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Sandra Cervone, poesia,narrativa

FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

NARRATIVA / SANDRA CERVONE

FIABA DOLENTE

Correvo alla tua riva, tutte le volte che la voce del vento m'indicava una rotta possibile. Correvo a piedi nudi, sulle rotaie infuocate dal primo sole della ritrovata primavera... Correvo, generosa e pura, a donarti di me la mano e la vita. Sulle ali d'un gabbiano vagabondo spiavo del tempo l'evolversi, implorando le ninfe dei boschi di coprire al mondo ogni assenza improvvisa... Poi, dai rovi degli intrigati incubi, raggiungevo il tuo sogno, accarezzando la solitudine birichina, la paura regina, la certezza messa all'angolo remoto dei sospetti... Non avevo né forma, né titolo, né rima per un amore che nasceva come scarabocchio sulla tela abbandonata dell'artista ubriacone... Avevo solo occhi e baci, un gruzzolo di ricordi e sette desideri da regalarti. Avevo freddo ai pensieri e caldo alle punte dei piedi ballerini. Correvo su sassi e su spiagge, su onde e su scogli, su fiori e su foglie... Da te: mio unico bene, per sussurrarti un pò di silenzio e un pizzico d'ardore. Poi,però... ho sbagliato la strada segnata dai chicchi di grano, ho bendato la terza luna d'aprile e, a maggio, la neve s'era sciolta per sempre, sotto la zappa d'un mago testardo! Nessuno dei tuoi sogni mi volle accogliere, ferita e gemente! Piansi petali bianchi striati d'azzurro e di viola. Mi lasciasti sulla spiaggia del "prima", legata al monte del "poi". Non so più correre, né rimedio più quelle ali...
Solo la lingua viaggia ancora, da sola, fra ciglia di cielo e spicchi di luce.
E non t'incontro. Perché tu non sai più leggere.


LA STELLA

Lui le teneva distrattamente la mano la sera della sofferta confessione. Lei doveva dirgli che lo aveva tradito, o almeno così credeva, ma lo sguardo di Lui era perso nel vago della notte stellata.
“Mi ascolti insomma?”
“Mh”
“Tu mi stavi trascurando, io ti sentivo lontano…”
“Guarda quella stella…brilla più forte delle altre”.
Inutile insistere. Inutile perfino arrabbiarsi.
Si soffiò il naso, si strinse nel cappotto.
“Ma quale stella? Ehi! Dico a te”.
Lui prese a camminare, da solo.
Lei aveva il volto rigato di lacrime.
“Pensa alle stelle! Mio Dio! Lui pensa alle stelle!”
Restarono distanti per una buona mezz’ora. In silenzio.
Lei piangeva e tremava, negli occhi il pensiero dell’altro che la teneva stretta e la baciava con passione.
Lui guardava fisso quel cielo lontano, le mani in tasca, la mente vuota.
Poi, d’improvviso, si voltò a fissarla.
“Ci sei? Dai vieni qui, andiamo a casa…”
Lei gli si accoccolò contro e lo strinse forte, più forte che poteva.
Lui le cinse le spalle e le baciò la fronte.
“Non voglio sapere nulla –mormorò- tu sei tu e basta”.
“Ma io…”
Le chiuse le labbra con un bacio poi tenendola stretta disse piano: “Non importa. Non preoccuparti”.
“Ma io sono stata con…”
“Ed io…io…io…”
Non finì la frase, si accasciò contro un muro e pianse.
“Non fare così…ti prego”
Prese a correre lontano, lontano, lontano…

Lei lo rivide soltanto un anno e quattro mesi più tardi. Aveva la mascherina dell’ossigeno e giaceva in un letto d’ospedale.
Neppure sembrava riconoscerla.
“Mio Dio! Dovevi dirmelo!” ripeteva Lei affranta dal dolore “Cavolo se dovevi dirmelo!”
Gli occhi grigi di Lui scrutavano il soffitto bianco della cameretta, il respiro usciva a fatica, le labbra screpolate dal male terribile.
“Non mi lasciare!”
Lo sguardo su di lei la fece trasalire.
“Reagisci amore!Reagisci per me!”
Il corpo livido ebbe un sussulto. Poi un altro. Poi un altro…
“Dio mio! Aiutatemi!”
Fece per voltarsi ma sentì la sua mano in quella gelida di lui.
Lo guardò con tutto l’amore possibile…
“Resto qua, amore, sono con te”.
“Io…io…io…”
“Non ti preoccupare, stai tranquillo…”
“Ti amo. Io ti a—mo”
“Si, per sempre, per sempre…”
“Guarda sempre il cielo. Io sarò la stella che brilla, la tua stella…”
Chinò il capo. Si spense alla vita.
Aggrappato all’unico amore che aveva veramente condiviso.

Lei guardava distrattamente una tomba disadorna raffigurata in un grande quadro la notte della difficile confessione.
Lui voleva chiederle perdono per quello che le aveva fatto ma non riusciva a catturare la sua attenzione.
“Ascolta… Non è colpa tua, sono io che…”
Ma non riusciva ad andare avanti, a dirle che se l’aveva tradita era solo perché si era sentito trascurato, perché lei era come spenta, appassita…
“Non avrei mai creduto di doverti confessare una cosa così brutta…”
Era stato a letto con un’altra, con la sua segretaria, senza neppure esserne realmente attratto…
“Potevo non dirtelo, sai? Ma voglio farlo…”
Eppure Lei non dava peso alle sue parole, restava immobile, serena, come inanimata.
Poi, d’improvviso, corse alla finestra e guardò fuori.
“Vedi quella stella? E’ sempre la più luminosa…ed è la mia”.
“Ma che dici? Dai, ascoltami: voglio dirtelo, devo farlo, ti prego!”
“Non devi dirmi nulla. Tu sei tu e questo basta. Vieni, andiamo fuori,voglio contare le stelle per l’intera notte”.
Lui la guardò come inebetito. Poi la seguì tenendole la mano.
Era lei che voleva, ne era consapevole, e stretto a lei pianse come non aveva mai fatto, dimenticando persino il motivo del suo immenso dolore.
Lei lo teneva stretto nella notte e guardava la sua stella, la più luminosa, la più bella e lontana.
“Tu sei tu e sei qui. Questo mi basta”.
Si baciarono un’infinità di volte e non ebbero davvero più bisogno di parole.

© Sandra Cervone

 

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