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Dalla
seconda parte, cap. 1
E viene l’alba. Ci accontentiamo di una luce tiepida, la notte ci ha
disorientati internamente. Non ho voglia di alzarmi, ma il mare si
ripete sulla spiaggia e senza più mistero. Vedo sassolini e
conchiglie rastremare la battigia. Qualche vacanziere cammina sul
bordo delle onde. Mischio nel naso l’aria salmastra all’odore di
birra che esala dalla mia bocca. Cerco Liza ma non c’è, forse non
c’è mai stata, neppure la sera. Ero troppo fatto per capire. Ci sono
momenti in cui non capisco neppure come ho potuto amare Dio. I segni
della croce avevano scavato sulla mia fronte un solco insensato, le
mie ginocchia avevano calli inutili, la memoria si era impasticcata
di preghiere.
Finalmente ho la forza di alzarmi e di uscire sulla spiaggia. Giro
intorno al bungalow e trovo Liza che prende il sole. Appena mi vede
mi sorride. Ha il costume azzurro, con il gonnellino. Tutti i suoi
costumi hanno il gonnellino, ovviamente. È una ragazza bellissima,
io non vedo la sua diversità, mentre anche un ceco riconosce, in
quel nudo signore bianchiccio e allampanato che io sono, un prete.
Ho la messa sul costato, le candele sulla schiena, sono un morto che
si è seppellito rivestendosi di preghiere.
“Andiamo a fare il bagno?”
“E se ci vedono?”
“Dici che ci cercano ancora?”
“Sí”. Abbasso la testa, felice. Lei mi scorge un sorriso, si alza e
mi corre incontro, io che scappo per finta e ci rotoliamo sulla
sabbia. Dio, perché mi hai tenuto lontano da questo?
Soltanto una volta, da giovane, feci l’amore. Si chiamava Anna la
ragazza, lo stesso nome di mia madre. Aveva la vitalità del dolore,
il gonfiore del seno indicava un cuore possente, la vita era
fragile, stretti i fianchi. Fuggii da quella passione che
s’inerpicava sulle mie costole – ero composto di poltiglia, per lo
sputo di un diavolo. Sapete, come quando ci si sente sporchi ad
essere felici, perché ci hanno dato dentro con la morale, i nostri
genitori ad esserne ciuchi, a volte, perché è una disgrazia anche
inseguire la perfezione.
Anna mi aveva inseguito fin dentro il seminario, aveva la truppa
delle sue emozioni e me la sbatteva sulle ostie, mentre io dicevo...
non so cosa dicessi... mentre lei mi chiedeva come stavo, se avevo
la sua stessa fatica a rinunciare a noi, lei si dava da fare, con i
malati, i terremotati, c’era stato un terremoto, non grave, ma tanti
sfollati avevano bisogno del suo aiuto, e io m’ero chiuso in
seminario, buttava a terra tutte le mie certezze, stupide certezze,
non potevo amarla, ah sì, le dissi sì e non c’entrava, era per farla
sazia, per liberarmene.
Con lei il sesso era stato un bisogno di conoscenza, la cavia, la
cavia Anna si inoculano molte dosi di dolore quando si è acerbi, ma
a volte anche dopo, con una maturità insana. Bisogna vedere se vi
attecchisce ancora, dopo, la stronzaggine; nelle donne si è fatta la
pelliccia per l’amore, imparano presto a gestirselo, a gestire gli
stronzi, non ci sarebbe stato posto per un’altra donna nel mio
guardaroba, l’avrei capito che l’età conta molto quando non si vive
che per l’amore, ragazze che vanno per le strade a farsi adocchiare,
che pensano quotidianamente al principe azzurro, che poi se non è
azzurro e nemmeno principe poco importa, almeno quando si è
inesperte. Vogliono la gloria di una conquista e quindi la pagano
per sempre. E i maschietti tardivi ci rimettono cuore, palle e
portafoglio quando inciampano su quella pelliccia. Ci vuole allora
molto orgoglio e una tanica in cui versare le lacrime di nascosto.
Con quella tanica avevo incocciato Liza, non troppo adulta da essere
corazzata, non troppo donna da essere femmina. Le mie lacrime me le
aveva trafugate Dio, però. Perché Dio sa stare a suo posto, dove ce
lo mettiamo insomma, ma lo manovrano le nostre angosce, lo vestiamo
come un despota che conosce i lineamenti del peccato, lo
programmiamo come un computer e poi ci rimettiamo al suo esame, con
la frusta pronta sulle nostre natiche, credo che ci sia una specia
di masochismo, ma comunque, a farla breve, Dio ci fa rigare dritto,
è solo che, alla fine, non è che andare dritti si finisce poi tanto
bene, la geometria euclidea è acqua passata.
Dopo qualche tentativo, Anna si rassegnò. Aveva concesso la propria
verginità ad un futuro prete e tutto finiva lì. In fondo l’aver
gareggiato con Dio avrebbe rappresentato una giustificazione alla
propria stupidità.
Ma, per Giuseppe, non finiva niente. Assaporato l’amore, anche se lì
per lì non ne era stato entusiasta per via delle reminiscenze, la
tentazione, svaccata sul rimorso, non lo avrebbe mai più
abbandonato.
Liza accoglieva ora l’esito delle turbolenze. Lo sfogo di Giuseppe
la colmava. [...]
© Roberto
Bertoldo, da "Ladyboy"
Il libro
“Ladyboy” racconta l’amore
tra un prete e una giovanissima trans, una sorta di Lolita dei
nostri tempi, rappresentando i risvolti più intimi
dell’emarginazione e denunciando la fabbrica e la tratta degli
uomini-donna.
L'Autore
Roberto Bertoldo ha scritto libri
di poesia, di narrativa e di filosofia. Tra le sue pubblicazioni, i
romanzi “Lucifero di Wittenberg – Anschluss” (1998), “Anche gli
ebrei sono cattivi” (2002), “L’infame” (2009), “Ladyboy” (2009); i
saggi “Nullismo e letteratura” (1998), “Principi di fenomenognomica”
(2003), “Sui fondamenti dell’amore” (2006), “Anarchismo senza
anarchia” (2009); i libri di poesie “Il calvario delle gru” (2000),
“L’archivio delle bestemmie” (2006).
Roberto Bertoldo,
L'archivio delle bestemmie
(poesie)
Roberto Bertoldo,
Anarchismo senza anarchia (saggio) Roberto
Bertoldo,
Sui fondamenti dell'amore (saggio)
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