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Reno Bromuro

FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

NARRATIVA / RENO BROMURO


Le ali dell'anima

Reno Bromuro
LE ALI DELL'ANIMA - romanzo
Prefazione di Paolo Ragni
Edarc Edizioni - ISBN 978-88-86428-32-3 - pp. 256, € 15,00

Per ordinare il libro:
- Edarc Editore, Firenze - www.edarc.it - edarc@edarc.it
- Reno Bromuro <renobromuro3@tin.it>

Alcuni estratti

[...]
Si era stupita del tono e lo aveva guardato meravigliata. Poi gli aveva lanciato uno sguardo di commiserazione e si era avviata all'uscita, seguita da Diego.
La sera era mite. Aveva respirato avidamente l'aria pura della notte: un balsamo dopo il fumo respirato nella sala.
- Che notte stupenda! - Aveva esclamato, guardando il cielo arabescato e il mare calmo. Il pensiero era corso subito a Giovanni, così gentile, durante un ricevimento culturale; bello, delicato ed elegante nell'abito di lino color sabbia.
Erano giunti al parcheggio, aveva aperto la portiera dell'auto.
- Mi indichi la strada? - Aveva domandato a Diego.
- Puoi prendere quella sterrata a destra, è meno comoda ma più corta.
- La preferirei più lunga, ma sicura e senza buche possibilmente...
- Invece prenderemo quella sterrata - l'aveva interrotta il ragazzo - così potrò stare più a lungo con te.
- Vado via da sola. - Aveva replicato, con tono deciso.
- Non sia mai detto. Ti accompagno. - Aveva detto Diego, infilandosi nell'automobile, dalla parte del guidatore. - Voglio stare con te.
- Ella aveva sorriso, ma anche avvertito un fiume gelato correrle dietro la schiena e un vuoto vertiginoso nel cuore...
- Guido io! - Aveva detto Diego con tono perentorio.
- La macchina è mia! - Aveva replicato energicamente, ma l'auto ormai camminava.

[...]

Il camerone era una distesa di neve sulla terra bruna, di cui non si vedeva la fine: si perdeva in fondo alla corsia, come una linea indistinta dell'orizzonte. Un grande mare bianco e marrone di coperte, lenzuola, federe e sotto corpi in tutte le posizioni, davano la sensazione di trovarsi nei cerchi vorticosi dell'Inferno dantesco.
Giovanni stava immobile con gli occhi spalancati, fissi al soffitto, le braccia inerti sopra la coperta. Gli prese il polso.
- Non dormo. E' tanto tempo che non dormo più, di notte.
- Ieri hai dormito tanto!
- Colpa dei sedativi.
- Come ti senti?
- Tu che ne dici?
- Guarirai.
- Quando ritornerò a casa, come farò? Credi che sarò capace di scrivere ancora?
- Scriverai.
- Dimmi la verità, perché se non ci riuscirò... Non voglio veder trascorrere il tempo senza misura, come il lento fluire nero dentro il quale non si vede né inizio, né fine.
- Se starai calmo...
- Sono calmo.
- Non mi hai detto perché non riuscivi più a dormire? - Domandò con dolcezza, accarezzandogli le mani, prima una poi l'altra. Lui non rispose. Allora fu lei a raccontare. Gli parlò delle sensazioni provate quando aveva visto quel giovane al pronto soccorso ed anche di come si era dimenticata persino di suo figlio, così presa e coinvolta per quanto gli era accaduto.
Lui la guardò e la vide irraggiungibile. Ciò significava che era finito, tutto finito. E lui? Povero sciocco si era tormentato per anni, mentre lei... Quindi tutto ciò che aveva toccato, tutto quanto aveva pensato, che aveva ideato durante la sua esistenza era stato portato via da qualcun'altro?! Quale destino regnava su lui?

[...]

Autostrada del sole. Un uomo di mezza età, maglietta che una volta doveva essere stata di colore blu e calzoncini di una tinta indefinibile, sopra una carrozzina ortopedica mostra, ben visibile, un pezzo di cartone su cui è scritto a caratteri che denotano la mano di un conoscitore della grafica: “Famme turnà a Napule, pe' piacere” (fammi ritornare a Napoli, per piacere) è fermo all'inizio delle scale che portano all'ingresso dell’Autogrill. Una donna, entrando nel locale si ferma un attimo, poi entra. All’uscita dal bar fa lo stesso, ma subito si avvia all'automobile. Mette in moto. Ci ripensa, spegne il motore e, decisa va verso l’uomo.
- Ti porto a Napoli, ma ad un patto... - dice la donna. Non riesce ad aggiungere altro che una scarica di parole la investe.
- C’aggie fa? Dimme che vuò che t’ ‘a faccio. ‘Mpurtante è che arrivo a Napule, che po' te faccio pur’’o servo: te lavo `a machina, te porto `e bagagli... (Che devo fare? Dimmi che cosa vuoi che te lo faccio. Importante è che arrivo a Napoli. Che poi ti faccio pure il servo: ti lavo la macchina, ti porto i bagagli…)
- Calma. - L'interrompe la donna. - Devo rimanere a Napoli una quindicina di giorni e vorrei mi facessi da cicerone...
- Ma tutto quello che vuo' - Dice l’uomo e corre, per modo di dire, verso l’auto della signora, senza aggiungere altro.
Appena immessi sulla carreggiata dell'autostrada, l’uomo dopo essersi accomodato bene sul sedile regolabile, chiude gli occhi e comincia a parlare, come se vedesse veramente, i luoghi di cui parla.
- Sono quindici anni che manco da Napoli. Quindici anni che mi porto negli occhi le bellissime immagini del Presepio, nel convento dei Frati Minori (ex Monastero di Santa Chiara), uno dei più caratteristici del ‘700 napoletano; il quale eccelle in questo genere e le numerose statuine compongono le più belle scene popolari di un vivace realismo. La Pudicizia, una statua incantevole, opera di Antonio Corradini scolpita nel 1751 in memoria di Cecilia Gaetani, madre di Raimondo di Sangro, completamente velata, eccetto alle mani e ai piedi. La bellissima cappella Sansevero, voluta da Francesco di Sangro come tempietto sepolcrale della famiglia e il Cristo velato, scolpito dal Sammartino sono solo due delle statue che fanno considerare la cappella stessa, un vero e proprio museo della scultura napoletana del Settecento.
Una cosa sconcertante - riprende dopo un profondo respiro - è la sacrestia della cappella, che desta interesse per una coppia di corpi "mummificati”. Il popolo racconta (Voce di popolo, verità di storia, dice un proverbio partenopeo) che, la visione delle Interiora, dei nervi, delle arterie e delle fasce muscolari dei due corpi mummificati sia dovuta agli esperimenti che Raimondo Di Sangro faceva con Giuseppe Salerno e che, intervenivano direttamente quando il mummificante era ancora in vita. Ma, ripeto, è soltanto voce di popolo, nulla è certificato.

© Reno Bromuro,
da ”Le ali dell'anima”

Il libro

«Reno Bromuro giunge al travaglio dell’espressione artistica solo per interiore coercizione: né ozi, in effetti, né facilità di esistenza né tranquillità di ambiente sono nella sua vita o vi sono in quantità tale da consentire a lui quegli abbandoni spirituali e verbali che caratterizzano l’arte cosiddetta “fiore di serra”. Mancano, perciò, in queste pagine sintesi quintessenziali e lagrime di alambicchi: come quelle di un famoso poeta antico, essa sanno d’uomo, hominem sapiunt» (Enzo V. Marmorale).

Senza retorica, “Le ali dell’anima” fa riflettere che molte volte la nostra vita può rimanere inautentica, persa dietro a un’infinità di discorsi, di retorica e di parole, persa dietro a un’infinità di gesti, fosse anche tra i più cari e mossi da tenerezza, affetto, considerazione. C’è sempre qualcosa che sfugge alla comprensione – pare dirci Bromuro - e tutti i punti di osservazione sono sempre incompleti, parziali, viziati da faziosità o da un cammino percorso che guarda all’indietro.
(…) Io credo che questo grande romanzo sia un inno all’indipendenza, alla libertà, talvolta anche sopra alle singole manifestazioni di amore che ci vengono tributate: perché amore senza libertà non può esistere, e pare che nessuno riesca a capire bene questa semplice verità: è cosa del resto comprensibile, visti gli innumerevoli impegni che la vita ci fa assumere…» (Paolo Ragni, dalla Prefazione).

«L’intero romanzo, si tinge d’arte pagina dopo pagina, verso dopo verso.
Se ne assapora l’affetto e l’amore per la propria terra d’origine, in una frase d’enorme forza e commozione “Famme turnà a Napule, pe’ piacere” nel racconto di un Giovanni “cicerone” che spiega e racconta la storia ed i segreti di un’incantevole Napoli. (…)
A cui poi succedono i vent’anni di auto-esilio che lo stesso personaggio si è imposto, nella speranza di poter riuscire a trovare in un posto asettico ai suoi ricordi “Patrasso” il senso della sua vita.
La fine del libro con gli innumerevoli suoi colpi di scena, la lascio scoprire volutamente al lettore… (…) Ritengo che questo libro, possa dare un forte abbraccio a tutti quegli artisti figli della solitaria arte, incitandoli a lottare sempre e comunque per quegli ideali anche a proprio discapito»  (Andye Hallen)

«L’autore con una scrittura scorrevole, facile, assai curata, ci conduce per mano, sia in presa diretta sia attraverso numerosi flash beck, a percorrere la vita di Giovanni, uno scrittore sempre in altalena fra le responsabilità sociali, familiari, personali e i sogni che lo aiutano a superare le tristezze e le asperità di una dura realtà, il tutto legato insieme dal file rouge dell’amore che alla fine è la salvezza» (Diana Moscatelli)

«Ogni pagina è un dipinto che trascina, incuriosisce, coinvolge totalmente il lettore, lo introduce nella storia dei personaggi con piacevolezza e trasporto, regala immagini che si susseguono in sequenze armoniche ed energiche, senza eccessi.
Un romanzo che sottolinea la bivalenza di figure così diverse, lontane e nello stesso tempo vicine.
Giovanni personaggio cui manca quella figura che riesca a cogliere la sensibilità poetica e artistica di cui è figlio. Uomo cresciuto in fretta immerso nelle enormi difficoltà che la vita di tutti i giorni pone come continue risoluzioni a problemi.
Sognatore che abbraccia e sposa l’arte unica forma d’amore che riesce a regalargli ali per volare sopra illusioni e realtà. Bambino che si ritrova ancor più bambino quando le sue giornate s’intrecciano alla purezza delle espressioni, del piccolo personaggio all’interno del libro, figura e portavoce di ricordi. Il sogno della madre, fa dire a Giovanni: “l’anima tua ha le ali con tante cicatrici, profonde che credevo rimarginate”» (Eleonora Ruffo Giordani)

Note biografiche di Reno Bromuro

Reno Bromuro scrittore, regista, attore e giornalista nato a Paduli (provincia di Benevento) debutta in teatro con un atto unico «Pascalino ‘o piscatore», nel 1953, in cui affronta il problema degli invalidi permanenti di guerra e, per la prima volta, l’esperienza del teatro che amalgami parola – gesto - suono in contrapposizione alla tradizionalità del teatro italiano.
Nel 1957 fonda a Napoli il «Centro Sperimentale di Ricerca per un Teatro Neorealista», manifestandola nel dramma «Il vaso dei sogni perduti» rappresentato dal 13 dicembre dello stesso anno al Teatro Bracco. Nel 1970, fonda a Roma la Compagnia di Prosa «I Corinti» con la quale, rappresenta nei teatri De’ Satiri, delle Muse, de’ Servi un dramma sui pericoli della droga dal titolo «...Quella Maledetta...» in cui i segni fondamentali parola –suono – gesto - illuminazione sono tutt’uno con l’azione teatrale, che tende a sviluppare nello spettatore l’immaginazione della scenografia e del luogo di azione. Per la prima volta, lo spettatore è chiamato anche a «scrivere» ogni sera, il finale dell’opera. Nasceva il «Teatro dell’Immagine o dell’ Immaginazione». Dal 1986 continua la sua ricerca teatrale, con i giovanissimi della Scuola Media Statale San Giorgio di Fregene, Torrimpietra, La Rustica fondata sulla teoria del Teatro povero grotowskiano.


Interventi critici di Reno Bromuro:
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FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.