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Reno Bromuro
LE ALI DELL'ANIMA - romanzo
Prefazione di Paolo Ragni
Edarc Edizioni - ISBN 978-88-86428-32-3 - pp. 256, € 15,00
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Alcuni estratti
[...]
Si era stupita del tono e lo aveva guardato meravigliata. Poi gli
aveva lanciato uno sguardo di commiserazione e si era avviata
all'uscita, seguita da Diego.
La sera era mite. Aveva respirato avidamente l'aria pura della
notte: un balsamo dopo il fumo respirato nella sala.
- Che notte stupenda! - Aveva esclamato, guardando il cielo
arabescato e il mare calmo. Il pensiero era corso subito a Giovanni,
così gentile, durante un ricevimento culturale; bello, delicato ed
elegante nell'abito di lino color sabbia.
Erano giunti al parcheggio, aveva aperto la portiera dell'auto.
- Mi indichi la strada? - Aveva domandato a Diego.
- Puoi prendere quella sterrata a destra, è meno comoda ma più
corta.
- La preferirei più lunga, ma sicura e senza buche possibilmente...
- Invece prenderemo quella sterrata - l'aveva interrotta il ragazzo
- così potrò stare più a lungo con te.
- Vado via da sola. - Aveva replicato, con tono deciso.
- Non sia mai detto. Ti accompagno. - Aveva detto Diego, infilandosi
nell'automobile, dalla parte del guidatore. - Voglio stare con te.
- Ella aveva sorriso, ma anche avvertito un fiume gelato correrle
dietro la schiena e un vuoto vertiginoso nel cuore...
- Guido io! - Aveva detto Diego con tono perentorio.
- La macchina è mia! - Aveva replicato energicamente, ma l'auto
ormai camminava.
[...]
Il camerone era una distesa di neve sulla terra bruna, di cui non si
vedeva la fine: si perdeva in fondo alla corsia, come una linea
indistinta dell'orizzonte. Un grande mare bianco e marrone di
coperte, lenzuola, federe e sotto corpi in tutte le posizioni,
davano la sensazione di trovarsi nei cerchi vorticosi dell'Inferno
dantesco.
Giovanni stava immobile con gli occhi spalancati, fissi al soffitto,
le braccia inerti sopra la coperta. Gli prese il polso.
- Non dormo. E' tanto tempo che non dormo più, di notte.
- Ieri hai dormito tanto!
- Colpa dei sedativi.
- Come ti senti?
- Tu che ne dici?
- Guarirai.
- Quando ritornerò a casa, come farò? Credi che sarò capace di
scrivere ancora?
- Scriverai.
- Dimmi la verità, perché se non ci riuscirò... Non voglio veder
trascorrere il tempo senza misura, come il lento fluire nero dentro
il quale non si vede né inizio, né fine.
- Se starai calmo...
- Sono calmo.
- Non mi hai detto perché non riuscivi più a dormire? - Domandò con
dolcezza, accarezzandogli le mani, prima una poi l'altra. Lui non
rispose. Allora fu lei a raccontare. Gli parlò delle sensazioni
provate quando aveva visto quel giovane al pronto soccorso ed anche
di come si era dimenticata persino di suo figlio, così presa e
coinvolta per quanto gli era accaduto.
Lui la guardò e la vide irraggiungibile. Ciò significava che era
finito, tutto finito. E lui? Povero sciocco si era tormentato per
anni, mentre lei... Quindi tutto ciò che aveva toccato, tutto quanto
aveva pensato, che aveva ideato durante la sua esistenza era stato
portato via da qualcun'altro?! Quale destino regnava su lui?
[...]
Autostrada del sole. Un uomo di mezza età, maglietta che una volta
doveva essere stata di colore blu e calzoncini di una tinta
indefinibile, sopra una carrozzina ortopedica mostra, ben visibile,
un pezzo di cartone su cui è scritto a caratteri che denotano la
mano di un conoscitore della grafica: “Famme turnà a Napule, pe'
piacere” (fammi ritornare a Napoli, per piacere) è fermo all'inizio
delle scale che portano all'ingresso dell’Autogrill. Una donna,
entrando nel locale si ferma un attimo, poi entra. All’uscita dal
bar fa lo stesso, ma subito si avvia all'automobile. Mette in moto.
Ci ripensa, spegne il motore e, decisa va verso l’uomo.
- Ti porto a Napoli, ma ad un patto... - dice la donna. Non riesce
ad aggiungere altro che una scarica di parole la investe.
- C’aggie fa? Dimme che vuò che t’ ‘a faccio. ‘Mpurtante è che
arrivo a Napule, che po' te faccio pur’’o servo: te lavo `a machina,
te porto `e bagagli... (Che devo fare? Dimmi che cosa vuoi che te lo
faccio. Importante è che arrivo a Napoli. Che poi ti faccio pure il
servo: ti lavo la macchina, ti porto i bagagli…)
- Calma. - L'interrompe la donna. - Devo rimanere a Napoli una
quindicina di giorni e vorrei mi facessi da cicerone...
- Ma tutto quello che vuo' - Dice l’uomo e corre, per modo di dire,
verso l’auto della signora, senza aggiungere altro.
Appena immessi sulla carreggiata dell'autostrada, l’uomo dopo
essersi accomodato bene sul sedile regolabile, chiude gli occhi e
comincia a parlare, come se vedesse veramente, i luoghi di cui
parla.
- Sono quindici anni che manco da Napoli. Quindici anni che mi porto
negli occhi le bellissime immagini del Presepio, nel convento dei
Frati Minori (ex Monastero di Santa Chiara), uno dei più
caratteristici del ‘700 napoletano; il quale eccelle in questo
genere e le numerose statuine compongono le più belle scene popolari
di un vivace realismo. La Pudicizia, una statua incantevole, opera
di Antonio Corradini scolpita nel 1751 in memoria di Cecilia
Gaetani, madre di Raimondo di Sangro, completamente velata, eccetto
alle mani e ai piedi. La bellissima cappella Sansevero, voluta da
Francesco di Sangro come tempietto sepolcrale della famiglia e il
Cristo velato, scolpito dal Sammartino sono solo due delle statue
che fanno considerare la cappella stessa, un vero e proprio museo
della scultura napoletana del Settecento.
Una cosa sconcertante - riprende dopo un profondo respiro - è la
sacrestia della cappella, che desta interesse per una coppia di
corpi "mummificati”. Il popolo racconta (Voce di popolo, verità di
storia, dice un proverbio partenopeo) che, la visione delle
Interiora, dei nervi, delle arterie e delle fasce muscolari dei due
corpi mummificati sia dovuta agli esperimenti che Raimondo Di Sangro
faceva con Giuseppe Salerno e che, intervenivano direttamente quando
il mummificante era ancora in vita. Ma, ripeto, è soltanto voce di
popolo, nulla è certificato.
© Reno Bromuro,
da ”Le ali dell'anima”
Il libro
«Reno Bromuro giunge al travaglio dell’espressione artistica solo
per interiore coercizione: né ozi, in effetti, né facilità di
esistenza né tranquillità di ambiente sono nella sua vita o vi sono
in quantità tale da consentire a lui quegli abbandoni spirituali e
verbali che caratterizzano l’arte cosiddetta “fiore di serra”.
Mancano, perciò, in queste pagine sintesi quintessenziali e lagrime
di alambicchi: come quelle di un famoso poeta antico, essa sanno
d’uomo, hominem sapiunt» (Enzo V. Marmorale).
Senza retorica, “Le ali dell’anima” fa riflettere che molte volte la
nostra vita può rimanere inautentica, persa dietro a un’infinità di
discorsi, di retorica e di parole, persa dietro a un’infinità di
gesti, fosse anche tra i più cari e mossi da tenerezza, affetto,
considerazione. C’è sempre qualcosa che sfugge alla comprensione –
pare dirci Bromuro - e tutti i punti di osservazione sono sempre
incompleti, parziali, viziati da faziosità o da un cammino percorso
che guarda all’indietro.
(…) Io credo che questo grande romanzo sia un inno all’indipendenza,
alla libertà, talvolta anche sopra alle singole manifestazioni di
amore che ci vengono tributate: perché amore senza libertà non può
esistere, e pare che nessuno riesca a capire bene questa semplice
verità: è cosa del resto comprensibile, visti gli innumerevoli
impegni che la vita ci fa assumere…» (Paolo Ragni, dalla
Prefazione).
«L’intero romanzo, si tinge d’arte pagina dopo pagina, verso dopo
verso.
Se ne assapora l’affetto e l’amore per la propria terra d’origine,
in una frase d’enorme forza e commozione “Famme turnà a Napule, pe’
piacere” nel racconto di un Giovanni “cicerone” che spiega e
racconta la storia ed i segreti di un’incantevole Napoli. (…)
A cui poi succedono i vent’anni di auto-esilio che lo stesso
personaggio si è imposto, nella speranza di poter riuscire a trovare
in un posto asettico ai suoi ricordi “Patrasso” il senso della sua vita.
La fine del libro con gli innumerevoli suoi colpi di scena, la
lascio scoprire volutamente al lettore… (…) Ritengo che questo
libro, possa dare un forte abbraccio a tutti quegli artisti figli
della solitaria arte, incitandoli a lottare sempre e comunque per
quegli ideali anche a proprio discapito» (Andye Hallen)
«L’autore con una scrittura scorrevole, facile, assai curata, ci
conduce per mano, sia in presa diretta sia attraverso numerosi flash
beck, a percorrere la vita di Giovanni, uno scrittore sempre in
altalena fra le responsabilità sociali, familiari, personali e i
sogni che lo aiutano a superare le tristezze e le asperità di una
dura realtà, il tutto legato insieme dal file rouge dell’amore che
alla fine è la salvezza» (Diana Moscatelli)
«Ogni pagina è un dipinto che trascina, incuriosisce, coinvolge
totalmente il lettore, lo introduce nella storia dei personaggi con
piacevolezza e trasporto, regala immagini che si susseguono in
sequenze armoniche ed energiche, senza eccessi.
Un romanzo che sottolinea la bivalenza di figure così diverse,
lontane e nello stesso tempo vicine.
Giovanni personaggio cui manca quella figura che riesca a cogliere
la sensibilità poetica e artistica di cui è figlio. Uomo cresciuto
in fretta immerso nelle enormi difficoltà che la vita di tutti i
giorni pone come continue risoluzioni a problemi.
Sognatore che abbraccia e sposa l’arte unica forma d’amore che
riesce a regalargli ali per volare sopra illusioni e realtà. Bambino
che si ritrova ancor più bambino quando le sue giornate
s’intrecciano alla purezza delle espressioni, del piccolo
personaggio all’interno del libro, figura e portavoce di ricordi. Il
sogno della madre, fa dire a Giovanni: “l’anima tua ha le ali con
tante cicatrici, profonde che credevo rimarginate”» (Eleonora Ruffo Giordani)
Note biografiche di
Reno Bromuro
Reno Bromuro scrittore, regista, attore e giornalista nato a Paduli
(provincia di Benevento) debutta in teatro con un atto unico
«Pascalino ‘o piscatore», nel 1953, in cui affronta il problema
degli invalidi permanenti di guerra e, per la prima volta,
l’esperienza del teatro che amalgami parola – gesto - suono in
contrapposizione alla tradizionalità del teatro italiano.
Nel 1957 fonda a Napoli il «Centro Sperimentale di Ricerca per un
Teatro Neorealista», manifestandola nel dramma «Il vaso dei sogni
perduti» rappresentato dal 13 dicembre dello stesso anno al Teatro
Bracco. Nel 1970, fonda a Roma la Compagnia di Prosa «I Corinti» con
la quale, rappresenta nei teatri De’ Satiri, delle Muse, de’ Servi
un dramma sui pericoli della droga dal titolo «...Quella
Maledetta...» in cui i segni fondamentali parola –suono – gesto -
illuminazione sono tutt’uno con l’azione teatrale, che tende a
sviluppare nello spettatore l’immaginazione della scenografia e del
luogo di azione. Per la prima volta, lo spettatore è chiamato anche
a «scrivere» ogni sera, il finale dell’opera. Nasceva il «Teatro
dell’Immagine o dell’ Immaginazione». Dal 1986 continua la sua
ricerca teatrale, con i giovanissimi della Scuola Media Statale
San Giorgio di Fregene, Torrimpietra, La Rustica fondata sulla
teoria del Teatro povero grotowskiano.
Interventi critici di Reno Bromuro:
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Gli echi s'incastrano con la Storia: Il mondo poetico di Franco Santamaria
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Tra Poesia e Pittura: Personale di Franco Santamaria
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Franco Santamaria e la parola musicale
- "Impronte
digitali sulla mia anima" di Marcella Boccia
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Baia giuliva” di Marcella Boccia |