|
LEONE LEONE NON CI STO PIU’ CON
LA TESTA
Non sappiamo cos’è dio – dio stesso non sa cos’è perché è nulla –
dio letteralmente non è, poiché trascende l’essere. (Giovanni Scoto
Eurigene)
Le sta davanti. Il suo cuore è intrappolato in una ragnatela
d’ossessioni e spettri. Viottoli di morti e lordura infestano i
giardini delle sue malinconie. È secca la sua mente, ha fame il suo
corpo. E dai pensieri trasudano speranze intorpidite. Le mani
strette gli bloccano il sangue. Sta pensando a cosa ha mai fatto in
questi anni. Persone venute nella sua casa, persone partite dalla
sua casa, sogni andati a male, propositi azzardati, qualche parola
scritta. Il fuoco in lontananza sembra un’illusione. E bugia è nel
fumo nero dei suoi illeciti. Vorrebbe parlare ma non ne ha la forza.
Il volto di lei è nascosto, ma lui lo conosce bene e lo riporta al
presente. Dalla terra fuoriescono radici rigonfie che lo trattengono
nei passi aggressivi. E nel labirintico suono del suo respiro
intravede il pericolo.Tutti sembrano ridere ma nessuno si diverte.
Ha dato fuoco ai suoi scritti per porre fine ad un legame. Ora da
lontano le grida s’affievoliscono, l’abbandono si fa più dolce. Ed è
più facile perdonare chi con l’inganno mise la parola fine a tanto
amore. E il vento porta lontano ogni pensiero, ogni ambascia: il
vento del deserto che sta soffiando sempre più forte. La terra
riarsa ormai mutata in sabbia, polvere e ciottoli, s’innalza in
piccoli, ma foschi mulinelli grigi. Ogni tanto un cespuglio
rotolante attraversa il sentiero che sempre più difficilmente si
scorge, mentre il vento prosegue col suo monotono, continuo sibilo.
Lui lentamente avanza coi suoi abiti a brandelli, col volto di lei
ancora davanti agli occhi, mentre stancamente si va domandando:
“Perché? Ma cosa è accaduto veramente? I figli?”. Ma la sua mente
non ha risposte coerenti da offrire e si rifiuta di funzionare
correttamente, e gli invia solo dei lampi di memoria: due bambini
che giocano, un coltello sporco di sangue, il sangue di chi? Una
ragnatela d’ossessioni e spettri l’intrappola paralizzando i suoi
pensieri: due bambini, una donna, un coltello sporco di sangue, un
polveroso deserto ove assurdi cespugli sferici rotolano spinti dal
vento che sibila…dal vento che mormora…che mormora una filastrocca
che si fa più udibile mentre i volti sempre più si confondono.
Leone leone
Non ci sto più
Con la testa!
Riuscirò a rimettere tutto in ordine, si dice, anzi se lo pone come
domanda; è questa comunque la speranza che trasuda dai suoi pensieri
sempre più intorpiditi e incoerenti.
Leone leone
Non ci sto più
Con la testa!
È una nenia, una nenia nel vento e un passo dopo l’altro cerca di
rimettere a fuoco una vita, la sua vita, pensieri e persone che
vengono e vanno, volti senza più un nome, tutto è sbiadito come in
un monotono vecchio film in bianco e nero. Ora i volti sono tutti
proprio uguali. Una casa, ma anche la casa è anonima, dovrebbe forse
dirgli qualcosa? Le fiamme, un passo stanco dopo l’altro, le fiamme
rivede: ha bruciato tutti i suoi scritti, il lavoro d’una intera
esistenza. Buttare tutto nelle fiamme, gli occorse una intera notte,
bruciare i suoi affluenti fu come bruciare se stesso, ma aveva
perdonato tutti, ora voleva essere perdonato lui stesso. Ma chi
aveva perdonato? Da cosa doveva essere perdonato? La donna, il volto
della donna che prima appariva ossessivo è adesso sbiadito, i
bambini, i due bambini, suoi figli o un’immagine della pubblicità?
Il vento, il deserto, i cespugli che rotolano: la notte incombe, lui
si ferma e si siede su una roccia, tenta di scacciare la filastrocca
dalla sua testa, ma è il deserto col vento che canta rimbalzando il
suo pensiero ossessivo:
Leone leone
Non ci sto più
Con la testa!
Il fuoco, gli scritti, ha bruciato gli scritti e con loro è
scomparsa la sua vita, come se anch’essa si fosse dissolta nel
camino. Gli unici ricordi che mantengono un minimo di nitidezza
riguardano le fiamme e il coltello insanguinato. Anche il volto di
lei sta scomparendo. È calata la notte, il vento prosegue col suo
sibilo che si trasforma nella martellante nenia, le stelle appaiono
opache, c’è vita attorno a lui nella notte del deserto.Non ci sta
più con la testa, ha ragione il vento. Il fuoco, gli scritti, ha
bruciato gli scritti e con loro è bruciata tutta la sua vita.
È ora assorto nel tentativo di recuperare i suoi pensieri che
tendono a svanire sempre più velocemente. Il coltello insanguinato e
i cespugli che rotolano sono le due cose che riesce a mettere a
fuoco prima che il sonno lo colga.
Nella notte un animale gli si avvicina furtivo, strisciando, altri
ancor più cauti lungamente l’annusano, insetti stanno pazientemente
esplorando il suo corpo.
Da giorni non beve, da giorni più non si ciba: il mattino lo vede
immobile scompostamente disposto per terra a faccia in giù. Dal
nulla appaiono due neri uccelli che stanno volando in cerchio sopra
di lui.
Alcune ore prima dell’alba ha avuto un ultimo pensiero cosciente, ma
il ritornello ossessivo l’ha riportato in un baratro di follia nel
quale sta scivolando o è già scivolato.
Leone leone
Non ci sto più
Con la testa!
Sembra ormai morto, coperto dalla polvere con gli insetti che
divenuti più audaci iniziano ad esplorare le sue fessure.
Apre prima un occhio con estrema sofferenza, poi l’altro. Mettere un
minimo a fuoco la vista risulta essere un’impresa non di poco conto.
Riesce ad intravedere, poco distante, una roccia con un portale
intagliato nella pietra, sui lati due serpi scolpite s’intrecciano
ondulanti fino a congiungere le loro teste nella parte più alta
dell’arco.
Ora la vista è a fuoco, la nenia è lontana, l’antro con il suo
portale scolpito e i due rettili che sembrano fissarlo l’hanno come
ipnotizzato, lo stanno chiamando e al contempo gli donano nuove
forze.
A fatica riesce a trascinarsi nella polvere strisciando con le mani
e coi piedi. Il lento movimento del suo corpo in avvicinamento
lascia un solco nella terra e le pietre aguzze che feriscono le sue
carni ormai insensibili, lacerano ulteriormente gli ultimi brandelli
di stoffa che ancora ha indosso.
Ancora pochi metri all’imbocco del portale, ma il tempo che viene
impiegato è lunghissimo e il solco che lascia è macchiato dagli
ultimi liquidi organici di un fisico ormai disidratato e da alcuni
vermi bianchicci che sono usciti dal suo corpo.
Ma l’ipnosi indotta dai due rettili in pietra lo sospinge in avanti
e ora anche una dolce melodia proveniente dall’antro lo invita.
Sente che la vita gli sta sfuggendo e con le ultime forze rimaste
con estrema lentezza si fa sempre più vicino alla soglia.
Giunge infine all’ingresso, poi lentamente si sospinge verso
l’interno e un nero totale l’avvolge mentre gli ultimi residui della
sua coscienza svaniscono in dissolvenze lente e frammentate. Sente
forme sinuose avvolgerlo a proteggerlo, si sente come ingoiare
dall’insieme di esse e vive non un’abominazione, ma una rinascita
inaspettata e improvvisa.
Infine sono il silenzio e la pace ad avvolgerlo mentre il tempo
s’incasina e trascorre in maniera disuguale e senza un senso logico.
Ritrova infine la pienezza del sé e scivola negli anfratti della
caverna con movimento sinusoidale.
Esce poi all’aperto e la potenza della sua muscolatura lo riempie di
gioia. Alza la testa e si guarda attorno: vede ogni piccola cosa fin
nei più minuti dettagli, le sfumature di colore ora sono infinite.
Le sua narici s’allargano e i sensi affinati distinguono ogni
variazione olfattiva e la trasformano organizzandola in un set ove
le posizioni degli animali e delle piante sono note e si
sovrappongono al set visivo. Fa allora sibilare la sua lingua e le
vibrazioni degli animali, delle piante e anche quelle delle cose
sono ora a lui note. Sazio della sua potenza s’appoggia alla terra
facendosi riscaldare dal sole. Solo a tratti la sua lingua bifide
saetta sibilando e con essa mantiene il controllo della pianura.
I due serpenti di pietra che istoriavano l’arco, senza apparente
fatica si districano dal portale e discendono sul terreno per
giungere fino a lui che possente assorbe i raggi del sole e si nutre
delle vibrazioni della terra. Si fermano disponendosi ai suoi lati
pronti a proteggerlo da ogni aggressione: questo è il loro compito.
Più tardi lui s’avvia con onde lente e maestose verso un lontano
ruscello e gli altri due più piccoli rettili in pietra, con rispetto
lo seguono.
Nel pianoro intanto il vento prosegue imperturbabile con la sua
nenia:
Leone leone
Non ci sto più
Con la testa!
©Vittorio Baccelli
|
|
S.O.S. NELLO SPAZIO
Tempo, spazio,
né la vita, né la morte
è la risposta:
(Ezra Pound)
Il pilota della navetta stava
compiendo distrattamente il solito volo di routine dalla stazione
orbitante terrestre all’avamposto lunare. Era partito un’ora prima
ed era immerso nella lettura del suo settimanale preferito. La sua
presenza sulla navetta era del tutto inutile, l’intero viaggio
veniva gestito dal computer di bordo che era collegato in rete sia
con gli elaboratori della stazione che con quelli dell’avamposto. Ma le severe leggi dello spazio, e le corporazioni sindacali,
prevedevano una presenza umana, anche se questa si era sempre
dimostrata del tutto priva d’utilità. Dunque il solito viaggio di
routine per un pilota che n’aveva già compiuti centinaia e mai, dico
mai, era dovuto intervenire manualmente sui comandi. Mentre dalla
lettura stava passando al sonno, una leggera luminescenza viola
vibrò all’interno dell’abitacolo seguita da una vibrazione che lo
destò all’improvviso. Sorpreso dette un’occhiata alla console e vide
che un led del computer di bordo stava nervosamente lampeggiando. Il
pilota subito cercò freneticamente le istruzioni per capire cosa
diavolo significasse quel led, ma non riuscì a trovare il cubetto di
memoria delle istruzioni. Intanto dal verde il colore del led passò
al rosso, poi iniziarono ad accendersi molti altri led sulla console
e allora il pilota nella totale confusione disinserì le funzioni di
guida del computer e lasciò la navetta a volo libero. Dopo
l’iniziale sorpresa seguita da un momento di panico, il pilota
cominciò ad esser contento: finalmente poteva pilotare manualmente,
in anni di lavoro era successo una volta sola, la prima volta che
aveva condotto il modulo sulla Luna per conseguire l’abilitazione al
volo spaziale di linea. Tutti i mesi doveva fare un viaggio simulato
in preparazione proprio di quell’improbabile evenienza che oggi si
era verificata. La navetta era carica d’apparecchiature scientifiche
e di generi personali che i venti abitanti dell’avamposto avevano
richiesto, l’hotel lunare era ancora in costruzione e pertanto per
ora i moduli viaggiavano a carichi leggeri, tra qualche anno sarebbe
stato tutto diverso, con i passeggeri, i loro bagagli e le necessità
dell’albergo. Mentre era immerso in questi pensieri, e anche in
quello “finalmente questa volta si pilota sul serio”, accese il
comunicatore, ma non riuscì a captare alcun contatto, solo scariche
e crepitii. Posizionò il monitor sulla ricerca dei radiofari, ma
nessuna traccia apparve sullo schermo, incuriosito allora aprì la
schermatura dell’oblò centrale, ma le costellazioni che vide non
riuscirono a fargli comprendere l'orientamento. A quel punto fece
scarrellare sullo schermo la visione del cielo che si scorgeva da
tutta la nave. La Terra e la Luna non erano visibili da nessuna
angolazione. Immise le figurazioni delle costellazioni nella memoria
del computer, che era stato disattivato solo nelle funzioni di
guida, e attese di conoscere ove si trovava nello spazio. Il
computer dopo qualche minuto trasmise: “Configurazioni stellari non
in fi-le”.“Posizione spaziale non definibile” aggiunse poi dopo
alcuni altri minuti, come se avesse riflettuto sulla mancanza delle
configurazioni in memoria. A quel punto il pi-lota riprovò a
trasmettere su tutti i canali, ma non riuscì ad ottenere risposte.
Un pul-sante rosso serviva per trasmettere l’S.O.S. e il pilota si
decise ad attivarlo, in venti anni di funzionamento settimanale
delle navette, questa fu la prima volta che il pul-sante venne
premuto. “E adesso vediamo cosa succede”, pensò il pilota, mentre il
modulo per inerzia stava sfrecciando chissà dove nello spazio.
Lentamente passarono le ore e i giorni… Il pilota aveva ormai perso
la nozione del tempo, mangiava dalle razioni che erano abbondanti,
beveva le bevande che avrebbe dovuto portare all’avamposto,
respirava l’aria che veniva nella nave riciclata quasi all’infinito.
Problemi di sopravvivenza immediati, non ve ne erano, ma man mano
che il tempo passava il pilota si sentiva sempre più rassegnato a
finire i suoi giorni nello spazio. Nelle memorie del computer
c’erano un’infinità di olofilm e di programmi di svago, aveva a
disposizione enormi raccolte musicali ma la solitudine col tempo
cominciò a lasciar spazio alla disperazione. Disperazione e
rassegnazione, un senso d’impotenza per non sapere dove si trovasse,
in quale spazio, in quale tempo, in quale dimensione, forse aveva
incrociato quello che i vecchi scrittori di fantascienza chiamavano
un nodo di Bose, un passaggio, un portale, d'altronde le particelle
subatomiche spariscono da un punto per ricomparire istantaneamente
in un altro, ma la navetta non è una particella subatomica, o forse
sì… dipende dalle grandezze in gioco. O forse qualcosa aveva mutato
la frequenza della realtà e lui s’era trovato in un altro universo:
ci dovevano essere delle informazioni su queste teorie, risalivano
ai tempi dei primi avvistamenti Ufo e ai grigi. Anche la piastra
neurale era inutilizzabile, essendo tagliato fuori dalla rete sia
lui sia il computer; poteva però usare le memorie di bordo, quelle
che non aveva escluso. Stava facendo alcuni esercizi di meditazione
guidato da un maestro virtuale, quando un trillo del computer lo
riportò alla realtà. S’avvicinò alla console e vide sui monitor che
una sottile linea era stata tracciata nello spazio tra il suo modulo
e un punto che lampeggiava con sequenza settenaria, situato ad una
distanza imprecisata nello spazio. Riattivò allora i comandi
computerizzati e mise in collegamento l’elaboratore con la fonte del
segnale ritmico. Sentì che la navetta mutava leggermente il proprio
assetto e iniziava a dirigersi verso la fonte del segnale. Tutto
sembrava funzionare di nuovo ma in un set sconosciuto. Tentò allora
di comunicare col nuovo contatto, ma nessuna delle frequenze risultò
idonea. Il pilota aveva perso la nozione del tempo e non riuscì
pertanto a stabilire quanto ne occorse all’avvicinamento, ma quando
questo avvenne il modulo accese i razzi di compensazione per
diminuire la velocità e prepararsi all’atterraggio. Vicino al punto
di contatto il pilota tentò una visualizzazione sugli schermi, e
dopo vari tentativi apparve una sfera rilucente grande circa cento
volte il modulo stesso. L’avvicinamento ora proseguiva come al
rallenta-tore e nel momento in cui i due corpi stavano per toccarsi,
il pilota si preparò all’impatto cercando di rivolgere una preghiera
ad una qualsiasi delle divinità terrestri, ma non vi riuscì, tanto
era confuso. Un attimo prima dell’impatto, una sezione della sfera
sembrò dissolversi e la nave penetrò al suo interno adagiandosi
dolcemente su una piattaforma. Il pilota appena riavutosi, andò nel
vano merci della navetta e da una cassa estrasse una bottiglia di
cognac, l’aprì con un attrezzo e ne assaporò svariate sorsate. Poi
iniziò a lavorare con l’ausilio dei sensori del computer, prima
analizzò l’atmosfera all’interno della sfera, essa era
completamente diversa da quella della Terra, ma il computer digitò
che era respirabile e sterile, poi la gravità, anch’essa leggermente
più forte, ma accettabile, la temperatura era di circa 30°, la
pressione un po’ più debole che sulla Terra, ma anch’essa ben
sostenibile dal fisico umano. Il pilota s’infuse coraggio e aprì il
portello, aspiro quella strana atmosfera, saltò sul pavimento che
sembrava di materia plastica e si diresse verso l’unica apertura che
si vedeva in fondo a questo che sembrava, ed era, un hangar vuoto,
a parte la sua nave appena giunta.La porta si stagliava
rettangolare delle dimensioni di una porta umana, non aveva ante, ma
non si scorgeva cosa vi fosse oltre.Il pilota con cautela infilò un
dito attraverso il portale e sentì come una leggera resistenza, poi
il dito penetrò, allora spinse la mano e poi tutto il braccio.Li
lasciò all’interno per qualche secondo, poi ritirò il braccio, se
lo guardò, non era successo proprio niente. Infilò allora la testa
nell’apertura, sentì una leggera resistenza e nient’altro: vide la
stanza, era grande quasi quanto l’hangar e dava la sensazione di
essere arredata, ma in modo molto bizzarro. Decise d’entrare e solo
allora ebbe la certezza di trovarsi in un manufatto alieno. Nelle
pareti vi era tutta una serie di fori con, nella parte bassa, dei
rilievi che sporgevano in maniera complessa, poi c’erano come dei
cassetti senza maniglie, in un angolo una sedia con un buco
circolare aveva tutta l’aria di esser un gabinetto, ma era alta più
di un metro, poi vi erano dei parallelepipedi di varia altezza e di
colori diversi dei quali non s’intuiva la funzione. Sotto una
semisfera si trovava un altro parallelepipedo, quest’ultimo
orizzontale che pareva proprio aver le funzioni di letto, ma vi era
impressa sopra una sagoma anatomica che aveva assai poco d’umano.Su
una striscia di parete vi erano dei geroglifici, simili a quelli
egiziani, ma diversi e poi dei disegni stilizzati che ricordavano
anch’essi divinità egizie con teste canine.Il pilota si soffermò
sui geroglifici e sulle figure e le trasmise al computer, ma il
computer non segnalò alcun riferimento noto, la somiglianza era
appunto solo una somiglianza. Una parte molto piccola di una parete
era poi ricoperta da righe orizzontali multicolori, il pilota si
accorse che le righe lentamente mutavano la loro colorazione. Rese
visibili al computer le sequenze di righe collegate e lo lasciò ad
elaborare un significato, se significato ci fosse stato. C’era poi
uno sgabello cilindrico molto alto e il pilota vi salì sopra
mettendosi seduto, mentre si sedeva si materializzò una console, più
in alto, nella quale vi era l’incavo per due mani, più sottili di
quelle umane, ma lunghe il doppio e con tre dita per mano. Si allungò
per sfiorare l’incavo e si materializzò un desktop anch’esso solcato
da sottili righe colorate in movimento. Lasciò perdere console e
desktop, scese e decise di provare quello che sembrava un giaciglio,
era morbido, ma con alloggiamento corporeo, per un umano, tutto
sbagliato. Rimase sdraiato, e iniziò a riflettere su quello che gli
stava succedendo, mentre sentiva che le sue membra stava-no
indolenzendosi, il sonno lo colse all’improvviso e nel momento in
cui si addor-mentò le luci nella stanza si affievolirono. Al
risveglio fu colto dalla fame, e tentò di recarsi sul modulo per
rifocillarsi, ma la porta che dava nell’hangar era sparita, il
pilota fu colto dalla disperazione e non sapendo cosa fare si
avvicinò ai fori che sporgevano da una parete, v’infilò una mano
dentro e la ritrasse bagnata. Il liquido appiccicato alla sua mano
aveva un buon odore, ci avvicinò la lingua e anche il sapore fu
gradevole, quasi fruttato. Ripeté l’esperienza con gli altri fori e
da ognuno di essi usciva un liquido più o meno viscoso che aveva
l’apparenza d’essere commestibile. Un assaggio qui, un assaggio là,
la fame parve svanire e anche la sete. Cominciò a curiosare attorno
ai cassetti, ma non trovò la maniera d’aprirli, alle fine stanco si
arrese e tornò ad arrampicarsi sullo sgabello della console, mise la
sua mano nell’incavo, ma questa volta non successe niente. Dopo molti
tentativi infruttuosi per aprirsi un passaggio ove ricordava fosse
era la porta per l’hangar, provò se quella strana tazza fosse
davvero un gabinetto, e lo era, ed era pure autopulente. ”Qui c’è
proprio di tutto per la sopravvivenza” pensò, e si mise a cercare
sia la doccia sia l’acqua, ma per il momento non ci fu niente da
fare, così si risdraiò su quella specie di scomodo letto e pensò che
se le luci fossero più basse si sarebbe riposato meglio e questa
volta le luci si affievolirono prima che lui si addormentasse. Al
risveglio era meno indolenzito dell’esperienza precedente e si recò
ad una bocca per bere un po’ di liquido nutriente, cercò di
succhiarlo direttamente con le labbra, ma la forma del condotto non
gli permise di farlo, allora infilò ancora una volta una mano e
cominciò a leccare il liquido rimasto appiccicato sulla mano
stessa. Fece poi attenzione alle barre colorate che si trovavano in
un angolo della parete e gli venne in mente che forse erano una
forma di scrittura, mentre i geroglifici che assomigliavano a quelli
egiziani, forse erano solo dei disegni rituali. Si concentrò sui
cassetti ermeticamente chiusi e solo disegnati sulle pareti e
mentalmente visualizzò una comune caramella. Un cassetto lentamente
si aprì ed era colmo di multicolori sfere traslucide grandi circa il
doppio delle nostre caramelle. Ne prese una verde e se la mise in
bocca, aveva un sapore vicino alla cannella ma non molto gradevole,
allora la sputò in quello che aveva ormai scoperto essere il water e
n’assaggiò una rosa, questa era veramente ottima e aveva un gusto
floreale. Pensò intensamente di farsi una doccia e nel mezzo alla
stanza si accese un faro dal quale scaturiva a cono una strana
nebbia colorata. Il pilota si spogliò completamente, si mise sotto
quella doccia di vapore e particelle e sentì il suo corpo
piacevolmente accarezzato da quei raggi, a lungo restò sotto
quell’alieno getto. Quando decise di uscire i suoi vestiti erano
scomparsi e un altro cassetto era aperto, dentro c’erano degli
accappatoi colorati da stringere in vita con una cinta dello stesso
tessuto, ma di diverso colore. Indossò un accappatoio grigio con la
cinta verde e questo si modellò al suo corpo, si mise delle strane
scarpe grigie da ginnastica dalla suola altissima e queste calzarono
come un guanto, poi salì sullo sgabello della console e questa volta
l’atto di salire fu agevole. L’ologramma del desktop si materializzò
istantaneamente, le sue dita iniziarono a vibrare negli appositi
alloggiamenti mentre sullo schermo apparvero linee colorate che si
trasformarono pian piano in un linguaggio, del quale lui non
riusciva ancora a comprendere il significato, ma si accorse che
iniziava ad intuirlo. Riprese l’ispezione della sala e da un piccolo
cilindro cominciò ad uscire una nenia melodiosa, una nenia diversa
da quelle che aveva finora ascoltate, ma sicuramente molto piacevole
e rilassante. Il sonno lo colse di nuovo e il giaciglio fu
accogliente, al risveglio le luci s’intensificarono, una dolce
musica arrivò ai suoi orecchi e calmò la sete lappando direttamente
da un tubo mentre la sua faccia adesso aderiva perfettamente alle
sporgenze del tubo stesso.Cubetti caldi e croccanti uscirono da un
piccolo cilindro, poi si recò al water e infine fu il momento della
doccia.Prese un accappatoio pulito di colore diverso, con un gesto
fece riapparire la porta dell’hangar e dette un’occhiata alla
navetta sorridendo per la sua rozzezza. Ad un suo cenno una parte
della parete si fece trasparente e poté ammirare le costellazioni
aliene che brillavano. Poi salì alla console e questa volta con più
perizia fece scorrere le righe colorate che divennero listate
complesse e comprensibili. Dopo ore di lavoro e d’apprendimento
stanco si stese sul letto e al risveglio materializzò uno specchio,
ammirò il suo perfetto corpo, alto, fusiforme con una meravigliosa
testa di tipo canino e fascinosa, poi con compiacimento si soffermò
sulle sue due mani, affusolate, vibranti, perfette, dorate, che
terminavano con tre lunghe, bellissime e armoniose dita. Ora sapeva
chi era, in quale parte dello spazio si trovava, era pure in grado
di guidare la sfera, sapeva dove andare e sapeva anche che era
atteso.
“Mi ascolti insomma?”
“Mh”
“Tu mi stavi trascurando, io ti sentivo lontano…”
“Guarda quella stella…brilla più forte delle altre”.
Inutile insistere. Inutile perfino arrabbiarsi.
Si soffiò il naso, si strinse nel cappotto.
“Ma quale stella? Ehi! Dico a te”.
Lui prese a camminare, da solo.
Lei aveva il volto rigato di lacrime.
“Pensa alle stelle! Mio Dio! Lui pensa alle stelle!”
Restarono distanti per una buona mezz’ora. In silenzio.
Lei piangeva e tremava, negli occhi il pensiero dell’altro che la
teneva stretta e la baciava con passione.
Lui guardava fisso quel cielo lontano, le mani in tasca, la mente
vuota.
Poi, d’improvviso, si voltò a fissarla.
“Ci sei? Dai vieni qui, andiamo a casa…”
Lei gli si accoccolò contro e lo strinse forte, più forte che
poteva.
Lui le cinse le spalle e le baciò la fronte.
“Non voglio sapere nulla –mormorò- tu sei tu e basta”.
“Ma io…”
Le chiuse le labbra con un bacio poi tenendola stretta disse piano:
“Non importa. Non preoccuparti”.
“Ma io sono stata con…”
“Ed io…io…io…”
Non finì la frase, si accasciò contro un muro e pianse.
“Non fare così…ti prego”
Prese a correre lontano, lontano, lontano…
Lei lo rivide soltanto un anno e quattro mesi più tardi. Aveva la
mascherina dell’ossigeno e giaceva in un letto d’ospedale.
Neppure sembrava riconoscerla.
“Mio Dio! Dovevi dirmelo!” ripeteva Lei affranta dal dolore “Cavolo
se dovevi dirmelo!”
Gli occhi grigi di Lui scrutavano il soffitto bianco della
cameretta, il respiro usciva a fatica, le labbra screpolate dal male
terribile.
“Non mi lasciare!”
Lo sguardo su di lei la fece trasalire.
“Reagisci amore! Reagisci per me!”
Il corpo livido ebbe un sussulto. Poi un altro. Poi un altro…
“Dio mio! Aiutatemi!”
Fece per voltarsi ma sentì la sua mano in quella gelida di lui.
Lo guardò con tutto l’amore possibile…
“Resto qua, amore, sono con te”.
“Io…io…io…”
“Non ti preoccupare, stai tranquillo…”
“Ti amo. Io ti a—mo”
“Si, per sempre, per sempre…”
“Guarda sempre il cielo. Io sarò la stella che brilla, la tua
stella…”
Chinò il capo. Si spense alla vita.
Aggrappato all’unico amore che aveva veramente condiviso.
Lei guardava distrattamente una tomba disadorna raffigurata in un
grande quadro la notte della difficile confessione.
Lui voleva chiederle perdono per quello che le aveva fatto ma non
riusciva a catturare la sua attenzione.
“Ascolta… Non è colpa tua, sono io che…”
Ma non riusciva ad andare avanti, a dirle che se l’aveva tradita era
solo perché si era sentito trascurato, perché lei era come spenta,
appassita…
“Non avrei mai creduto di doverti confessare una cosa così brutta…”
Era stato a letto con un’altra, con la sua segretaria, senza neppure
esserne realmente attratto…
“Potevo non dirtelo, sai? Ma voglio farlo…”
Eppure Lei non dava peso alle sue parole, restava immobile, serena,
come inanimata.
Poi, d’improvviso, corse alla finestra e guardò fuori.
“Vedi quella stella? E’ sempre la più luminosa…ed è la mia”.
“Ma che dici? Dai, ascoltami: voglio dirtelo, devo farlo, ti prego!”
“Non devi dirmi nulla. Tu sei tu e questo basta. Vieni, andiamo
fuori,voglio contare le stelle per l’intera notte”.
Lui la guardò come inebetito. Poi la seguì tenendole la mano.
Era lei che voleva, ne era consapevole, e stretto a lei pianse come
non aveva mai fatto, dimenticando persino il motivo del suo immenso
dolore.
Lei lo teneva stretto nella notte e guardava la sua stella, la più
luminosa, la più bella e lontana.
“Tu sei tu e sei qui. Questo mi basta”.
Si baciarono un’infinità di volte e non ebbero davvero più bisogno
di parole.
©Vittorio Baccelli
baccelli1@interfree.it
|