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FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

NARRATIVA / STEFANIA PAGANO

IL PALO

Faceva freddo. Domenico si strinse nel giubbino di finta pelle; si avvolse nella sciarpa.
I lastroni di porfido, intrisi di umido, riflettevano la luce dei lampioni; di tanto in tanto i fari di una macchina illuminavano lo spazio dove era appostato costringendolo a nascondersi dietro l’angolo del palazzo che svettava verso il cielo gonfio di acqua.
Si era rotto le palle di stare lì; ma per chi l’avevano preso ?
Era un anno ormai che gli toccava sempre di fare il palo.
Guagliò, sì piccirillo. Non avere fretta, stamme a sentere.
E a Luigi non si poteva disobbedire. Una sola volta aveva cercato di alzare la cresta e adesso aveva la mascella un po’ storta che lo faceva assomigliare a Totò; da allora aveva obbedito come fa il cane col suo padrone.
C’era silenzio. Erano le due passate, era venerdì, in giro per la città non c’era nessuno.
Domenico si appoggiò al muro e si accese una sigaretta pensando che Luigi gli aveva promesso che al prossimo colpo lo avrebbe portato con sè. Si eccitò al pensiero ma ad un tratto una vocina gli sussurrò :

“Garzoncello scherzoso
cotesta età fiorita
è come un giorno di allegrezza pieno”


Gesù, ma che sto pensando? Che so’ ‘sti parole.
Si sentì l’eco della sua voce nel silenzio di piombo della strada. Quasi sussultò a quel suono; abbassò il tono e continuò a ragionare con se stesso.
Quei versi comparsi così all’improvviso.
Si voltò di qua e di là , la strada era deserta, tutte le finestre buie come occhi “cecati”.
Si concentrò per ricordare il seguito di quella poesia che era emersa prepotente alla memoria.
Ricordi di un paio d’anni prima. La professoressa di lettere era una tosta: non capivamo niente ? non volevamo capire ? Allora si può sempre imparare a memoria.
Ci aveva fatto imparare una quantità di poesie, ma ora perché gli era venuta in mente proprio questa, si chiedeva.

Si concentrò per ricomporre la poesia per intero; si accese un’altra sigaretta e con lo sguardo allungato oltre la strada, si vide in aula e vide l’insegnante davanti alla cattedra che ascoltava con massima attenzione la recita della poesia; chi sbagliava, doveva ricominciare daccapo. E’ per questo che anche lui, Domenico, alla fine l’aveva imparata, per inerzia. Ma non le aveva mai dato la soddisfazione di fargliela sentire, mai: lui era stato più tosto di lei.
Poi pensò era stato lui quello che l’aveva preso in culo: col tira e molla con l’insegnante aveva fatto la figura dello stronzo: tutti avevano avuto la licenza media e lui no.
Mannaggia ‘a miseria. Ma chi se ne fotte. Ma tu vide nu’ poco che me vene a mmente.
Sbattè i piedi per terra per far circolare il sangue: sembravano due marmi e gli facevano pure male.
Ma quanto ce mettono. Mi so’ rutte ‘e ppalle ‘e sta cca.
Tirò un calcio all’aria, gettò una bestemmia.

“...è come un giorno d’allegrezza pieno...
...che precorre alla festa di tua vita.”


Prepotenti parole si facevano largo nel suo cervello.
Le tempie gli pulsavano; sentiva la testa scoppiargli.
“Precorre alla festa di tua vita? Ma che cazzo significa? Ma pecchè me vene a mente stu’ strunzo.
Domenico era disorientato. Qualcosa iniziava a fare breccia nella sua coscienza, come una vocina ancora troppo fievole, ma che, se non stava attento, avrebbe preso il sopravvento.
Questa sensazione l’aveva avuta in altre occasioni, ma alla fine aveva vinto lui.
Anche la professoressa spesso assomigliava a quella vocina, ma Domenico l’aveva tenuta a bada; faceva un grande sforzo a non mantenere l’attenzione quando spiegava, perché era brava, non urlava e quella voce... E il naufragar m’è dolce in questo mare.
Ancora, Ancora ...ANCORA
Domenico sentì lo schiantarsi del silenzio per l’urlo che gli era uscito dal petto.
Si diede dello stronzo e guardò intorno: una finestra aveva aperto gli occhi e dietro i vetri gli sembrò di vedere un’ombra. Si nascose dietro un cassonetto della spazzatura fino a quando non vide spegnersi la luce aldilà dei vetri.
Erano le tre. Oramai dovevano aver finito.

Alle sue spalle sentì lo scalpiccio e le voci soffocate di Luigi e Antonio.
Ma quanto cazzo ci avete messo ! Mi sò fatto comm ‘a nu piezz’e jaccio, cca fore pe’ v’aspettà.
Via, via, andiamo. Facimmo ambresso.
Ma pecché, che è stato?- chiese Domenico - Addò stà ‘a rrobba.
Niente niente, jammuncenno.
Seppe da Luigi che i proprietari non erano andati fuori città, ma erano a cena da vicini di casa. Erano rientrati all’improvviso e per poco non venivano sorpresi. Avevano nascosto la refurtiva nello scantinato del palazzo e l’indomani sarebbero andati a recuperarla.
E ci andrai tu - annunciò Luigi - così ti fai ll’ossa.
Domenico gli strinse il braccio con riconoscenza. Finalmente gli si concedeva l’occasione che aspettava da tanto tempo: dimostrare che era in gamba quanto Antonio.

“...e intanto riede alla sua parca mensa,
fischiando il zappatore...”


Albeggiava quando Domenico rientrò a casa. Lo avvolse la puzza stagnante di cucinato. Piatti sporchi, posate e bicchieri erano alla rinfusa sul tavolo.
Quanno me faccio ‘e sorde, aiza’ ‘ncuollo e me piglio nà bella cammarera che me pulezza e po’... ma fotto pure.
Provò a riposare. Provò a chiudere gli occhi, liberare dai pensieri la sua testa e dopo essersi girato e rigirato nel letto la stanchezza prese il sopravvento.

“...I fanciulli gridando...
...e qua e là saltando,
fanno un lieto romore...”


Quando si svegliò capì che doveva essere quasi mezzogiorno dal vociare dei “guaglioni” nella strada. Non era un lieto romore: dalla finestra li mandò affanculo e si rimise a dormire.
Era pomeriggio inoltrato quando, sazio di sonno, si alzò.
La madre guardandolo distrattamente gli rivolse un :
“Ti si sosuto ? Bravo, accussì tuorne nata vota all’alba”
“Tengo famme” - disse lui - “ce sta quacche ccosa ?”
“Là, ‘o piatto cummugliato. Due maccaruni e’aiersera”
Mangiò con appettito la pasta cucinata la sera prima.
Bevendo una birra sulla porta di casa che dava sulla strada, vide l’ombra di Rusinella proiettata sulla tenda che si preparava per i clienti della notte. Era bella Rusinella. Non appena avrebbe fatto il colpo (quella notte, quella notte avrebbe preso la refurtiva. Se la sarebbero spartita e... ) si sarebbe potuto permettere una bella scopata con Rusinella e poi se ne sarebbe andato.

“...onde, siccome suole,
ornare ella s’appresta
... il petto e il crine.”


Ancora quella vocina che si faceva sentire senza essere stata interrogata.
Alle due precise Domenico era all’angolo della strada. Faceva freddo ma era meno umido. Attese l’arrivo di Luigi e Antonio. Non conosceva lo scantinato dove avevano nascosto il bottino.
Per prendere calore passeggiava senza sosta sul marciapiedi.
Di nuovo la memoria lo fece andare indietro nel tempo.
Questa volta era la voce dell’insegnante che era tosta, astuta; gli aveva consigliato di cambiare strada, di rimettersi in carreggiata: lui poteva farcela se lo avesse voluto. Era in tempo e poi lei lo sapeva che almeno un paio di poesie era in grado di dirle, lo sapeva anche se lui aveva sempre rifiutato di dimostrarlo.
Quel giorno Domenico la mandò affanculo.
Luigi e Antonio erano ben più in gamba. Luigi aveva un macchinone da quando si era messo in proprio e aveva chiesto proprio a lui di affiancarlo. Quella proposta lo aveva riempito di orgoglio. Ma c’era un patto: non doveva fare il leccaculo, doveva dimostrare di essere più forte e non poteva certo mettersi a fare i compiti e fare la figura do’ cane ‘e pecora.
Erano le tre e di Luigi ed Antonio neanche l’ombra. L’agitazione iniziò a fargli sudare le mani e un pensiero scomodo cominciò a farsi strada.
Con la voce della prof., gli ultimi versi della poesia che, a poco a poco, si era insinuata come un tarlo dalla notte prima

“Godi, fanciullo mio ; stato soave,
stagion lieta è codesta.”


I suoi diciassette anni.
Si rivide in aula. E questa volta era in piedi, al lato della cattedra e recitava tutte le poesie che suo malgrado aveva mandato a memoria.
Bando alla sua smania di ricchezza, via libera al desiderio di lasciare questa città di merda.
Questo, Luigi e Antonio non lo sapevano. Ma dopo quella sera, lui, sarebbe partito.
Avrebbe trovato un lavoro pulito.

“Altro dirti non vo’, ma la tua festa
ch’anco tardi a venir non ti sia grave.”

© Stefania Pagano


 

Biografia

Nata a Napoli nel 1958, insegno Italiano nella Scuola Media inferiore dal 1982.
Laureata in Pedagogia, mi sono sempre interessata alle dinamiche sociali e agli aspetti psicologici dell’umana specie.
Vivo ai limiti del paese di Casoria e della città di Napoli, quasi alla frontiera, e qui lavoro.
Ho sempre amato scrivere, ma ho cominciato a farlo in modo più costante da dieci anni a questa parte.
I miei racconti hanno ricevuto numerose segnalazioni in concorsi letterari. Quest’anno il racconto “Ischia” è arrivato al secondo posto nel concorso nazionale “Tra le parole e l’infinito”.
Ho pubblicato il racconto “Dietro la porta” sull’antologia “Il filo rosso” ed. La Rosa.
Il racconto “Domenica” è stato pubblicato sulla rivista “L’esordiente sgomita”; il racconto “Il Palo“ è stato pubblicato sul numero 8 della rivista “Nugae“.
Curo una rubrica sulla rivista “NapoliSana“ che ha una distribuzione a carattere provinciale, ma tra qualche mese lo sarà su territorio regionale. Per il prossimo futuro avvierò altre collaborazioni con giornali e quotidiani.
Sono coordinatrice dell’associazione letteraria nazionale ”OD@P - Officina delle Parole”, il cui manifesto è pubblicato sul sito www.libreriadonna.com).

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.