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Antonio Spagnuolo, scrittore, poeta

FRANCO SANTAMARIA

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POESIA / ANTONIO SPAGNUOLO


Poesie inedite

 

I
È una storia che getta senza tregua i suoi fogli alla cenere,
l’ennesima parola di menzogne nel tempo
confusa all’ombra che contrasta fra le tue forme
e il viso di mia madre.
Si sminuzza, intarsia la melodia che raccontava
fandonie ed illusioni,
le insensate allergie dei corticoidi,
le impossibili favole della gioventù,
per il grido delle continue sconfitte.
Indefinito al segno si lacera l’ultimo giorno
fra i colori e le foglie, sottovoce,
si affretta al grido del tramonto in questo cielo
che vorrebbe riflessi.
Qui, è un colpo d’ascia la mia sera.


II
Fra i tralci la tua carne indolenzita
scioglie delizie inaspettate, nude,
con passo dolce e discorde,
avanzando negli umidi presagi
d’una beffa.
Fugace è il bagliore, il suono sordo
ed incauto che svincola melodie,
nuove forze, e l’ardore di vene
ti ritrova delfino a rallegrarti,
scomposto tra sapienza e pudore,
nel gioco acerbo.
Sarà la sonagliera degli angeli
a conforto d’una buffa filastrocca
che si specchia nel fiume arrugginito
del rimpianto,
o bacia e morde l’ugola.
Ecco il tormento delle mani giunte
in armonia col tarlo dell’orecchio,
una realtà, un’immagine inattesa,
un’ombra che ricerca la pretesa
di comprendere quel che accade
al di là dello sguardo.
Tutto è fermo, inferno e paradiso,
nella bambagia rossa della vite,
e le parole sgranano le labbra
in balbettii sconnessi.
Ancora un sorso e le arterie ed i muscoli
saranno le misure in cui più acceso
scomporrai il tuo tempo.


III
Bisbiglia ed incalza la tua danza,
ed increspa
sul pentagramma la corda degli anni.
Nei passi incerti
ancora una volta il sussurro della primavera
avviluppa le nostalgie, in attesa
di cambiare le impronte all’infinito.
Si sdoppia la carotide: l’insonnia,
divorando i riflessi
nell’inconsulto logorio delle reni,
rimbalza a specchiarmi nei gesti
destinati a stupore, a nevrosi, a distimie,
per la spartizione improvvisa della lingua.
Sono punti di luce alle tempie
per franare
nell’autunno inaspettato.


IV
Il cimitero è qui, è qui a due passi,
ed il tempo è distante,
trascorso in mille giri d’orizzonte,
rassegnato alle fughe.

Anche se sbalordito
l’urlo secca alla gola per trattenere angosce,
nell’arbitrio che vuole un segno
per contattare
questo impazzito dramma.

Ostinato nel corpo mi basta un filo,
un ritaglio, per circuire ossessioni
e misericordie,
il sogno spietato che racchiude solitudini,
o le immagini di ieri, quando non c’eri
ed io drogato dalla gioventù
scomponevo calendari per temi giornalieri
destinati a menzogne.

Il cimitero è qui, è qui a due passi,
ed il tempo approda alla vecchiaia
nella forsennata poesia del mio terrore.


V
Che tu sia parola o musica è segreto del sogno,
è miraggio, appena simulato dal sospiro,
è abbaglio della vista
nella irripetibile storia degli incontri.

Lasciami bere le ossessioni della pelle,
nell’ubriachezza notturna:
ai limiti del ritmo gioco il timore
di brevi parole negli accordi,
nella mia porzione segreta, fra le tue ciglia
quando ritorni dirupo o luce che stordisce.

Festeggio la furbizia dei papaveri,
spoglio gli orpelli,disgrego ogni pastello
per il ventaglio dei petali,
mentre tu nuda confondi la mia rabbia
con le nuvole.


VI
Quando mura raccontano le rime
nel giro di un sorriso
lancio fragranze e malie mentre ribalti
il nostro amore,
coagulo di un tempo, così come l’ammicco
del tuo viso contro le mie ginocchia.
Recitando fra sillabe la volontà di favole
oggi le aritmie riportano scansioni,
quasi frammenti, da riproporre al giogo
dei tratti,
delle mie illusioni proposte sottovoce.
La mia sola memoria invecchia
tra pozze di colori,
e le foglie gridano l’assenza delle sere,
ove il tramonto vorrebbe prolungare
il tuo passo improvviso,
per un’ultima volta.

© Antonio Spagnuolo


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