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Alferio Spagnuolo, Nudo disteso
A
Quali distanze riempiranno
l’impronta della nostra demenza
o veloci
sfuggiranno le misure di una deriva,
netto contrasto al canovaccio delle manie
che hanno sigillato il mio timore?
Tutto o niente,
qualcosa che frantumi il clamore,
goffo retaggio di quanto l’ultima mano insegue
sempre più incerta alle lusinghe.
Rimane un trucco nel fondo della scena
che ci contende,
per quel che siamo,
e lascia che la cronaca riveli fantasie sconvenienti
complici del buio che sopravviene.
B
Di me non resta altro che l’accadere delle forme,
sempre eguali,
in un percorso che trattiene l’unica parafrasi
di congetture,
accattivante e violenta.
Banalità che si realizza
dopo l’insulto degli anni,
una poesia senza soccorsi,
precipitata in verbi, fremente,
quasi una pazienza che blocca il tumulto,
che precede il verso,
per deformare il segno di follia
che mi costringe.
Il vuoto, l’assenza, ancora mi stupiscono
lontani dalla scelta.

Alferio
Spagnuolo, Attesa
I
Mi annullo e scivolo improvviso
dove la notte ha i fregi della quiete:
così la figura svanisce, a brandelli,
svanisce indifferente ed incerta.
Nascondo impronte più recenti,
tra miniature di volti e lo stupore
dei mattoni,
gli studi, la memoria, il sacrificio
di essere qualcuno,
e le promesse intentate
in quello strano presente che sguscia
ormai indignato.
Anche se diseguale l’orizzonte,
soffia il tempo assalti ed accordi nel respiro
che separa altri umori.
Attimo dolce
sul muro che mi rende straniero,
somigliante a mestizia.
VI
Qui, ancora sotto voce la tua vaga sembianza
ha le grida di assenze,
ha l’ebbrezza del delirio nell’incanto
appena simulato da un sospiro.
Dirompe quasi a gioco un Dio perverso
dai luoghi ormai fuggiti,
bellissimo Narciso intrappolato allo spazio
che mi fu concesso tra gli uomini e le cose,
stupore e smarrimento che mi azzera.
Discorso da dimenticare
così come il graffio lungo della giovinezza.
XIV
Verso il tuo pensiero scavo un piccolo segno,
che sia l’audacia di una spalla, una parola
che confonda i pastelli ad esplorare la malinconia,
mentre l’inganno degli anni ha rovinato il mio nome
sino all’ultima pagina.
Lievemente sorride al di là delle onde
uno sgomento,
mentre l’arteria disseziona il disastro
delle mie imprudenze.

Alferio Spagnuolo, Nudo disteso
XXVI
Che tu sia parola o musica è segreto del sogno,
è miraggio, appena simulato dal sospiro,
è abbaglio della vista
nella irripetibile storia degli incontri.
Lasciami bere le ossessioni della pelle,
nell’ubriachezza notturna:
ai limiti del ritmo gioco il timore
di brevi parole negli accordi,
nella mia porzione segreta, fra le tue ciglia
quando ritorni dirupo o luce che stordisce.
Festeggio la furbizia dei papaveri,
spoglio gli orpelli, disgrego ogni pastello
per il ventaglio dei petali,
mentre tu nuda confondi la mia rabbia
con le nuvole.
XXX
È lento il tempo da scomporre in ritmi
che gli spazi comprende,
o l’incauto rincorrere la storia.
Sorridi ancora, finalmente ebbro
del rutilante calice, sbandando
quasi fossi nel giorno del giudizio
a raccattare stille.
Fra i tralci la tua carne indolenzita
scioglie delizie inaspettate, nude,
con passo dolce e discorde,
avanzando negli umidi presagi
d’una beffa.
Fugace è il bagliore, il suono sordo
ed incauto che svincola melodie,
nuove forze, e l’ardore di vene
ti ritrova delfino a rallegrarti,
scomposto tra sapienza e pudore,
nel gioco acerbo.
Sarà la sonagliera degli angeli
a conforto d’una buffa filastrocca
che si specchia nel fiume arrugginito
del rimpianto,
o bacia e morde l’ugola.
Ecco il tormento delle mani giunte
in armonia col tarlo dell’orecchio,
una realtà, un’immagine inattesa,
un’ombra che ricerca la pretesa
di comprendere quel che accade
al di là dello sguardo.
Tutto è fermo, inferno e paradiso,
nella bambagia rossa della vite,
e le parole sgranano le labbra
in balbettii sconnessi.
Ancora un sorso e le arterie ed i muscoli
saranno le misure in cui più acceso
scomporrai il tuo tempo.

Alferio Spagnuolo, Attesa
XXXV
Avvolge solitudini ed accompagna note di rimpianti
l’ora improvvisa.
Vecchia confidente di sospetti e di una favola
per la quale giocammo l’ultimo tarocco.
Ecco che le apparenze ritardano l’incendio
che avviluppa feste di fuga,
che distrugge ogni traccia,
ospite maledetto del bisbiglio di tutto ciò che il cuore
non seppe riferirti.
XLIV
Poco più di un confine traccia il pensiero,
micidiale,
un laccio che confonde a tutti i costi i tentativi
del destino,
il mio stupore attorno a quei riflessi
che muove tra dilemma e interruzioni.
L’ennesima delizia rischia nel brivido
l’idea e il senso,
e rende sospensione ogni magica misura.
Qui conto le ore, fragile,
per scolpire il labbro col silenzio.
© Antonio Spagnuolo, da "Fugacità del
tempo"
Il libro
Esuberante. Eccessivo. Complicato e complesso.
Luminoso e persino rutilante. Cerco, è evidente, gli aggettivi
"giusti" per avvicinare la poesia di Antonio Spa-gnuolo, per
ricondurre la sua ideale coloratissima luce napoletana alla
dimensione fisica della grigiastra nebbia nostrana. Una luce che
illumina ogni poesia, ogni verso [...]
La voce dello scrittore napoletano risuona nel silenzio rumoroso e
spesso assordante che circonda oggi tutte le cose, della cultura o
della vita, per ricordarci l’annientamento dell’ illusione, il
dileguarsi dell’inganno dei sensi, l’impressione insomma che tutto
proceda verso la propria fine.
La sensazione che tutto navighi a vista verso ciò che non si
vorrebbe vedere mai è tanto più viva nelle prime cinque poesie, ma
procedendo nella seconda e più corposa parte del libro, si scopre
che nella stessa solitudine verbale di Spagnuolo, nella eloquenza
che funziona da schermo per questioni esistenziali non specificate,
nelle voci acute che ripor-tano un’angoscia, un desiderio, un tumulto
del cuore, una vicenda personale che spesso brucia, si scopre –
dicevo – un momento serio, un’ "intermittenza" dei sentimenti che
nella coscienza ingrandisce e non per caso si fa strada.
In questi versi Spagnuolo abbatte il suo gioco, mostra le sue carte
segrete [...] è un pittore che maschera, con i colori, un suo
disegno, lo ingrandisce, lo abbellisce, lo lavora. Allora le
allusioni più esclusive, il ritmo che cresce e accelera, qualche
svolazzo dodecafonico nella musica del verso, tutto torna, e
finalmente si vede nella sua giusta dimensione un uomo che ha
dedicato gran parte della sua vita a quella cosa indefinita,
incostante e difficilissima, che si chiama poesia. (dalla Prefazione
di Gilberto Finzi)
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