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1) Da "Prova
d'Autore. Concerto per pianoforte"
Concerto per pianoforte, op. 1/79 – “prima.. Stazione”
Sono quarantanove i passi di questo cammino giornaliero.
Trenta centimetri in movimento retto, parallelo;
per poi registrare con riferimenti partitari,
- causale- gruppo- conto- sottoconto-.
Per un dare o l’avere: per entrate ed uscite.
E le facce di verdi, di gialli e terre bruciate,
m’accompagnano con il rombo di ferro
che sintonizza - all’aprirsi o al chiudersi -
di un involucro zeppo di cartevalori.
E al di fuori,
tuona il tempo grigio di una giornata qualunque.
Inverno afoso.
Ho tolto la chiave alla toppa,
e le sbarre fanno rima
al carcere più affollato del mondo
mentre il cielo lampeggia
tra sibili di vagoni in arrivo, nei ritardi allagati.
Questa, è la mia prima “Stazione” !
Concerto per pianoforte, op. 9/82
L’attesa,
nel divenire delle parole
è l’orgoglio del vento che traspare nel sussulto della voce.
Ho costruito un dedalo di sentimenti
e non riesco a districarli nei ventricoli palpitanti
se trasportato nel plasma ho anche la tua silente insensibilità.
Non posso aspettare che giunga il trapianto d’immagini.
Venga altra linfa a sopprimere la tua assidua presenza.
Concerto per pianoforte, op. 2/82
Sono seduto ad tavolo freddo.
Rispecchia il volto - immagine cupa -
che mi accompagna nel giorno.
Non riesco ad aggrapparmi alla mie parole assidue e cadenzate.
Non ho la forza di rompere il cristallo per distruggere
questo sguardo che segue costante i mie sforzi d’attesa.
Eppure - a volte - ho bisogno di piaghe
per ricordarmi d’essere.
Concerto per pianoforte, op. 1/66
Non ho bisognosi giacigli,
la collina mi guarda ed i rumori svegliano il sognare profondo.
Mi basta guardare i tetti, quel bianco comignolo,
la campana che chiama a sua raccolta;
un mio giorno di preci.
Non ho ragioni d’essere.
Se credo?
Mi basta la luna ed i gatti invisibili
che miagolano il tempo: -lamento che ruba la sera -.
Mi basta guardare il tuo sguardo profondo
- che il mare vorrebbe rubare -.
Non ho bisogno di pianto
- il cielo mi è amico -.
Scroscia al richiamo.
Mi bastano lente carezze di te.
Profumo di glicini da raccogliere in viso.
Concerto per pianoforte, op. 1/64 – “sinfonia”
Mi bagna il viso
il frantumarsi tenue di questa pioggia calda.
Mi riscalda le tempie il sottile ronzio
ed invano gli occhi guardano
- come tegole colme -.
Se ci fossi
sarebbe estate.
Invece, primavera è lontana.
Mi daresti il sospiro
- sovvertendo l’aria -
per mio godimento.
Se ci fosse momento pur nostro,
sarebbe giuoco inverosimile,
- sobbalzo del cuore -;
invece, ci rubano attimi al giorno
per regalarci istanti brevi, e sogni svaniti.
Concerto per pianoforte, op. 11/68 – “l’ultimo giorno”
Era l’ultimo giorno di vita.
Non lo sapevi - o forse ne avevi il presagio -.
Uscisti al mattino invernale, presto.
E, c’incontrammo al treno: - che non prendevi mai -.
Viaggiammo nel vecchio vagone anteguerra
sui sedili di legno ed una luce fioca
e quando scendesti, ti seguii con lo sguardo
- fin quando non sparisti all’uscita -.
Dopo, ho ricostruito il giorno: quell’ultimo abbraccio.
Andasti ad un ultimo piano, a te che l’affanno penava
per quell’amore nascosto: abitudine al vivere – infelice -.
O, forse felice di una vita che t’aveva con sforzo donato un
sorriso.
E lì che t’immagino
restasti agli uccelli legato
un’ora o due, forse l’intera mattina di sole.
Poi, uscisti per immortalare alla foto l’ultimo volto segnato –
altro presagio -.
Volto scavato e sofferto che non aveva eguali tra mille ricordi di
immagini mute.
Attore d’un mondo di sogni, lasciavi a noi, spettatori, il doloroso
ricordo.
E fu per caso che trovammo quel testamento di un ultimo desiderio di
vita.
Nulla, immaginava la tua mente mentre il cuore tradiva ?
Oppure sapevi, per quel sottile filo che ti legava a lei, che la
morte
- tante volte scampata -
ti avrebbe vile, raggiunto: di lì a poco;
quando l’ossigeno - tardo - non ti diede più forze.
E a me le bestemmie, riempirono la gola! E non credevo d’essere
forte,
di piangerti, solo dopo: in silenzio.
Concerto per pianoforte, op. 6/80 a: “ Massimo Marinelli”
L’incontro casuale delle nostre “parole”:
paesaggi nitidi i tuoi,
reali - vivi -
come grida di feriti – alla mitraglia –.
Nascoste le mie, come un suono di dita
che sfiorano coppe di cristallo:
- Utrillo o Braque eguale poesia -.
Tu, che penetri l’aria, la determini e spezzi.
Io, che frusciando nel tempo, rivivo giorni ed ore.
Concerto per pianoforte, op. 5/60 ad "A. C.”
In una stanza grigia
con tavolozze colme di gialli e terre bruciate
salutammo per sempre i nostri sguardi:
Amavo il tuo corpo giovane,
la voglia che possedevi:
- quel vivere la tua giornata di sole -.
Eppure, in quella stanza grigia
l’ultimo nostro pensiero fu d’amarci.
E volò l’ora bastarda
a separarci per sempre.
Amavo quei tuoi silenzi dubbiosi
la fragile armonia dei tuoi seni
- e mi dolgo di non averti posseduta -.
In una stanza grigia
dove vescovi muti sognavano
di apparire su tele antiche
lessi ai tuoi occhi parole di pianto
e capii d’averti perduta.
In quella stanza grigia
disteso sul vecchio divano - disperato -,
ti lasciai andare per non ritrovarti mai più.
-E mi dolgo di non avere sul corpo il tuo profumo-
Concerto per pianoforte, op. 4/ 03 in “G”
Il duello che ha intrapreso il tuo cuore
ha nel precipizio del destino il suo dolore.
La vibrazione che freme giù nel ventre
ha nella spada il tocco della morte.
Sei tu che brilli nella landa solitaria
a te si riferiscono i segnali che le stelle
cadendo ti consegnano
e mai potranno rubarti questo attimo che il sesso
ha violato nella notte.
Si sono io che vengo e busso forte al cuore
e tu apri i giacigli e mostri il fiore già umido di brina.
Come farfalla destinata alla fine lascerò il polline gioire
altra crisalide diverrò per tornare al tuo nido e alla linfa.
Notte che ti riporta al segno evanescente del sogno d'immagini
e vanamente afferri il mio corpo aderendolo al tuo.
Mi senti nell'ansimare il petto nella germinazione che ti offro?
Nulla potrà rubare questo sogno, nulla che non sia il tuo volere
amore.
Ora, sei dall'altra parte del fiume
e le mani vorrebbero toccarti.
Nulla e nessuno guarda il tuo sguardo
che si tuffa nell'acqua e mi rincorre come onda.
Sono io solo a raggruppare i petali del tuo fiore
e stringendolo lo assaporo nell'essenza che emana.
Tu, nascondi il desiderio ed il vento lo trasporta a me.
Silenziosa notte ci attende.
Cammineremo sulla riva e saggeremo il volere del cuore.
Tu, aspetti il segnale del mio correre al gesto.
Io attendo che si alzi il sipario di questo momento.
Concerto per pianoforte, op. 11/97 – “città stuprata”
Questa vecchia città dove nasco
e muoio frastornato da grida sguaiate e da fame millenaria.
Questa vecchia antica - muraglia -
ci divide dal mondo per i mille dolori
che immortali lame di gesti e parole
trafiggono.
Città torturata, da infiniti tarli che rodono i poveri :
- la fame li fa uscire al sole non più caldo di un alito -.
Questa vecchia città calpestata nei secoli,
da avidità irrequiete;
tenta invano di vincere una morte sicura
che la perseguita nei vicoli stretti:
- quelli che non hanno libertà, ma scheletri e croci -.
Moniti di antiche pestilenze.
Povera, antica, martoriata Napoli.
Concerto per pianoforte, op. 8/06 in “ G ”
L'alba ai vetri ti vedrà aspettare.
Lo sguardo come patto,
distanza dall'uomo che non ha il coraggio di lasciarti perdere.
L'alba, avrà sapore di rugiada, bagnata pioggia come lagrime
e le asciugherai al vetro, come se fossi stata tu a bagnarlo.
- Tenue sguardo che al cuore hai dato in silenzio -.
Si !
Dentro te esisterà una lotta che freme per raccontarti di me
e vorrai:- così come la mano asciuga l'umido vetro -
cancellare la parola che si è scritta
quella che pesa al cuore.
E, follia parrà questo momento.
Ma egualmente t'avvicinerai a quel vetro che riflette il tuo dentro:
l'anima in pena.
Asciugherai quindi, cancellando la parola che il destino tenta di
scrivere ?
Quell' amore che amore non sai quanto di vero ti ha dato ?
Asciuga !
Ma dentro di te resterà indelebile una sottile presenza, la mia .
Che bussa ancora a quel vetro!
Concerto per pianoforte, op. 10/06 in “G”
Le tue mani poserai al mio petto
per riscaldarle dal freddo del cuore.
Senti ! Come freme la carne e come il battito forte sale fino alla
gola ?
Senti il palpitare che le labbra sussurrano alle tue palpebre chiuse
?
E’ il tuo sangue che ribolle nella notte
e non hai più scampo nel pensiero che ti affascina.
Non dirmi che il tenue soffio del calore che vorresti al cuore
non sia speranza alla vita, al domani .
Non ascoltare il passo nella notte,
busserò al tuo petto il mio dolore – piano -.
Salirò nella speranza che tu apra le braccia al mio calore
e tufferò il mio volto tra i tuoi seni perché tu possa piangere di
gioia: vivere.
Ascolta, come sussurra l'onda nella notte
eguale tonfo ti darà il pensiero d’esser viva.
Eguale speranza di poter restare stretta al mio corpo senza farti
male.
Ascoltami, nel buio nella solitudine delle coltri bianche,
- di queste notti che ti rubano il respiro -
vorrei solo io potertelo rubare quell’amore represso
e saziarmi del tuo pensiero.
Dimmi se amore è stato questo momento di felicità del cuore ?
Dimmi se non ti senti librare nello spazio infinito del tuo corpo ?
Se non ti manca il fiato di chi sussurra al tuo orecchio lontano
queste frasi ?
Se non ti senti rubare piano piano il cuore.
Dimmi se sono pazzo nell’ offrirti questi momenti ai freddi silenzi,
quelli che andrebbero riscaldati dal tuo stesso corpo.
Io, non voglio darti il seme del mio ventre
non voglio che confondi questo attimo – vano -.
invece vorrei portassi dentro e che cucissi al cuore quello che
straluna questa sera
quella fascia di luce che ti faccia gridare :
ancora !
Concerto per pianoforte, op. 3/07 in “G”
Il lembo di cuscino che rubo al silenzio, mi fa sentire il battito continuo;
il fiato dolce, nella notte d’arsura
di questa estate che brucia si fa desiderio:
si fa spazio nel sogno che cullo al tuo fianco.
Ai tuoi voli, che hanno ancora poche ali: alla barriera che ti
conduce a me!
Agli occhi, che ti sorridono, nella visione dei prati con papaveri
che si adagiano
nel lieve fruscio del vento .
E’ il loro rosso sangue che ti bolle dentro,
e reclama quel pizzico di passione che tarda !
Ma tu testarda continui a raccogliere i loro vermigli colori
e li nascondi nel grembo per fantasmagorici voli alla vita che
desideri accanto.
E, lentamente, t’avvicini, ed entri nella mia e taci!
Vorresti dire tante cose, ma le labbra timorose, si inumidiscono
appena
mentre sbatte dentro un desiderio non ancora concreto!
Sento! Lo sai ? Sento che quel pensiero dal fruscio lieve, penetra
misterioso,
e del mio corpo si appropria, del mio cuore.
Tu, t’ adagi all’abbraccio e chiami le mie mani, quelle che
vorrebbero condurti
in una nube di essenze e volontà represse. Mai più ritrovate !
Quale sogno, supera la verità che conservi dentro,
e bussa alla porta dell’anima .
In uno forse vi abita, questo romantico antico,
e sente la dolcezza che puoi regalarti;
in uno allo sbattere caldo che il ventre reclama .
Io, che ho rapito il tuo volto!
L’ho raccolto in un fazzoletto di nubi che gli danno colore,
e guardo sospeso le labbra, gli occhi che parlano nel loro silenzio
e attendo!
Mai nessuno potrà raccontarti le storie del cuore !
Mai nessuno potrà rubare uno spicchio della tua voglia di vivere !
Solo io - povero saggio –
nel silenzio dei miei giorni che attendono la fine,
ho subito della tua picca il dolore
e seppur resta la ferita,
egualmente, racconterò del tuo cuore, a ciò che resta del mio.
Concerto per pianoforte e oboe, op. 4/05 in “G”
Una diminuita ha chiuso questa nostra sonata.
Le dita non cercano più diesis e bemolli ma accarezzano le spalle
frementi.
Prima: Non vi era che suono che lasciava sospeso il respiro.
Brividi. Trappola che stingeva i momenti.
Ragione, che ora si sfalda al tocco dei bianchi e dei neri.
Tappeto di un percorso di vita. Evocante i ricordi.
E mi apparivi distesa, come giacinto che si apre alla luce.
Ora però ti turba il mio sguardo che scruta e ascolta silenzioso.
Questo mio tempo batte ancora al cuore il rimorso, la pena, la paura
di non essere più un'appartenenza.
Ma ti seguo egualmente nel cammino e mi rabbuia il tuo nuovo
pensiero.
Sguardo che si perde nell'orizzonte di quei perduti momenti.
Delle tante mancate ragioni. Delle frasi che avevano il dono
d'attutire i dolori da sempre vissuti.
Ora ? il metronomo tace.
Ora é solo silenzio che trafigge la mente.
Dolore! Che non ha più il senso del dopo.
Eppure ti ama ancora questo sciocco motore di vita: questo cuore.
1) Da "Monili"
Monili
Ho segato le mie mani
ossa mozze mi guardano,
a te regalerò falangi
con unghie essiccate,
le porterai, monili,
tra i seni morbidi
e dirai al vento:
« le sue dita m’inebriano »
Eutanasìa
Cercai al tuo letto
una ragione d’esistenza
chiedendomi se dovevo lasciare
i tuoi occhi soffrire
- unico segno – che mi davi di te.
Inutilmente, accarezzavo e seguivo
le pupille che roteavano
senza seguire la luce del giorno.
Cosa fare ? Mi chiesi più volte
se toglierti al quando, senza conoscere la fine
Per soffrire la tua stessa lamina tagliente.
Allora, mi balenò la morte e la chiesi
Pregandoti d’ascoltare ancora
un secondo oppure un attimo solo
per giudicare il mio gesto.
E, l’iride spento, roteante occhio di mare
non mi rispose
né ragioni né promesse di future pietà:
Allora nascosi la bocca per non urlare
sebbene egualmente non m’avresti ascoltato
avrei detto a me stesso la morte voluta –
poi piansi, mentre il gorgoglio della tua
ultima sosta al mondo or mai spento
svaniva sempre di più;
bollicine che divenivano aria;
per lasciare cadere, ultimo segno,
la mano ormai scheletrita
sul lenzuolo macchiato di sangue...
© Aurelio De Rose
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