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IL PALO
Faceva freddo. Domenico si strinse nel giubbino di finta pelle; si
avvolse nella sciarpa.
I lastroni di porfido, intrisi di umido, riflettevano la luce dei
lampioni; di tanto in tanto i fari di una macchina illuminavano lo
spazio dove era appostato costringendolo a nascondersi dietro
l’angolo del palazzo che svettava verso il cielo gonfio di acqua.
Si era rotto le palle di stare lì; ma per chi l’avevano preso ?
Era un anno ormai che gli toccava sempre di fare il palo.
Guagliò, sì piccirillo. Non avere fretta, stamme a sentere.
E a Luigi non si poteva disobbedire. Una sola volta aveva cercato di
alzare la cresta e adesso aveva la mascella un po’ storta che lo
faceva assomigliare a Totò; da allora aveva obbedito come fa il cane
col suo padrone.
C’era silenzio. Erano le due passate, era venerdì, in giro per la
città non c’era nessuno.
Domenico si appoggiò al muro e si accese una sigaretta pensando che
Luigi gli aveva promesso che al prossimo colpo lo avrebbe portato
con sè. Si eccitò al pensiero ma ad un tratto una vocina gli
sussurrò :
“Garzoncello scherzoso
cotesta età fiorita
è come un giorno di allegrezza pieno”
Gesù, ma che sto pensando? Che so’ ‘sti parole.
Si sentì l’eco della sua voce nel silenzio di piombo della strada.
Quasi sussultò a quel suono; abbassò il tono e continuò a ragionare
con se stesso.
Quei versi comparsi così all’improvviso.
Si voltò di qua e di là , la strada era deserta, tutte le finestre
buie come occhi “cecati”.
Si concentrò per ricordare il seguito di quella poesia che era
emersa prepotente alla memoria.
Ricordi di un paio d’anni prima. La professoressa di lettere era una
tosta: non capivamo niente ? non volevamo capire ? Allora si può
sempre imparare a memoria.
Ci aveva fatto imparare una quantità di poesie, ma ora perché gli
era venuta in mente proprio questa, si chiedeva.
Si concentrò per ricomporre la poesia per intero; si accese
un’altra sigaretta e con lo sguardo allungato oltre la strada, si
vide in aula e vide l’insegnante davanti alla cattedra che ascoltava
con massima attenzione la recita della poesia; chi sbagliava,
doveva ricominciare daccapo. E’ per questo che anche lui, Domenico,
alla fine l’aveva imparata, per inerzia. Ma non le aveva mai dato la
soddisfazione di fargliela sentire, mai: lui era stato più tosto di
lei.
Poi pensò era stato lui quello che l’aveva preso in culo: col tira
e molla con l’insegnante aveva fatto la figura dello stronzo: tutti
avevano avuto la licenza media e lui no.
Mannaggia ‘a miseria. Ma chi se ne fotte. Ma tu vide nu’ poco che me
vene a mmente.
Sbattè i piedi per terra per far circolare il sangue: sembravano
due marmi e gli facevano pure male.
Ma quanto ce mettono. Mi so’ rutte ‘e ppalle ‘e sta cca.
Tirò un calcio all’aria, gettò una bestemmia.
“...è come un giorno d’allegrezza pieno...
...che precorre alla festa di tua vita.”
Prepotenti parole si facevano largo nel suo cervello.
Le tempie gli pulsavano; sentiva la testa scoppiargli.
“Precorre alla festa di tua vita? Ma che cazzo significa? Ma
pecchè me vene a mente stu’ strunzo.
Domenico era disorientato. Qualcosa iniziava a fare breccia nella
sua coscienza, come una vocina ancora troppo fievole, ma che, se non
stava attento, avrebbe preso il sopravvento.
Questa sensazione l’aveva avuta in altre occasioni, ma alla fine
aveva vinto lui.
Anche la professoressa spesso assomigliava a quella vocina, ma
Domenico l’aveva tenuta a bada; faceva un grande sforzo a non
mantenere l’attenzione quando spiegava, perché era brava, non urlava
e quella voce... E il naufragar m’è dolce in questo mare.
Ancora, Ancora ...ANCORA
Domenico sentì lo schiantarsi del silenzio per l’urlo che gli era
uscito dal petto.
Si diede dello stronzo e guardò intorno: una finestra aveva aperto
gli occhi e dietro i vetri gli sembrò di vedere un’ombra. Si nascose
dietro un cassonetto della spazzatura fino a quando non vide
spegnersi la luce aldilà dei vetri.
Erano le tre. Oramai dovevano aver finito.
Alle sue spalle sentì lo scalpiccio e le voci soffocate di Luigi e
Antonio.
Ma quanto cazzo ci avete messo ! Mi sò fatto comm ‘a nu piezz’e
jaccio, cca fore pe’ v’aspettà.
Via, via, andiamo. Facimmo ambresso.
Ma pecché, che è stato?- chiese Domenico - Addò stà ‘a rrobba.
Niente niente, jammuncenno.
Seppe da Luigi che i proprietari non erano andati fuori città, ma
erano a cena da vicini di casa. Erano rientrati all’improvviso e per
poco non venivano sorpresi. Avevano nascosto la refurtiva nello
scantinato del palazzo e l’indomani sarebbero andati a recuperarla.
E ci andrai tu - annunciò Luigi - così ti fai ll’ossa.
Domenico gli strinse il braccio con riconoscenza. Finalmente gli si
concedeva l’occasione che aspettava da tanto tempo: dimostrare che
era in gamba quanto Antonio.
“...e intanto riede alla sua parca mensa,
fischiando il zappatore...”
Albeggiava quando Domenico rientrò a casa. Lo avvolse la puzza
stagnante di cucinato. Piatti sporchi, posate e bicchieri erano alla
rinfusa sul tavolo.
Quanno me faccio ‘e sorde, aiza’ ‘ncuollo e me piglio nà bella
cammarera che me pulezza e po’... ma fotto pure.
Provò a riposare. Provò a chiudere gli occhi, liberare dai pensieri
la sua testa e dopo essersi girato e rigirato nel letto la
stanchezza prese il sopravvento.
“...I fanciulli gridando...
...e qua e là saltando,
fanno un lieto romore...”
Quando si svegliò capì che doveva essere quasi mezzogiorno dal
vociare dei “guaglioni” nella strada. Non era un lieto romore:
dalla finestra li mandò affanculo e si rimise a dormire.
Era pomeriggio inoltrato quando, sazio di sonno, si alzò.
La madre guardandolo distrattamente gli rivolse un :
“Ti si sosuto ? Bravo, accussì tuorne nata vota all’alba”
“Tengo famme” - disse lui - “ce sta quacche ccosa ?”
“Là, ‘o piatto cummugliato. Due maccaruni e’aiersera”
Mangiò con appettito la pasta cucinata la sera prima.
Bevendo una birra sulla porta di casa che dava sulla strada, vide
l’ombra di Rusinella proiettata sulla tenda che si preparava per i
clienti della notte. Era bella Rusinella. Non appena avrebbe fatto
il colpo (quella notte, quella notte avrebbe preso la refurtiva. Se
la sarebbero spartita e... ) si sarebbe potuto permettere una bella
scopata con Rusinella e poi se ne sarebbe andato.
“...onde, siccome suole,
ornare ella s’appresta
... il petto e il crine.”
Ancora quella vocina che si faceva sentire senza essere stata
interrogata.
Alle due precise Domenico era all’angolo della strada. Faceva freddo
ma era meno umido. Attese l’arrivo di Luigi e Antonio. Non conosceva
lo scantinato dove avevano nascosto il bottino.
Per prendere calore passeggiava senza sosta sul marciapiedi.
Di nuovo la memoria lo fece andare indietro nel tempo.
Questa volta era la voce dell’insegnante che era tosta, astuta; gli
aveva consigliato di cambiare strada, di rimettersi in carreggiata:
lui poteva farcela se lo avesse voluto. Era in tempo e poi lei lo
sapeva che almeno un paio di poesie era in grado di dirle, lo sapeva
anche se lui aveva sempre rifiutato di dimostrarlo.
Quel giorno Domenico la mandò affanculo.
Luigi e Antonio erano ben più in gamba. Luigi aveva un macchinone da
quando si era messo in proprio e aveva chiesto proprio a lui di
affiancarlo. Quella proposta lo aveva riempito di orgoglio. Ma c’era
un patto: non doveva fare il leccaculo, doveva dimostrare di essere
più forte e non poteva certo mettersi a fare i compiti e fare la
figura do’ cane ‘e pecora.
Erano le tre e di Luigi ed Antonio neanche l’ombra. L’agitazione
iniziò a fargli sudare le mani e un pensiero scomodo cominciò a
farsi strada.
Con la voce della prof., gli ultimi versi della poesia che, a poco a
poco, si era insinuata come un tarlo dalla notte prima
“Godi, fanciullo mio ; stato soave,
stagion lieta è codesta.”
I suoi diciassette anni.
Si rivide in aula. E questa volta era in piedi, al lato della
cattedra e recitava tutte le poesie che suo malgrado aveva mandato a
memoria.
Bando alla sua smania di ricchezza, via libera al
desiderio di lasciare questa città di merda.
Questo, Luigi e Antonio non lo sapevano. Ma dopo quella sera, lui,
sarebbe partito.
Avrebbe trovato un lavoro pulito.
“Altro dirti non vo’, ma la tua festa
ch’anco tardi a venir non ti sia grave.”
© Stefania Pagano
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