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Brina Maurer (Claudia
Manuela Turco)
METASTASI DI ROSA, poesie
Bastogi Editrice, Foggia 2010
ISBN 978-88-6273-294-9, € 10,00
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La rosa e
l’infradito
A
trent’anni la vita
è come un gran vento che si va calmando.
Vincenzo Cardarelli
Sentirai
il vento una sola volta,
e ti porterà via,
lontano…
Il tuo volare
si ridurrà a un’unica caduta;
così è scritto nel corpo stretto della parola.
Senza spine
non avrai più diritti,
non ti potrai più ribellare.
Un taglio netto, deciso.
Il riccio liberato…
La divina tragedia…
In caduta libera
è atteso il tonfo soffice,
ma volge in carezza.
Ora non sei a terra,
candida rosa crivellata.
Nella culla-piede
divieni morbido infradito,
andandoti a posare tra l’alluce e il secondo dito,
mentre un bouquet di pelo,
dalla coda agitata,
ti annusa come nessuno mai ha fatto e mai più farà:
intensamente,
per porgerti l’ultimo saluto.
Spugnette rosse danzanti
Il mio
piccolo vecchio cane: un cuore che batte ai miei piedi.
Edith Wharton
Il
nastrino rosso del guinzaglio
pulsa e vibra,
trasmettendo al palmo della mano
il battito accelerato del cuore volpino
nel petto ansante.
Estasiante incanto
della trasmissione del moto,
tanto cara a Leonardo!
Il nastrino rosso,
vena principale,
conduce l’emozione da un cuore all’altro.
L’unisono è assoluto.
Spugnette rosse danzanti:
i cuori dei cani.
La Casa di Giulietta
… gli
sciocchi irrompono dove gli angeli esitano a mettere piede.
Alexander Pope
Vagando
per le stanze spoglie di Giulietta
si avverte l’oppressione
del barocco manto esteriore,
centone di post-it e gomme masticate.
L’annoiato turista
ha ricoperto completamente
lo spazio disponibile,
nel cortile e sui muri esterni della Casa,
con variegate scritte multicolori.
Il vociare divertito dei ragazzi
scema nell’orecchio,
sciame di disprezzo,
in rattristata consapevolezza.
Le note di Nino Rota,
Shakespeare e Zeffirelli
sembrano non essere mai esistiti.
Sommersi da bigliettini e scarabocchi,
assistiamo anche allo scempio della Statua di Giulietta.
Mani non sempre giovani
afferrano il seno gentile,
per imprimere il proprio bel volto
nella pellicola profanatrice.
Completato lo sfregio,
se ne vanno contenti.
Hanno lasciato la loro firma,
un’identità fatta di colla, nastro adesivo e gomma da masticare,
brandelli di carta, post-it o pennarelli direttamente sul muro,
per appiccicare i più disparati(/-erati)
messaggi d’amore.
© Claudia
Manuela Turco (Brina Maurer), da "Metastasi di rosa"
Il libro
Genitori e figli in poesia (nota di Giampietro Tonon)
Metastasi di rosa, come tutti i libri di Claudia Manuela
Turco, è un’opera a sé, che differisce profondamente dalle altre
della medesima autrice, come è giusto che sia.
Sensualità ed eleganza caratterizzano questi versi, dal sapore
lenisiano contro ogni possibile aspettativa. E per due ordini di
ragioni.
Da un lato Maria Grazia Lenisa rimane un fenomeno del tutto isolato
nella produzione poetica italiana dal dopoguerra in poi, dall’altro
Claudia Manuela Turco non ha mai cercato di emularla, come è giusto
che sia.
Anzi, per più aspetti (al primo impatto, evidenti e innegabili
quelli contenutistici) poteva risultare ipotizzabile persino una
netta opposizione tra le due poetesse, che sembravano avere poco in
comune, oltre alle radici friulane.
E, invece, Brina Maurer ha sorpreso se stessa prima di ogni altro,
concependo queste poesie che molto devono, nell’ispirazione, alla
“Ragazza di Arthur”, approdando, comunque, a esiti indubbiamente
originali.
Tra “genitori” e “figli” letterari, non di rado, l’ammirazione
incondizionata risulta poco fertile: possono essere più proficui,
invece, i rapporti problematici o di opposizione.
Rapporti critici che la stessa Lenisa avrebbe incoraggiato,
rifuggendo da qualunque soluzione di comodo o compromesso, mai
sentendosi o considerandosi maestra.
Prefazione (Marzia Alunni)
La poesia di Claudia Manuela Turco è legata ad un continuo
approfondimento delle esperienze inerenti la letteratura, formate
sui contemporanei, in compagnia dei classici, in una parola sempre
aperte. L’amore per la testualità, dimostrato dall’autrice, è ben
espresso nel controllo e nell’accurata meditazione sulla scrittura,
oggetto di rimandi, citazioni e note, utili a immedesimarsi
nell’opera, possederla in un abbraccio che sa di bellezza.
Il libro Metastasi di rosa conferma perciò l’impressione di
una pulizia e di un rigore, non esclusivamente formali, piuttosto
frutto dell’impegno incessante ad amare la poesia, leggerla e
riconoscerla nelle sue varie situazioni, nel confronto con gli altri
che scrivono e attraverso l’analisi di generi differenti. Ecco
spiegata l’attitudine a “proliferare”, del testo attuale, la sua
“Metastasi”. Esso è vissuto, ideato, in primis, dalla Turco, come
un’avventura della parola nell’universo del bello, della poesia,
avvelenato dalla necessità di misurarsi, nelle prospettive di
poetica, con l’inesorabile finitudine. Il mondo della poetessa è
segnato dalla perdita di potenziale che l’essere precari su questa
terra comporta, in una visione saggia, persino solare e contemplante
che però non esclude il negativo dai suoi motivi ispiratori. La
negatività d’esistere nel testo è rappresentata dal cancro, un
esiziale nemico che sembra pervadere, anche metafisicamente, la
realtà. C.M. Turco sa dunque rimeditare il senso del tragico con
acuta percezione del rapporto vita-morte. Non teme la poetessa di
misurarsi con la grandezza, riconoscerla vuol dire farla propria e
con ciò restituirle, centuplicato, il valore, lasciando il segno di
un dialogo rinnovato con la tradizione ed i contemporanei.
L’affinità con l’ispiratrice per eccellenza, Maria Grazia Lenisa, è
in tal senso evidente, le unisce la fede nella ‘Poesia’, il coraggio
di osare, anche di frangere le abituali simmetrie della tradizione,
pur di conseguire l’ambito premio. A riprova è possibile
direttamente notare la fedeltà della Turco alla Rosa indigesta
(Bastogi; marzo 2006) lenisiana, dal richiamo in apertura alle
numerose allusioni e poi, direttamente, nella citazione in calce
alla poesia “Il cancro nella rosa”: «la rosa indigesta / che non ti
aspetti d’inverno / tra il fogliame assente» (pag. 23, op. cit.).
I topoi felicemente ricreati da Claudia sono però assai più
connaturati nei versi, leggiamo, a tal uopo, in “Ruvido rosso-erre”:
«Nella poesia cerco / le tre erre: / la prima è contenuta nel vetro,
/ la seconda marchia la ruvidezza, / la terza accentua il rosso». Il
testo, per giunta, è preceduto da un’eloquente citazione di Arrigo
Boito che afferma con proprietà: «E sogno un’Arte eterea / che forse
in cielo ha norma, / franca dai rudi vincoli / del metro e della
forma, / piena dell’Ideale / che mi fa batter l’ale / e che seguir
non so». È una sorta di succinta dichiarazione, per la poetica di
Claudia Manuela, che risulta assai indicativa, per altro, dell’amore
per la libertà, ma anche della tensione ineguagliabile che la
pervade. Un brivido che consiste in quel senso dell’indicibile,
nello splendido scacco dell’aver tentato, forzato, la bellezza ad
essere catturata, nella sua fuga inevitabile verso piani di-versi.
Si tratta di un’attitudine ‘scapigliata’ di pensiero che Maria
Grazia Lenisa avrebbe, senza alcuno sforzo, fatta propria, oggi
testimoniata dal prezioso lavoro di Claudia che rimarrà sempre come
la prima opera dedicata alla grande scrittrice dopo la sua
scomparsa.
Non stupisce perciò che nel gioco dei rimandi si trovino alcuni
motivi ed echi lenisiani; analizziamo intanto questi versi davvero
notevoli della Turco: «Sarà la poesia a tenermi in vita, / fintanto
che la vita non riporterà / il fuoco nelle mie mani, / fintanto che
il mio corpo / non avrà di nuovo vent’anni». Ed ora proviamo a
consultare Maria Grazia Lenisa che, nel suo ultimo libro, Amorose
strategie, recita: «Io vivo nelle pagine: pensa / che la poesia
è vita come / se bevi o mangi: Sarà così / Vivrai / nell’icore delle
tue vene / immortali.» [dal testo: “L’amicizia di una donna”,
pag.22; Ed. Rhegium Julii 2008]. Si osserva subito la comune
attenzione fermata sulla ‘vita’ delle due proposte poetiche, ma è
chiaro che procedono autonomamente (la libertà di Boito!) quanto a
motivo ispiratore centrale. Per la sensibile vena poetica di
Claudia, la Poesia è un balsamo, una spinta in avanti, che non
esclude l’esigenza interiore di una rinascita, per assurdo, del
corpo, minacciato dal sottile male che prolifera parole, sogni
infranti e memorie inquiete. C’è dunque ‘l’aver di nuovo vent’anni’
che, sebbene speranza disperata, rimane, con dignità, un traguardo
umanissimo. Forse Brina e Alex, in futuro,
s’incroceranno, soggiunge Claudia nei suoi versi.
Nel mondo parallelo, ma differente, di Maria Grazia Lenisa, si
riscontra un preciso e totale rovesciamento: Occorre fingere
la vita, ‘come se’ bevi o mangi, per risolverla e riscattarla, in
toto, nella Poesia, unica prospettiva divergente, che resiste alla
precarietà di tutto. Solo allora sarà concesso al poeta avere
«icore» che scorre nelle «vene immortali». Il superamento dei limiti
umani è splendido, ma c’è un duro prezzo da pagare, con quel
distacco, ironico per giunta, che non contempla un orizzonte
immanente alla vita reale. Il corpo non avrà mai più vent’anni,
neppure nei desideri, vivisezionati dal tono ironico, ma… la Poesia,
ipostatizzata, in compenso sarà sempre ventenne, in un mondo
alternativo e metarealistico di pura bellezza, avulso da rigidi
moralismi! Da qui la sensazione di vertice che il tentativo della
Lenisa determina con il suo ‘far grande’: la quotidianità è
schiacciata, proiettata per-versamente, con uno sforzo d’invenzione
che sa di un dolore assoluto eppure ridente.
La posizione lenisiana, per la sua unicità, non esclude in ogni caso
le altre sfumature del poetare, verso le quali, occorre dirlo, la
direttrice della Collana Bastogiana “Il Capricorno” ha sempre avuto
interesse e rispetto. Una stima contraccambiata dalla splendida
dedica che l’intera opera di Claudia Manuela rappresenta con le sue
citazioni, con i versi che richiamano temi e parole condivise, per
lettera e nell’intertestualità.
Tornando al testo che presentiamo, nell’ispirazione di Turco si nota
l’anamnesi di una sofferenza che, filtrata compostamente, permane,
aleggia nelle parole, a tratti intense e persino graffianti, ora
invece sostenute nel ritmo e solenni. Il male, che aggredisce quindi
le cose e la natura, è rappresentato da quella specie di ruggine che
colpisce il bocciolo. Lo troviamo in una certa lontananza
spazio-temporale che regala un tono di urgenza emotiva alla voce di
Alex, ‘persona’ evocata nei versi, cioè maschera, affine al
Max Bender di Lenisa. Entrambi sono memoria e nostalgia di una
condivisione stimolante, ma sempre ‘in fieri’, proiezioni di un
rapporto virtuale che appaga in quanto irraggiungibile (Lenisa), o
differibile nel futuro, come è più calzante per Metastasi di rosa.
Il negativo assume poi anche la forma della saggezza, un poco
triste, di Rodolfo Valentino, amato/disamato, inaspettatamente, per
un divo; si tratta comunque di un destino proprio, per altro, della
maggioranza degli esseri umani, colto e universalizzato nelle pieghe
del testo.
In tal senso divengono preziose le voci degli scrittori evocati
nelle citazioni, collocate in apertura di molte poesie. Le suddette
citazioni, di Busacca, Caproni, Pope, Di Stefano Busà, Wharton,
Squarotti, Ventura, Ghioldi, Shakespeare, Keats, Govoni e
Cardarelli, per tentare una sorta di parziale menzione, sono i punti
di riferimento di una serena geografia interiore. Esse compongono un
universo di poesia, sinergico a quei prevalenti agganci con il testo
lenisiano, e sono dichiarate senza mezzi termini, con ampio respiro
di segni, tematiche ed equilibri formali negli esiti poetici che
seguono.
Non mancano poi richiami freudiani, inevitabili, forse, in un
discorso creativo, ‘a caldo’ eppure ben scavato nell’interiorità,
non affetto da un ingenuo spontaneismo stilistico. L’esistenza di
traumi, nell’ambito della psiche, ha un significato analogo al
dilagare del cancro nel corpo della realtà, è emblematica di un
climax particolare, segno di un’impietosa analisi, non priva di
tensioni etiche, modulate tuttavia con eleganza. In conclusione,
vorrei citare alcuni versi piuttosto suasivi che ritengo
invoglieranno alla lettura: «È il respiro della luna-violetta / a
liberare / suoni arpati e sidro di mele». C’è da restare
meravigliati in compagnia di questa ‘Rosa’ inquieta e speciale.
L'Autrice
Claudia Manuela Turco (alias
Brina Maurer / La donnacane) è nata
il 15 dicembre 1970, poeta, scrittore, critico letterario, biografa,
giornalista. Innamoratasi di V. Alfieri durante le lezioni di
Clemente Mazzotta, scrive combattuta tra due fuochi: Vittorio dalle
labbra verdi e Lord Byron. Laureatasi a pieni voti in Lettere e
Filosofia, collabora con case editrici, fondazioni e gallerie
d’arte.
Attratta dalle eccezioni e dalle minoranze, costanti della sua
poetica: il voler dar “Voce a chi la cui Vita non gli appartiene”,
l’umanità degli animali, l’animalità dell’uomo, la dimensione di
solitudine e malattia cui è condannato il diverso tra i diversi.
Sensibilità, Tormento, Originalità,
Temperamento i suoi elementi.
Ha curato due edizioni di Case di scrittori (Libraria
Padovana Editrice) e pubblicato 12 libri. Tra i prefatori: Angelo
Mistrangelo, Sandro Gros-Pietro, Domenico Cara; tra gli
illustratori: Gianni Sesia della Merla. A Domenico Cara ha dedicato
una monografia.
Vincitrice, per la sezione italiana, di Féile Filíochta (Dublino
2002), è inclusa ne La poesia onesta di Vittoriano Esposito
(Bastogi).
CMT elabora progetti di ricerca letteraria volti a una
originalissima provocazione della modernità (toccando temi spinosi
come i danni causati dalla pornografia sugli adolescenti; inserendo
in alcune raccolte note a coronamento delle sue poesie; fondendo
critica e creatività, autobiografia e finzione).
Sta scrivendo il “ciclo di Glenn” (Glenn amatissimo,
selezionato da Ugo Mursia Editore).
Per accendere fiammiferi nel buio.
brina.maurer@libero.it
Claudia Manuela Turco, Poesie
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