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A L.A
Eravamo due sconosciuti vicini,
tanto da concederci un antico gusto
di spiare rumori e persino sospiri;
un insolito vento o l'inaffidabile
pigra mondanità di uccelli urbani
ha disperso i nostri pollini
senza mai tramutarli in frutti
nel comune scorrere di stagioni
vissuto tra le quattro zolle di terra
che dividevano le tue dalle mie radici:
casa, certo punto di memoria,
dal tuo segreto sorriso sporge
questo mio disordinato archivio.
Il pazzo
E’ un lago fondo e chiaro
d’impeccabile innocenza,
nobile e azzurra vi scorre
pupilla senza più ragione
diritta scorge e solca
remoti labirinti d’animo
e ignudi vermi che siamo
ci voltiamo ignorandolo.
Ad A.M.
Dalle sebacee ancelle
lasci adornare il corpo
al sangue consacrato
e vi rifletto cheta
la falce della luna
padrona di maree
nei porti di Galizia,
l'acre recondito
gusto di mestruo
come vino che scorre,
sale e ridiscende
sul primo amore
nel sangue sancito.
A M.P. 2
Vorrei dipingerti su questa tela
che normalmente direi ingiallita,
corrosa di vinta coesistenza
ed inalterata e bianca
ne conservo la superficie
come pure il pennello,
pregno dei tuoi occhi di neve
scorre, con te, l’illusione
per poi chiamarla speranza:
quest’ubriaca abitudinaria
che dimora in fragili ossa.
Ed ecco il Natale
Ed ecco il Natale:
con vivo augurio
vi penzolano a fiotti,
dai soffitti dei mercanti,
opulenti cartelli celebrativi
a stagionarsi nell'effimero
e li vedo uno ad uno
come quei crocifissi solitari
appesi sugli altari benedettini
mentre il buon vino di chiesa
invecchia da un anno all'altro;
a quando la resurrezione di questa carne?
© Enrico Pietrangeli, da "Di amore, di morte"
Il libro
Nota
critica di Gino Scartaghiande (edizione Teseo)
Abbiamo tra le mani un piccolo "libro aureo" di rara autenticità. La parola vi
sorge e vi si concretizza, come ferma vitalba di idee, in una
esemplare zona di contemplazione, dove cuore e ragione vanno
insieme, anima e corpo tengono strenuamente ogni loro dato
esistenziale, a fronte di qual si voglia alienante reificazione dei
linguaggi e delle mitopoiesi letterarie.
Un libro che paga altissimo in termini di impegno personale, che sa
ancora far risuonare una voce profetica nel tempio infestato dai
mercanti. Pietrangeli si cala in un punto cruciale dell'attuale
"offesa" letteraria all'uomo, lì dove sono stati consumati i
misfatti poetico esistenziali dei nostri anni, ed anche prima e
oltre. Si fa goccia di sangue viva; persona, che proprio
nell'attraversamento della sua parte di inferno contemporaneo, ma
con un occhio di pietà e di silenzio quasi sbarbariano, non perde di
vista quella terra d'innocenza ultima, di quella" terra promessa", già
rivelataci da Ungaretti, che è conquista di assiduo lavoro e di
libertà. È un libro questo, che ha centrato il tema, che "venera"
"Gli dèi immortali anzitutto", o "quindi gli eroi gloriosi", come
limpidamente Sbarbaro traduce da Pitagora. E ancora vi si avverte la
presenza di un Penna più intimamente ontologico e fondativo di un
pensiero, e meno idillicamente novecentesco o addirittura
manierista, da cui Pietrangeli sa trarre un lessico di alto decoro
ed originalità.
Nota di Francesco De Girolamo (edizione elettronica)
Ho molto apprezzato questa opera prima poetica di Enrico Pietrangeli.
I testi hanno una compattezza ed un rigore formale decisamente
inconsueti tra le tante raccolte di versi circolanti su carta o in
rete, in questi anni di indiscriminate produzioni poetiche - spesso
velleitarie ed autoreferenziali - cui fa da contraltare (a mo' di
comoda rappresaglia) un quasi assoluto disinteresse critico per
quanto di realmente meritevole, in questo poco esaltante "mare
magnum", ogni tanto appare. La raccolta nasce da un vissuto denso ed
emblematico, ma non si ferma a darne una mera testimonianza emotiva.
Cerca sempre, spesso trovandolo, a mio avviso, un suo autentico
destino stilistico, caratterizzato da un costante rifiuto di una
musicalità diretta, di ogni facile "orpello", per un andamento
ritmico più variegato, ora colloquiale - ma senza edulcorante
affabilità - ora ironicamente declamatorio, ora attingendo ad una
sorta di scarnificato "flusso di coscienza" in versi.
Con una chiara parentela con un certo "maledettismo" francese, per
una sua acre propensione al disincanto, e con la scandalosa
cristologia eretica pasoliniana, che sposa ad un'intima purezza di
sguardo, un'indocile corporeità, tutta l'opera si contraddistingue
per la sua avveduta ricerca formale e la sua esemplare originalità
di esiti, fornendoci la prova indiscutibile di una incoraggiante, ma
non conciliante, vocazione poetica.
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