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Vittorio Baccelli, narrativa, racconti

FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

NARRATIVA / VITTORIO BACCELLI

LEONE LEONE NON CI STO PIU’ CON LA TESTA

Non sappiamo cos’è dio – dio stesso non sa cos’è perché è nulla – dio letteralmente non è, poiché trascende l’essere. (Giovanni Scoto Eurigene)

Le sta davanti. Il suo cuore è intrappolato in una ragnatela d’ossessioni e spettri. Viottoli di morti e lordura infestano i giardini delle sue malinconie. È secca la sua mente, ha fame il suo corpo. E dai pensieri trasudano speranze intorpidite. Le mani strette gli bloccano il sangue. Sta pensando a cosa ha mai fatto in questi anni. Persone venute nella sua casa, persone partite dalla sua casa, sogni andati a male, propositi azzardati, qualche parola scritta. Il fuoco in lontananza sembra un’illusione. E bugia è nel fumo nero dei suoi illeciti. Vorrebbe parlare ma non ne ha la forza. Il volto di lei è nascosto, ma lui lo conosce bene e lo riporta al presente. Dalla terra fuoriescono radici rigonfie che lo trattengono nei passi aggressivi. E nel labirintico suono del suo respiro intravede il pericolo.Tutti sembrano ridere ma nessuno si diverte. Ha dato fuoco ai suoi scritti per porre fine ad un legame. Ora da lontano le grida s’affievoliscono, l’abbandono si fa più dolce. Ed è più facile perdonare chi con l’inganno mise la parola fine a tanto amore. E il vento porta lontano ogni pensiero, ogni ambascia: il vento del deserto che sta soffiando sempre più forte. La terra riarsa ormai mutata in sabbia, polvere e ciottoli, s’innalza in piccoli, ma foschi mulinelli grigi. Ogni tanto un cespuglio rotolante attraversa il sentiero che sempre più difficilmente si scorge, mentre il vento prosegue col suo monotono, continuo sibilo. Lui lentamente avanza coi suoi abiti a brandelli, col volto di lei ancora davanti agli occhi, mentre stancamente si va domandando: “Perché? Ma cosa è accaduto veramente? I figli?”. Ma la sua mente non ha risposte coerenti da offrire e si rifiuta di funzionare correttamente, e gli invia solo dei lampi di memoria: due bambini che giocano, un coltello sporco di sangue, il sangue di chi? Una ragnatela d’ossessioni e spettri l’intrappola paralizzando i suoi pensieri: due bambini, una donna, un coltello sporco di sangue, un polveroso deserto ove assurdi cespugli sferici rotolano spinti dal vento che sibila…dal vento che mormora…che mormora una filastrocca che si fa più udibile mentre i volti sempre più si confondono.
Leone leone
Non ci sto più
Con la testa!

Riuscirò a rimettere tutto in ordine, si dice, anzi se lo pone come domanda; è questa comunque la speranza che trasuda dai suoi pensieri sempre più intorpiditi e incoerenti.
Leone leone
Non ci sto più
Con la testa!

È una nenia, una nenia nel vento e un passo dopo l’altro cerca di rimettere a fuoco una vita, la sua vita, pensieri e persone che vengono e vanno, volti senza più un nome, tutto è sbiadito come in un monotono vecchio film in bianco e nero. Ora i volti sono tutti proprio uguali. Una casa, ma anche la casa è anonima, dovrebbe forse dirgli qualcosa? Le fiamme, un passo stanco dopo l’altro, le fiamme rivede: ha bruciato tutti i suoi scritti, il lavoro d’una intera esistenza. Buttare tutto nelle fiamme, gli occorse una intera notte, bruciare i suoi affluenti fu come bruciare se stesso, ma aveva perdonato tutti, ora voleva essere perdonato lui stesso. Ma chi aveva perdonato? Da cosa doveva essere perdonato? La donna, il volto della donna che prima appariva ossessivo è adesso sbiadito, i bambini, i due bambini, suoi figli o un’immagine della pubblicità? Il vento, il deserto, i cespugli che rotolano: la notte incombe, lui si ferma e si siede su una roccia, tenta di scacciare la filastrocca dalla sua testa, ma è il deserto col vento che canta rimbalzando il suo pensiero ossessivo:
Leone leone
Non ci sto più
Con la testa!

Il fuoco, gli scritti, ha bruciato gli scritti e con loro è scomparsa la sua vita, come se anch’essa si fosse dissolta nel camino. Gli unici ricordi che mantengono un minimo di nitidezza riguardano le fiamme e il coltello insanguinato. Anche il volto di lei sta scomparendo. È calata la notte, il vento prosegue col suo sibilo che si trasforma nella martellante nenia, le stelle appaiono opache, c’è vita attorno a lui nella notte del deserto.Non ci sta più con la testa, ha ragione il vento. Il fuoco, gli scritti, ha bruciato gli scritti e con loro è bruciata tutta la sua vita.
È ora assorto nel tentativo di recuperare i suoi pensieri che tendono a svanire sempre più velocemente. Il coltello insanguinato e i cespugli che rotolano sono le due cose che riesce a mettere a fuoco prima che il sonno lo colga.
Nella notte un animale gli si avvicina furtivo, strisciando, altri ancor più cauti lungamente l’annusano, insetti stanno pazientemente esplorando il suo corpo.
Da giorni non beve, da giorni più non si ciba: il mattino lo vede immobile scompostamente disposto per terra a faccia in giù. Dal nulla appaiono due neri uccelli che stanno volando in cerchio sopra di lui.
Alcune ore prima dell’alba ha avuto un ultimo pensiero cosciente, ma il ritornello ossessivo l’ha riportato in un baratro di follia nel quale sta scivolando o è già scivolato.
Leone leone
Non ci sto più
Con la testa!

Sembra ormai morto, coperto dalla polvere con gli insetti che divenuti più audaci iniziano ad esplorare le sue fessure.
Apre prima un occhio con estrema sofferenza, poi l’altro. Mettere un minimo a fuoco la vista risulta essere un’impresa non di poco conto. Riesce ad intravedere, poco distante, una roccia con un portale intagliato nella pietra, sui lati due serpi scolpite s’intrecciano ondulanti fino a congiungere le loro teste nella parte più alta dell’arco.
Ora la vista è a fuoco, la nenia è lontana, l’antro con il suo portale scolpito e i due rettili che sembrano fissarlo l’hanno come ipnotizzato, lo stanno chiamando e al contempo gli donano nuove forze.
A fatica riesce a trascinarsi nella polvere strisciando con le mani e coi piedi. Il lento movimento del suo corpo in avvicinamento lascia un solco nella terra e le pietre aguzze che feriscono le sue carni ormai insensibili, lacerano ulteriormente gli ultimi brandelli di stoffa che ancora ha indosso.
Ancora pochi metri all’imbocco del portale, ma il tempo che viene impiegato è lunghissimo e il solco che lascia è macchiato dagli ultimi liquidi organici di un fisico ormai disidratato e da alcuni vermi bianchicci che sono usciti dal suo corpo.
Ma l’ipnosi indotta dai due rettili in pietra lo sospinge in avanti e ora anche una dolce melodia proveniente dall’antro lo invita. Sente che la vita gli sta sfuggendo e con le ultime forze rimaste con estrema lentezza si fa sempre più vicino alla soglia.
Giunge infine all’ingresso, poi lentamente si sospinge verso l’interno e un nero totale l’avvolge mentre gli ultimi residui della sua coscienza svaniscono in dissolvenze lente e frammentate. Sente forme sinuose avvolgerlo a proteggerlo, si sente come ingoiare dall’insieme di esse e vive non un’abominazione, ma una rinascita inaspettata e improvvisa.
Infine sono il silenzio e la pace ad avvolgerlo mentre il tempo s’incasina e trascorre in maniera disuguale e senza un senso logico. Ritrova infine la pienezza del sé e scivola negli anfratti della caverna con movimento sinusoidale.
Esce poi all’aperto e la potenza della sua muscolatura lo riempie di gioia. Alza la testa e si guarda attorno: vede ogni piccola cosa fin nei più minuti dettagli, le sfumature di colore ora sono infinite. Le sua narici s’allargano e i sensi affinati distinguono ogni variazione olfattiva e la trasformano organizzandola in un set ove le posizioni degli animali e delle piante sono note e si sovrappongono al set visivo. Fa allora sibilare la sua lingua e le vibrazioni degli animali, delle piante e anche quelle delle cose sono ora a lui note. Sazio della sua potenza s’appoggia alla terra facendosi riscaldare dal sole. Solo a tratti la sua lingua bifide saetta sibilando e con essa mantiene il controllo della pianura.
I due serpenti di pietra che istoriavano l’arco, senza apparente fatica si districano dal portale e discendono sul terreno per giungere fino a lui che possente assorbe i raggi del sole e si nutre delle vibrazioni della terra. Si fermano disponendosi ai suoi lati pronti a proteggerlo da ogni aggressione: questo è il loro compito.
Più tardi lui s’avvia con onde lente e maestose verso un lontano ruscello e gli altri due più piccoli rettili in pietra, con rispetto lo seguono.
Nel pianoro intanto il vento prosegue imperturbabile con la sua nenia:
Leone leone
Non ci sto più
Con la testa!

©Vittorio Baccelli

S.O.S. NELLO SPAZIO

Tempo, spazio,
né la vita, né la morte
è la risposta:
(Ezra Pound)

Il pilota della navetta stava compiendo distrattamente il solito volo di routine dalla stazione orbitante terrestre all’avamposto lunare. Era partito un’ora prima ed era immerso nella lettura del suo settimanale preferito. La sua presenza sulla navetta era del tutto inutile, l’intero viaggio veniva gestito dal computer di bordo che era collegato in rete sia con gli elaboratori della stazione che con quelli dell’avamposto. Ma le severe leggi dello spazio, e le corporazioni sindacali, prevedevano una presenza umana, anche se questa si era sempre dimostrata del tutto priva d’utilità. Dunque il solito viaggio di routine per un pilota che n’aveva già compiuti centinaia e mai, dico mai, era dovuto intervenire manualmente sui comandi. Mentre dalla lettura stava passando al sonno, una leggera luminescenza viola vibrò all’interno dell’abitacolo seguita da una vibrazione che lo destò all’improvviso. Sorpreso dette un’occhiata alla console e vide che un led del computer di bordo stava nervosamente lampeggiando. Il pilota subito cercò freneticamente le istruzioni per capire cosa diavolo significasse quel led, ma non riuscì a trovare il cubetto di memoria delle istruzioni. Intanto dal verde il colore del led passò al rosso, poi iniziarono ad accendersi molti altri led sulla console e allora il pilota nella totale confusione disinserì le funzioni di guida del computer e lasciò la navetta a volo libero. Dopo l’iniziale sorpresa seguita da un momento di panico, il pilota cominciò ad esser contento: finalmente poteva pilotare manualmente, in anni di lavoro era successo una volta sola, la prima volta che aveva condotto il modulo sulla Luna per conseguire l’abilitazione al volo spaziale di linea. Tutti i mesi doveva fare un viaggio simulato in preparazione proprio di quell’improbabile evenienza che oggi si era verificata. La navetta era carica d’apparecchiature scientifiche e di generi personali che i venti abitanti dell’avamposto avevano richiesto, l’hotel lunare era ancora in costruzione e pertanto per ora i moduli viaggiavano a carichi leggeri, tra qualche anno sarebbe stato tutto diverso, con i passeggeri, i loro bagagli e le necessità dell’albergo. Mentre era immerso in questi pensieri, e anche in quello “finalmente questa volta si pilota sul serio”, accese il comunicatore, ma non riuscì a captare alcun contatto, solo scariche e crepitii. Posizionò il monitor sulla ricerca dei radiofari, ma nessuna traccia apparve sullo schermo, incuriosito allora aprì la schermatura dell’oblò centrale, ma le costellazioni che vide non riuscirono a fargli comprendere l'orientamento. A quel punto fece scarrellare sullo schermo la visione del cielo che si scorgeva da tutta la nave. La Terra e la Luna non erano visibili da nessuna angolazione. Immise le figurazioni delle costellazioni nella memoria del computer, che era stato disattivato solo nelle funzioni di guida, e attese di conoscere ove si trovava nello spazio. Il computer dopo qualche minuto trasmise: “Configurazioni stellari non in fi-le”.“Posizione spaziale non definibile” aggiunse poi dopo alcuni altri minuti, come se avesse riflettuto sulla mancanza delle configurazioni in memoria. A quel punto il pi-lota riprovò a trasmettere su tutti i canali, ma non riuscì ad ottenere risposte. Un pul-sante rosso serviva per trasmettere l’S.O.S. e il pilota si decise ad attivarlo, in venti anni di funzionamento settimanale delle navette, questa fu la prima volta che il pul-sante venne premuto. “E adesso vediamo cosa succede”, pensò il pilota, mentre il modulo per inerzia stava sfrecciando chissà dove nello spazio. Lentamente passarono le ore e i giorni… Il pilota aveva ormai perso la nozione del tempo, mangiava dalle razioni che erano abbondanti, beveva le bevande che avrebbe dovuto portare all’avamposto, respirava l’aria che veniva nella nave riciclata quasi all’infinito. Problemi di sopravvivenza immediati, non ve ne erano, ma man mano che il tempo passava il pilota si sentiva sempre più rassegnato a finire i suoi giorni nello spazio. Nelle memorie del computer c’erano un’infinità di olofilm e di programmi di svago, aveva a disposizione enormi raccolte musicali ma la solitudine col tempo cominciò a lasciar spazio alla disperazione. Disperazione e rassegnazione, un senso d’impotenza per non sapere dove si trovasse, in quale spazio, in quale tempo, in quale dimensione, forse aveva incrociato quello che i vecchi scrittori di fantascienza chiamavano un nodo di Bose, un passaggio, un portale, d'altronde le particelle subatomiche spariscono da un punto per ricomparire istantaneamente in un altro, ma la navetta non è una particella subatomica, o forse sì… dipende dalle grandezze in gioco. O forse qualcosa aveva mutato la frequenza della realtà e lui s’era trovato in un altro universo: ci dovevano essere delle informazioni su queste teorie, risalivano ai tempi dei primi avvistamenti Ufo e ai grigi. Anche la piastra neurale era inutilizzabile, essendo tagliato fuori dalla rete sia lui sia il computer; poteva però usare le memorie di bordo, quelle che non aveva escluso. Stava facendo alcuni esercizi di meditazione guidato da un maestro virtuale, quando un trillo del computer lo riportò alla realtà. S’avvicinò alla console e vide sui monitor che una sottile linea era stata tracciata nello spazio tra il suo modulo e un punto che lampeggiava con sequenza settenaria, situato ad una distanza imprecisata nello spazio. Riattivò allora i comandi computerizzati e mise in collegamento l’elaboratore con la fonte del segnale ritmico. Sentì che la navetta mutava leggermente il proprio assetto e iniziava a dirigersi verso la fonte del segnale. Tutto sembrava funzionare di nuovo ma in un set sconosciuto. Tentò allora di comunicare col nuovo contatto, ma nessuna delle frequenze risultò idonea. Il pilota aveva perso la nozione del tempo e non riuscì pertanto a stabilire quanto ne occorse all’avvicinamento, ma quando questo avvenne il modulo accese i razzi di compensazione per diminuire la velocità e prepararsi all’atterraggio. Vicino al punto di contatto il pilota tentò una visualizzazione sugli schermi, e dopo vari tentativi apparve una sfera rilucente grande circa cento volte il modulo stesso. L’avvicinamento ora proseguiva come al rallenta-tore e nel momento in cui i due corpi stavano per toccarsi, il pilota si preparò all’impatto cercando di rivolgere una preghiera ad una qualsiasi delle divinità terrestri, ma non vi riuscì, tanto era confuso. Un attimo prima dell’impatto, una sezione della sfera sembrò dissolversi e la nave penetrò al suo interno adagiandosi dolcemente su una piattaforma. Il pilota appena riavutosi, andò nel vano merci della navetta e da una cassa estrasse una bottiglia di cognac, l’aprì con un attrezzo e ne assaporò svariate sorsate. Poi iniziò a lavorare con l’ausilio dei sensori del computer, prima analizzò l’atmosfera all’interno della sfera, essa era completamente diversa da quella della Terra, ma il computer digitò che era respirabile e sterile, poi la gravità, anch’essa leggermente più forte, ma accettabile, la temperatura era di circa 30°, la pressione un po’ più debole che sulla Terra, ma anch’essa ben sostenibile dal fisico umano. Il pilota s’infuse coraggio e aprì il portello, aspiro quella strana atmosfera, saltò sul pavimento che sembrava di materia plastica e si diresse verso l’unica apertura che si vedeva in fondo a questo che sembrava, ed era, un hangar vuoto, a parte la sua nave appena giunta.La porta si stagliava rettangolare delle dimensioni di una porta umana, non aveva ante, ma non si scorgeva cosa vi fosse oltre.Il pilota con cautela infilò un dito attraverso il portale e sentì come una leggera resistenza, poi il dito penetrò, allora spinse la mano e poi tutto il braccio.Li lasciò all’interno per qualche secondo, poi ritirò il braccio, se lo guardò, non era successo proprio niente. Infilò allora la testa nell’apertura, sentì una leggera resistenza e nient’altro: vide la stanza, era grande quasi quanto l’hangar e dava la sensazione di essere arredata, ma in modo molto bizzarro. Decise d’entrare e solo allora ebbe la certezza di trovarsi in un manufatto alieno. Nelle pareti vi era tutta una serie di fori con, nella parte bassa, dei rilievi che sporgevano in maniera complessa, poi c’erano come dei cassetti senza maniglie, in un angolo una sedia con un buco circolare aveva tutta l’aria di esser un gabinetto, ma era alta più di un metro, poi vi erano dei parallelepipedi di varia altezza e di colori diversi dei quali non s’intuiva la funzione. Sotto una semisfera si trovava un altro parallelepipedo, quest’ultimo orizzontale che pareva proprio aver le funzioni di letto, ma vi era impressa sopra una sagoma anatomica che aveva assai poco d’umano.Su una striscia di parete vi erano dei geroglifici, simili a quelli egiziani, ma diversi e poi dei disegni stilizzati che ricordavano anch’essi divinità egizie con teste canine.Il pilota si soffermò sui geroglifici e sulle figure e le trasmise al computer, ma il computer non segnalò alcun riferimento noto, la somiglianza era appunto solo una somiglianza. Una parte molto piccola di una parete era poi ricoperta da righe orizzontali multicolori, il pilota si accorse che le righe lentamente mutavano la loro colorazione. Rese visibili al computer le sequenze di righe collegate e lo lasciò ad elaborare un significato, se significato ci fosse stato. C’era poi uno sgabello cilindrico molto alto e il pilota vi salì sopra mettendosi seduto, mentre si sedeva si materializzò una console, più in alto, nella quale vi era l’incavo per due mani, più sottili di quelle umane, ma lunghe il doppio e con tre dita per mano. Si allungò per sfiorare l’incavo e si materializzò un desktop anch’esso solcato da sottili righe colorate in movimento. Lasciò perdere console e desktop, scese e decise di provare quello che sembrava un giaciglio, era morbido, ma con alloggiamento corporeo, per un umano, tutto sbagliato. Rimase sdraiato, e iniziò a riflettere su quello che gli stava succedendo, mentre sentiva che le sue membra stava-no indolenzendosi, il sonno lo colse all’improvviso e nel momento in cui si addor-mentò le luci nella stanza si affievolirono. Al risveglio fu colto dalla fame, e tentò di recarsi sul modulo per rifocillarsi, ma la porta che dava nell’hangar era sparita, il pilota fu colto dalla disperazione e non sapendo cosa fare si avvicinò ai fori che sporgevano da una parete, v’infilò una mano dentro e la ritrasse bagnata. Il liquido appiccicato alla sua mano aveva un buon odore, ci avvicinò la lingua e anche il sapore fu gradevole, quasi fruttato. Ripeté l’esperienza con gli altri fori e da ognuno di essi usciva un liquido più o meno viscoso che aveva l’apparenza d’essere commestibile. Un assaggio qui, un assaggio là, la fame parve svanire e anche la sete. Cominciò a curiosare attorno ai cassetti, ma non trovò la maniera d’aprirli, alle fine stanco si arrese e tornò ad arrampicarsi sullo sgabello della console, mise la sua mano nell’incavo, ma questa volta non successe niente. Dopo molti tentativi infruttuosi per aprirsi un passaggio ove ricordava fosse era la porta per l’hangar, provò se quella strana tazza fosse davvero un gabinetto, e lo era, ed era pure autopulente. ”Qui c’è proprio di tutto per la sopravvivenza” pensò, e si mise a cercare sia la doccia sia l’acqua, ma per il momento non ci fu niente da fare, così si risdraiò su quella specie di scomodo letto e pensò che se le luci fossero più basse si sarebbe riposato meglio e questa volta le luci si affievolirono prima che lui si addormentasse. Al risveglio era meno indolenzito dell’esperienza precedente e si recò ad una bocca per bere un po’ di liquido nutriente, cercò di succhiarlo direttamente con le labbra, ma la forma del condotto non gli permise di farlo, allora infilò ancora una volta una mano e cominciò a leccare il liquido rimasto appiccicato sulla mano stessa. Fece poi attenzione alle barre colorate che si trovavano in un angolo della parete e gli venne in mente che forse erano una forma di scrittura, mentre i geroglifici che assomigliavano a quelli egiziani, forse erano solo dei disegni rituali. Si concentrò sui cassetti ermeticamente chiusi e solo disegnati sulle pareti e mentalmente visualizzò una comune caramella. Un cassetto lentamente si aprì ed era colmo di multicolori sfere traslucide grandi circa il doppio delle nostre caramelle. Ne prese una verde e se la mise in bocca, aveva un sapore vicino alla cannella ma non molto gradevole, allora la sputò in quello che aveva ormai scoperto essere il water e n’assaggiò una rosa, questa era veramente ottima e aveva un gusto floreale. Pensò intensamente di farsi una doccia e nel mezzo alla stanza si accese un faro dal quale scaturiva a cono una strana nebbia colorata. Il pilota si spogliò completamente, si mise sotto quella doccia di vapore e particelle e sentì il suo corpo piacevolmente accarezzato da quei raggi, a lungo restò sotto quell’alieno getto. Quando decise di uscire i suoi vestiti erano scomparsi e un altro cassetto era aperto, dentro c’erano degli accappatoi colorati da stringere in vita con una cinta dello stesso tessuto, ma di diverso colore. Indossò un accappatoio grigio con la cinta verde e questo si modellò al suo corpo, si mise delle strane scarpe grigie da ginnastica dalla suola altissima e queste calzarono come un guanto, poi salì sullo sgabello della console e questa volta l’atto di salire fu agevole. L’ologramma del desktop si materializzò istantaneamente, le sue dita iniziarono a vibrare negli appositi alloggiamenti mentre sullo schermo apparvero linee colorate che si trasformarono pian piano in un linguaggio, del quale lui non riusciva ancora a comprendere il significato, ma si accorse che iniziava ad intuirlo. Riprese l’ispezione della sala e da un piccolo cilindro cominciò ad uscire una nenia melodiosa, una nenia diversa da quelle che aveva finora ascoltate, ma sicuramente molto piacevole e rilassante. Il sonno lo colse di nuovo e il giaciglio fu accogliente, al risveglio le luci s’intensificarono, una dolce musica arrivò ai suoi orecchi e calmò la sete lappando direttamente da un tubo mentre la sua faccia adesso aderiva perfettamente alle sporgenze del tubo stesso.Cubetti caldi e croccanti uscirono da un piccolo cilindro, poi si recò al water e infine fu il momento della doccia.Prese un accappatoio pulito di colore diverso, con un gesto fece riapparire la porta dell’hangar e dette un’occhiata alla navetta sorridendo per la sua rozzezza. Ad un suo cenno una parte della parete si fece trasparente e poté ammirare le costellazioni aliene che brillavano. Poi salì alla console e questa volta con più perizia fece scorrere le righe colorate che divennero listate complesse e comprensibili. Dopo ore di lavoro e d’apprendimento stanco si stese sul letto e al risveglio materializzò uno specchio, ammirò il suo perfetto corpo, alto, fusiforme con una meravigliosa testa di tipo canino e fascinosa, poi con compiacimento si soffermò sulle sue due mani, affusolate, vibranti, perfette, dorate, che terminavano con tre lunghe, bellissime e armoniose dita. Ora sapeva chi era, in quale parte dello spazio si trovava, era pure in grado di guidare la sfera, sapeva dove andare e sapeva anche che era atteso.
“Mi ascolti insomma?”
“Mh”
“Tu mi stavi trascurando, io ti sentivo lontano…”
“Guarda quella stella…brilla più forte delle altre”.
Inutile insistere. Inutile perfino arrabbiarsi.
Si soffiò il naso, si strinse nel cappotto.
“Ma quale stella? Ehi! Dico a te”.
Lui prese a camminare, da solo.
Lei aveva il volto rigato di lacrime.
“Pensa alle stelle! Mio Dio! Lui pensa alle stelle!”
Restarono distanti per una buona mezz’ora. In silenzio.
Lei piangeva e tremava, negli occhi il pensiero dell’altro che la teneva stretta e la baciava con passione.
Lui guardava fisso quel cielo lontano, le mani in tasca, la mente vuota.
Poi, d’improvviso, si voltò a fissarla.
“Ci sei? Dai vieni qui, andiamo a casa…”
Lei gli si accoccolò contro e lo strinse forte, più forte che poteva.
Lui le cinse le spalle e le baciò la fronte.
“Non voglio sapere nulla –mormorò- tu sei tu e basta”.
“Ma io…”
Le chiuse le labbra con un bacio poi tenendola stretta disse piano: “Non importa. Non preoccuparti”.
“Ma io sono stata con…”
“Ed io…io…io…”
Non finì la frase, si accasciò contro un muro e pianse.
“Non fare così…ti prego”
Prese a correre lontano, lontano, lontano…

Lei lo rivide soltanto un anno e quattro mesi più tardi. Aveva la mascherina dell’ossigeno e giaceva in un letto d’ospedale.
Neppure sembrava riconoscerla.
“Mio Dio! Dovevi dirmelo!” ripeteva Lei affranta dal dolore “Cavolo se dovevi dirmelo!”
Gli occhi grigi di Lui scrutavano il soffitto bianco della cameretta, il respiro usciva a fatica, le labbra screpolate dal male terribile.
“Non mi lasciare!”
Lo sguardo su di lei la fece trasalire.
“Reagisci amore! Reagisci per me!”
Il corpo livido ebbe un sussulto. Poi un altro. Poi un altro…
“Dio mio! Aiutatemi!”
Fece per voltarsi ma sentì la sua mano in quella gelida di lui.
Lo guardò con tutto l’amore possibile…
“Resto qua, amore, sono con te”.
“Io…io…io…”
“Non ti preoccupare, stai tranquillo…”
“Ti amo. Io ti a—mo”
“Si, per sempre, per sempre…”
“Guarda sempre il cielo. Io sarò la stella che brilla, la tua stella…”
Chinò il capo. Si spense alla vita.
Aggrappato all’unico amore che aveva veramente condiviso.

Lei guardava distrattamente una tomba disadorna raffigurata in un grande quadro la notte della difficile confessione.
Lui voleva chiederle perdono per quello che le aveva fatto ma non riusciva a catturare la sua attenzione.
“Ascolta… Non è colpa tua, sono io che…”
Ma non riusciva ad andare avanti, a dirle che se l’aveva tradita era solo perché si era sentito trascurato, perché lei era come spenta, appassita…
“Non avrei mai creduto di doverti confessare una cosa così brutta…”
Era stato a letto con un’altra, con la sua segretaria, senza neppure esserne realmente attratto…
“Potevo non dirtelo, sai? Ma voglio farlo…”
Eppure Lei non dava peso alle sue parole, restava immobile, serena, come inanimata.
Poi, d’improvviso, corse alla finestra e guardò fuori.
“Vedi quella stella? E’ sempre la più luminosa…ed è la mia”.
“Ma che dici? Dai, ascoltami: voglio dirtelo, devo farlo, ti prego!”
“Non devi dirmi nulla. Tu sei tu e questo basta. Vieni, andiamo fuori,voglio contare le stelle per l’intera notte”.
Lui la guardò come inebetito. Poi la seguì tenendole la mano.
Era lei che voleva, ne era consapevole, e stretto a lei pianse come non aveva mai fatto, dimenticando persino il motivo del suo immenso dolore.
Lei lo teneva stretto nella notte e guardava la sua stella, la più luminosa, la più bella e lontana.
“Tu sei tu e sei qui. Questo mi basta”.
Si baciarono un’infinità di volte e non ebbero davvero più bisogno di parole.

©Vittorio Baccelli
baccelli1@interfree.it

Biografia

Vittorio Baccelli, nato a Lucca nel 1941, si è laureato in Lettere, indirizzo artistico, all'Università degli studi di Pisa, ha poi una libera laurea in scienze umane e sociali conseguita ad Urbino ed un master in scienze biomediche ottenuto dalla Pacific Western University di Los Angeles.
Scrittore di letteratura fantastica, poeta lineare e visivo, collagista, è dal 1977 uno dei partecipanti al circuito della mail art, ideatore dei progetti "Millennium" e "Luther Blisset eXperience"...
Ha pubblicato "La città sottile" (Stampa Alternativa editrice, Roma 1979) e "L'anima delle cose" con A. Bocconi (Tipografica Pistoiese, Pistoia 1981), "La mail art scrive al domani" (Centro documentazione di Pistoia Editrice, Pistoia 1990) e "Poetica italiana di frontiera negli anni 70" (Centro documentazione di Pistoia Editrice, Pistoia 1996).
È collaboratore di numerose testate letterarie sia cartacee che sul web, presente in molte antologie.
È stato direttore negli anni '70 ed '80 del mitico giornale underground "Fuck" e de "La rivolta degli straccioni".
Dal 2004 è presidente dell'associazione culturale "Cesare Viviani" di Lucca.

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.