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FIABA DOLENTE
Correvo alla tua riva, tutte le volte che la voce del vento
m'indicava una rotta possibile. Correvo a piedi nudi, sulle rotaie
infuocate dal primo sole della ritrovata primavera... Correvo,
generosa e pura, a donarti di me la mano e la vita. Sulle ali d'un
gabbiano vagabondo spiavo del tempo l'evolversi, implorando le ninfe
dei boschi di coprire al mondo ogni assenza improvvisa... Poi, dai
rovi degli intrigati incubi, raggiungevo il tuo sogno, accarezzando
la solitudine birichina, la paura regina, la certezza messa
all'angolo remoto dei sospetti... Non avevo né forma, né titolo, né
rima per un amore che nasceva come scarabocchio sulla tela
abbandonata dell'artista ubriacone... Avevo solo occhi e baci, un
gruzzolo di ricordi e sette desideri da regalarti. Avevo freddo ai
pensieri e caldo alle punte dei piedi ballerini. Correvo su sassi e
su spiagge, su onde e su scogli, su fiori e su foglie... Da te: mio
unico bene, per sussurrarti un pò di silenzio e un pizzico d'ardore.
Poi,però... ho sbagliato la strada segnata dai chicchi di grano, ho
bendato la terza luna d'aprile e, a maggio, la neve s'era sciolta
per sempre, sotto la zappa d'un mago testardo! Nessuno dei tuoi
sogni mi volle accogliere, ferita e gemente! Piansi petali bianchi
striati d'azzurro e di viola. Mi lasciasti sulla spiaggia del
"prima", legata al monte del "poi". Non so più correre, né rimedio
più quelle ali...
Solo la lingua viaggia ancora, da sola, fra ciglia di cielo e
spicchi di luce.
E non t'incontro. Perché tu non sai più leggere.
LA STELLA
Lui le teneva distrattamente la mano la sera della sofferta
confessione. Lei doveva dirgli che lo aveva tradito, o almeno così
credeva, ma lo sguardo di Lui era perso nel vago della notte
stellata.
“Mi ascolti insomma?”
“Mh”
“Tu mi stavi trascurando, io ti sentivo lontano…”
“Guarda quella stella…brilla più forte delle altre”.
Inutile insistere. Inutile perfino arrabbiarsi.
Si soffiò il naso, si strinse nel cappotto.
“Ma quale stella? Ehi! Dico a te”.
Lui prese a camminare, da solo.
Lei aveva il volto rigato di lacrime.
“Pensa alle stelle! Mio Dio! Lui pensa alle stelle!”
Restarono distanti per una buona mezz’ora. In silenzio.
Lei piangeva e tremava, negli occhi il pensiero dell’altro che la
teneva stretta e la baciava con passione.
Lui guardava fisso quel cielo lontano, le mani in tasca, la mente
vuota.
Poi, d’improvviso, si voltò a fissarla.
“Ci sei? Dai vieni qui, andiamo a casa…”
Lei gli si accoccolò contro e lo strinse forte, più forte che
poteva.
Lui le cinse le spalle e le baciò la fronte.
“Non voglio sapere nulla –mormorò- tu sei tu e basta”.
“Ma io…”
Le chiuse le labbra con un bacio poi tenendola stretta disse piano:
“Non importa. Non preoccuparti”.
“Ma io sono stata con…”
“Ed io…io…io…”
Non finì la frase, si accasciò contro un muro e pianse.
“Non fare così…ti prego”
Prese a correre lontano, lontano, lontano…
Lei lo rivide soltanto un anno e quattro mesi più tardi. Aveva la
mascherina dell’ossigeno e giaceva in un letto d’ospedale.
Neppure sembrava riconoscerla.
“Mio Dio! Dovevi dirmelo!” ripeteva Lei affranta dal dolore “Cavolo
se dovevi dirmelo!”
Gli occhi grigi di Lui scrutavano il soffitto bianco della
cameretta, il respiro usciva a fatica, le labbra screpolate dal male
terribile.
“Non mi lasciare!”
Lo sguardo su di lei la fece trasalire.
“Reagisci amore!Reagisci per me!”
Il corpo livido ebbe un sussulto. Poi un altro. Poi un altro…
“Dio mio! Aiutatemi!”
Fece per voltarsi ma sentì la sua mano in quella gelida di lui.
Lo guardò con tutto l’amore possibile…
“Resto qua, amore, sono con te”.
“Io…io…io…”
“Non ti preoccupare, stai tranquillo…”
“Ti amo. Io ti a—mo”
“Si, per sempre, per sempre…”
“Guarda sempre il cielo. Io sarò la stella che brilla, la tua
stella…”
Chinò il capo. Si spense alla vita.
Aggrappato all’unico amore che aveva veramente condiviso.
Lei guardava distrattamente una tomba disadorna raffigurata in un
grande quadro la notte della difficile confessione.
Lui voleva chiederle perdono per quello che le aveva fatto ma non
riusciva a catturare la sua attenzione.
“Ascolta… Non è colpa tua, sono io che…”
Ma non riusciva ad andare avanti, a dirle che se l’aveva tradita era
solo perché si era sentito trascurato, perché lei era come spenta,
appassita…
“Non avrei mai creduto di doverti confessare una cosa così brutta…”
Era stato a letto con un’altra, con la sua segretaria, senza neppure
esserne realmente attratto…
“Potevo non dirtelo, sai? Ma voglio farlo…”
Eppure Lei non dava peso alle sue parole, restava immobile, serena,
come inanimata.
Poi, d’improvviso, corse alla finestra e guardò fuori.
“Vedi quella stella? E’ sempre la più luminosa…ed è la mia”.
“Ma che dici? Dai, ascoltami: voglio dirtelo, devo farlo, ti prego!”
“Non devi dirmi nulla. Tu sei tu e questo basta. Vieni, andiamo
fuori,voglio contare le stelle per l’intera notte”.
Lui la guardò come inebetito. Poi la seguì tenendole la mano.
Era lei che voleva, ne era consapevole, e stretto a lei pianse come
non aveva mai fatto, dimenticando persino il motivo del suo immenso
dolore.
Lei lo teneva stretto nella notte e guardava la sua stella, la più
luminosa, la più bella e lontana.
“Tu sei tu e sei qui. Questo mi basta”.
Si baciarono un’infinità di volte e non ebbero davvero più bisogno
di parole.
© Sandra Cervone
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