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Arrigo Colombo

FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

POESIA / ARRIGO COLOMBO


Le Canzoni_Il viaggio (ridotto)
 

Ricordo di Thomas Stearns Eliot
il maestro

1.
L’autunno era giunto, la sua luce estrema
alberi e foglie in luce trasfusi
trasumanati disciolti
in pura luce
                    vibrava l’aria
                                          splendore
in cui l’uomo si sperde ormai
dolcezza già troppo invadente
quasi un peso mentre corre e corre
nel suo viaggio

Si aprivano i monti
la valle si distendeva saliva rapida
l’aiuola verde luminosa
gli alberi in lamine sottili striate splendenti
le case ovunque così intensa la vita
in quei giorni estremi

E però l’aria già è fredda
nel treno che corre chiusi già i vetri
sta nel soprabito chiusa una donna nell’angolo

E indugia l’uomo mentre passano gli anni
già gli anni sono lontani
in questo lembo di giovinezza estremo
serrato in quest’angolo spadaccino
che il nemico il tempo incalza
e però spera l’estrema risorsa che d’un tratto
inverta le parti
                         Lui il fallito eroe
del grande sogno, l’eroe del labirinto
gli pesa il capo gli ciondola
un frutto maturo troppo ormai
che troppo ha atteso, troppo d’essere colto
imputridisce sul ramo
Ristagna l’idea, l’impotenza è l’estrema risorsa


2.
In quel pomeriggio tenue ricordo dell’estate
momento di desolata consapevolezza
la pianura vide oscurarsi e farsi cupa
già notte quasi – assorto nel pensiero
forse in un attimo passarono l’ore –
ma incerta una luce restava sospesa
sulla torbiera sui campi fradici d’acque antiche
Là biancheggiavano l’ossa del profeta
sparse, l’ossa del poeta dai sogni vani
e non udì la parola la voce nota
«quest’ossa non vivranno!» né gli fu mostrato
l’esercito esotico che popola la torbiera
il cimitero dei rottami immenso
Là di tempo in tempo si smarrisce
il braccio il piede l’occhiaia dove
brillava l’incantevole luce, la mano
Là spento ogni ardore e vigore
                                                  gioventù
tempo in cui si consuma lo sperpero

Poiché l’amore che divampa (troppo)
per la vita oltre la vita finisce nel tedio
l’amore dolente che accese
teneri gli occhi l’età remota
È angusto ormai lo spazio dell’anima
l’impetuosa volontà d’essere
è vuota la stanza segreta, la cella del Dio ignoto
invano sfiorò l’anima il mistero
inconsolabile il pianto

«Uomini, o uomini, riottose pecore
incerto gregge del pastore eterno
dai campi di Lete con voce afona vi saluta
dal suo romitaggio il profeta mancato, il poeta»

Ora più saldo quasi si sente
più forte pronto quasi a riprendere
E sotto è apparso il mare l’immenso
è apparso fino all’orlo di luce colmo
di colori e luce denso in quest’ora
È calmo, e morbido vibra e palpita
come il cuore di un uccello nella mano stretto
lo Spirito dell’acque che cova il mondo
E come uccello in amore è intenso e caldo
in quest’ora, e l’occhio il cuore
l’essere intero, il cosmo, sta immobile. A pena
quasi torna il ricordo l’ora cupa e tenta
resistere
               Si frange l’onda in un suono alto


3.
Nella stanza il suo volto era come uno smalto
su metallo cupo dove i colori splendono puri
chiusi in lamina d’oro uno smalto antico
I capelli sciolti s’aprivano si spandevano morbidi
sulle spalle bionda seta tessuto folto di trame
Si perdeva nell’ombra il bianco del letto
la camicia leggera abbottonata al collo ai polsi
bianca
            Sul letto seduta
fremeva il suo volto di un nascosto ardore
la voce intensa troppo che il desiderio consuma
le mani piccole tese impotenti ad esprimere
Era in quel pomeriggio il suo volto un crisantemo giallo
rotto dal sole in frammenti di luce, e la sua voce
un usignolo quasi roco dal languore di lunghe notti

Questo smodato fuoco l’impulso che l’ha sospinta
a lunga ricerca amorosa fanciulla non sazia
mai, abisso oscuro di cui il bacio e l’amplesso
sfioravano l’orlo appena
                                       Nel fondo
era un terso lago, un liscio specchio sigillato d’ombra
Nel più fondo abisso scolpita da mano sicura
nella pietra essenziale, «al principio», era l’immagine
incomparabile in cui sta fisa e presa d’estasi
la Creazione
                     Mistero di un’anima di fanciulla
fragile inquieta. Oh il disprezzo del maschio
l’occhio avido la mano, del maschio l’orgoglio
di una scatenata impotenza
                                              È cenere, aspirato
in rapide nervose boccate si consuma
è un mozzicone sporco l’uomo, raffronto ineguale troppo impari


4.
Fuori la sera avvolgeva le cose
la notte rapida (troppo tardi ormai)
avvolgeva le tracce del mare
i segni delle cose nel buio
i prati dal verde più tenero
che mai contemplò occhio umano
i colli più dolci che conosca il mondo

Perché tanto splendore
tanto impegno nell’opera di un giorno?
così dolce incantevole doveva essere
un mondo che finisce?

Nato troppo tardi
quando i secoli volgono al termine
e incombe la fine
l’ora che nessuno «neppure il Figlio» conosce
ma per noi segnata nell’esistenza, un peso
che ci trascina greve irresistibile
la più decisa volontà di non vivere
di una stirpe
Se pur continueranno i secoli

Sull’estremo lembo del tempo
indugia senza più forza ormai
gli si confonde l’idea ogni volta sul nascere

Che vale infine?
Poi che Tu vuoi
che il nulla canti la tua gloria
e poi ch’è giusto
che abbia fine l’orgoglio delle cose
e l’orgoglio del tempo
e poi ch’è scritto «sei polvere
e polvere ritornerai»
accetta di follia un canto
sull’estrema soglia
accetta una follia un canto
di follia un’estrema soglia
un’estrema follia un canto
un estremo

© Arrigo Colombo

 

Arrigo Colombo

Arrigo Colombo, lombardo, attivo in Puglia come filosofo nell’Università di Lecce. Nel 1985 ha aperto con alcuni amici nella stessa università un Laboratorio di Poesia, luogo spirituale d’incontro confronto scambio dei maggiori poeti salentini; e fondato con loro un giornale di poesia, «l’incantiere»; e sviluppato quindi un’intensa attività di letture e spettacoli, in particolare Salentopoesia, festival annuale di poesia con musica e danza. Ha scritto di solito su «l’incantiere»; ma anche su «L’Albero», «l’Immaginazione», «Il Bardo», «Confini», «Italian Poetry Review».
 

Arrigo Colombo, da “Sull’estrema soglia

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.