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Nelle catacombe metropolitane
Nelle catacombe metropolitane di Roma che percorrono il ventre
di questa non città ormai eternamente corrotta i martiri si aggirano
convinti di essere vivi con la loro eleganza impiegatizia e le donne
vergini e martiri mostrano la loro fede come una volta con il
segno del pesce mostrando un peircing sull’ombelico senza
suscitare eccitazione nei presbiteri e nei diaconi.
Qualche zingara incredibilmente madre sfuggita al campo di sterminio
chiede qualche spicciolo ricevendo giuste improperie dai martiri
tutti presi
dalla loro fede
A Milano succede che nelle catacombe qualcuno suoni un violino
e la gente che è anche martire si sofferma ad ascoltare un attimo
per dirsi peccato un talento sprecato. A Roma la gente
è di casa nelle catacombe metropolitane e non vuole altra musica
che quella delle borse che urtano contro le borse piene di niente.
Se poi arriva una fanciulla con una borsa cremisi e l’aria
assorta di chi va ad incontrare il suo amore, i martiri in cuor loro
le rimproverano di essere viva nonostante la persecuzione.
Lei si accarezza in silenzio la lunghissima treccia pensando
alle mani di lui attente a non sgualcirle i capelli.
Nelle catacombe metropolitane una fanciulla viva incute rispetto
ai martiri, e suscita strane dicerie di una apostasia
quale che sia, anche se sia per amore. Come forse è.
Non regalatemi sogni
Non regalatemi sogni, ne ho già troppi
da verificare in quella terra di vita che
mi resta da arare. Se siete donne, no,
non porgetemi i vostri corpi, anche se belli
e di rugiada; mi sarebbero a peso nella mia
strada che voglio ombreggiata da ippocastani,
come quelli che mi filtravano il sole,
facendolo misterioso, nei pomeriggi forse
felici forse premortali di Cantalice.
Se siete uomini, nella virile idiozia
del termine, non vi sia caro offrirmi
la vostra amicizia, così sempre e per
sempre gravida di delusioni.
A tutti, e voglio dire nessuno, se essere
qui a fare versi mi consente questa
brividante licenza, chiedo a regalo
una indifferenza che sia scopertamente
tale: come pensare ad altro mentre si bacia
una non amata donna, come toccarsi
una ferita sperando che sia l’ultima,
la mortalmente infetta.
Ora la sua immagine
Ora la sua immagine, riconosco
che è lei da come mi palpita,
ad altri inascoltato, il cuore.
Ha la dolcezza di una tortora
che si fa bella all’alba
e la fa bella. Anche se dura
come dura un’alba, il giorno
sarà fatto di lei. Le nuvole
non coprono le tortore.
Le tortore non odiano
le nuvole. Per questo
lei, la riconosco da come
mi sento docile e dolce,
è alba e tortora, e forse
rosa, e sempre glicine.
Quando sciolsi il mio corpo dal suo
Quando sciolsi il mio corpo dal suo,
dopo l’abbraccio che aveva fatto
di noi una sola carne e due anime
divise dall’odio del piacere
disumano, vidi il suo volto
per la prima volta, percorso
da un sorriso che adesso lei
dedicava a se stessa, alla vittoria
dell’orgasmo. Era la donna sazia,
la sempre famelica donna, lei
padrona della mia voglia dolce,
lei che indossava una maschera
d’amore per cogliere libidine
al mio corpo. Ora dormiva
come fosse morta, ora moriva
come se dormisse. Sul suo seno
un affanno musicale, mentre
guardavo la sua chioma, medusa
scarmigliata. Era lontana come
solo sa essere lontana una donna
dopo la furia dell’amore.
Posai le labbra sul suo seno,
morsi con non voluta tenerezza
un capezzolo ancora quasi
aguzzo spuntone di una roccia
voluta dalla lava secolare,
accarezzai il sudore che imperlava
la sua fronte. Avevo pagato
l’obolo a un Caronte svogliato
perché mi traghettasse alla mia
morte finalmente matura. Non
volli dirle addio, le donne
non sanno questa parola sottilmente
oscena. Dissi solo il suo nome,
per averlo compagno in questo
estremo viaggio senza fine.
Se non avete mai pensato che le vele
Se non avete mai pensato che le vele
potessero bere il vento e rubarlo al mare
in una debita appropriazione, se
avete amato una donna soltanto
per paura di non saper amare
i fantasmi, se non avete mai visto
lei che si allontanava nel buio
della metropolitana come una vergine
in una catacomba, e se non avete
capito che era ormai inutile chiamarla,
perché lei si avviava a morire, se voi
non avete sofferto l’intolleranza
dell’abbandono, allora, mio Dio,
mio Dio, perché volete essermi
amici? Voi siete la mia falsa
coscienza, la sola coscienza
che so.
© Fausto Cerulli
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Fausto Cerulli
“Innanzitutto ve lo presento.
Fausto Cerulli fa l’avvocato penalista. Lui si definisce “molto
imputato”, i suoi reati sono quelli d’opinione! Ha difeso brigatisti
rossi ed esponenti di Prima Linea. Ha difeso Pelosi, l’omicida di
P.P.Pasolini. È stato legale del Manifesto. È stato anche candidato
al Senato per la lista Bonino-Coscioni, pur non rinunciando alle sue
idee di sinistra. Attualmente è consulente legale
dell’Associttadini. Ha sempre scritto ma senza pubblicare, salvo su
piccoli siti locali e salvo i circa duecento articoli apparsi su
Libero di Feltri, con il quale ha collaborato per un anno e mezzo,
invitato da lui, ci tiene a precisarlo, testata nella quale si
occupava di costume e malcostume, con una rubrica personale. La
rottura con Feltri è avvenuta per “inosservanza delle regole
dell’ossequio al direttore” come mi spiega lui stesso, ed aggiunge
“ho chiuso con il giornalismo.” E nonostante tutte queste attività
riesce a trovare il tempo per essere un ottimo poeta. Le sue poesie
le potete trovare in diversi siti di poesia moderna: “I sogni nel
cassetto”; “Libero di scrivere”; “Scrivi.com”; “Club dei poeti” e
naturalmente “Nuoviautori.org” dove troverete un’ampia raccolta
delle sue oltre 300 liriche.” (da un’intervista
di Monia di Biagio)
Ha in cantiere la pubblicazione di un libro di poesie con la casa
editrice Rupe Mutevole di Piacenza, ed un diario dal titolo “Perché
NON dovevo fare l’avvocato” con Stampa Alternativa.
Si interessa, oltre che di scrittura creativa (poesia e narrativa),
anche di fotografia. Con alcuni lavori fotografici ha conseguito
riconoscimenti in mostre specializzate.
Vive a Porano, un borgo medievale a cinque chilometri da Orveto.
Fausto Cerulli,
Racconti
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