensiero sul sorgere della vita dal magma dell’Inconscio, e sul destino dell’animale-uomo, consapevole di morte.
Fedele alla fragilità della vita, leggera come il respiro, e alla gratuità dell’amore, costante non più del vento, Ermini, libero dalle illusioni del Cielo, non abbandona il campo alla necessità del destino. Che l’esito sia scontato non toglie, anzi sublima, lo sforzo dell’uomo, del vivente. È, dunque, vivere il compito terreno dei mortali?

 

Note biobibliografiche

Flavio Ermini (Verona, 1947), poeta, narratore e saggista. Tra i suoi ultimi libri: Il moto apparente del sole, Bergamo 2006; Plis de pensée, Nîmes 2007; L’originaria contesa tra l’arco e la vita, Bergamo 2009. Dirige la rivista di ricerca letteraria “Anterem”. Per Moretti&Vitali cura la collana di narrativa e saggistica “Narrazioni della conoscenza”. Vive a Verona, dove lavora in editoria.


Flavio Ermini, Il moto apparente del sole
A cura di Flavio Ermini: Il racconto ulteriore

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.