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Cominciò con un giorno piuttosto freddo, era estate, probabilmente
l'inizio di autunno, autunno inoltrato - per essere quella stagione
tirava certo molto vento, molto. Il vento non si limitava a muovere
le nuvole, a portare via i gas di scarico delle automobili, a
dondolare i panni appesi ai fili ad asciugare; il vento agitava le
chiome dei sambuchi e dei cornioli, alleggeriva i dolori e i
pensieri, ci fece sentire la voglia di partire. L'itinerario fu
preparato in poco tempo. Difficile fu trovare il titolo. Infine
venne fuori: "Viaggio nelle Province Occidentali". A quel punto
rifacemmo l'itinerario, non aveva più alcun rapporto col titolo,
rimaneva però sempre il vento tra i sambuchi e i cornioli.
Quando la macchina fu caricata partimmo. Ricordo benissimo, eravamo
in quattro. Poteva anche darsi una cosa diversa, forse in qualche
modo viaggiavo da solo, ma eravamo comunque sempre quattro. Le
province occidentali si dimostrarono una provincia sola, forse
nessuna, forse erano tutte le terre che attraversavamo. Avevo
un'idea molto precisa di tutto quel che c'era da vedere, il
programma era il più libero possibile. Avevamo grande voglia di
visitare cattedrali, ponti, aree depresse, lontanissime periferie.
Egvis mi amava. La cosa più importante era tenere i finestrini
spalancati in autostrada, era una meraviglia viaggiare a
centotrenta, arrampicarsi per le stradine di montagna, su per i
tornanti in mezzo ai boschi. C'è un punto bellissimo vicino al mare
occidentale: due o tre cavalcavia autostradali, uno svincolo a forma
di otto ed una lunga teoria di tralicci dell'energia elettrica.
Erano bellissimi, puntati a braccia alzate verso il cielo, sono
portatori di leucemia. Quando ci passammo accanto erano le sei del
pomeriggio, le cinque le otto, il cielo era viola e preludeva alla
pioggia, nell'aria era un sottile profumo di mare o forse di
montagna, l'autostrada si incassava tra le valli.
Dopo alcuni giorni cominciammo a notare alcuni cambiamenti. Il sole
tramontava sempre più tardi, eppure l'ora era sempre la stessa, era
il primo effetto dell'occidente. Cenavamo alla luce, mangiavamo
all'aria aperta, cenavamo a buio pesto, verso mezzanotte.
Solitamente restavamo a parlare dal momento dei biscotti fino
all'una le due, il dopocena spesso si esauriva subito, dormivamo
come ghiri.
Un'altra cosa che avvertimmo fu il cambio delle nostre facce, di
certe nostre abitudini. Io non mi facevo più la barba, mi lavai i
capelli tutti i giorni, non prendevo caffè, mi piacquero tutti i
fornai che trovavamo. Egvis pure cambiava ogni giorno a vista
d'occhio, procedendo verso occidente le si schiarivano occhi e
capelli: forse erano i continui shampoo, forse il cloro delle
piscine. Egvis amava moltissimo andare in piscina, mi ci portò molte
volte. In questo itinerario occidentale collezionammo una dozzina di
piscine, forse una ventina, forse di più. Andavamo sempre con la
tenda, nei campeggi, cercavamo quelli con la piscina. Se la piscina
non c'era, andavamo lì dove la piscina non c'era. Di solito c'era.
Anche i bambini amavano tuffarsi, e dire che l'acqua era molto
fredda. Ci informavamo su questo particolare piuttosto
minuziosamente in Direzione, lo domandavamo in italiano, inglese e
francese, la nostra figliola anche in tedesco. Cercavamo di arrivare
alla piscina per tempo, non prima delle sei di sera, anche dopo
mezzanotte. In alcune località, incassate tra le montagne, se la
valle era ad occidente il sole non spariva mai, altrimenti faceva
buio ancora più presto, davvero molto più presto. Erano, questi,
luoghi dove era più nuvoloso. Solo la sera si rivedeva il cielo
limpidissimo, a notte la volta stellata era il panorama più bello.
In questi campeggi di montagna nessuno sorvegliava la piscina, così
ci bastava che fosse illuminata, mi ci tuffavo alle dieci di sera,
anche prima anche molto più tardi, era una tortura era una delizia,
è lì che ho imparato lo stile libero, non ci ero mai riuscito prima.
Mi risvegliavo dall'acqua barcollando, Egvis e i bimbi mi
sorreggevano, mi stropicciavano con gli asciugamani, mi asciugavano
i capelli col fon. Abbiamo due fon, uno rosso e uno viola, mi
piacciono entrambi. Infine i bimbi mi rifocillavano con ceci e
biscotti e mi mettevano a letto.
Mano mano che il viaggio proseguiva, si verificavano altri
cambiamenti. Innanzitutto, aumentò la presenza degli animali. In un
campeggio pascolavano le pecore - o le capre, talvolta le une
talvolta le altre, facevano la cacca a palline nere, dure. Spesso
contemplavamo queste tenere bestiole, ascoltavamo i loro allegri
belati, guardavamo il pastore coi cani che le riconduceva all'ovile,
un ampio spiazzo dietro la ricezione. Si udiva lo scampanellio da
lontano, perfino la notte il den den accompagnava i nostri sogni.
Sognavamo moltissimo.
Intanto che ci dimenticavamo le grandi città e visitavamo le piccole
cittadine della provincia occidentale, i sogni si moltiplicarono.
Egvis riteneva che fosse la brezza della sera, il canto notturno dei
grilli o la rugiada sui prati. I bambini pure sognavano le stesse
cose, le stesse storie, quando ci venivano sulle labbra ce la
scambiavamo, la mattina stavamo delle ore a raccontarcele. Le storie
arrivavano su con grande quantità di particolari, erano estremamente
varie, aeree, diffuse. La sera ci dicevamo l'un l'altro "Mi passi
quella storia che hai raccontato stamani?". Di solito ce le
scambiavamo generosamente. Talvolta però qualcuno insisteva nel
trattenersi il sogno ancora per un po', perché era appena iniziato e
bisognava sfogliarne ancora qualche capitolo. Non venimmo mai a
discussione per questo. Sognavamo uccelli marini, civiltà nascoste
nel futuro, spazi grandiosi e microscopici, specialmente Egvis si
perdeva nell'infinita contemplazione di stellari grandezze al
microscopio elettronico. Alla mattina raccontava grandissime
meraviglie.
Anche i bambini cambiavano. Non erano più bambini da un pezzo, erano
già ragazzi grandi di otto e dodici anni, quello piccolo era esperto
di flashback nei sogni e raccontava spesso le sue sensazioni di déjà
vu. La grande giocava con le bamboline, a pallavolo e si innamorava
dei ragazzi con gli occhi blu, aveva un aspetto carino e qualche
ragazzo le lanciava un fischio. I bambini iniziarono a seguire ritmi
loro, contavano le pecore, consumavano un pacchetto intero di
fiammiferi per accendere il fornellino del gas, mettevano tutte le
monetine nelle cassettine per le offerte delle chiese. Ascoltavano
molta musica celtica o elettronica, l'autoradio viaggiava alla
grande, compravano musicassette, cercavano canzoni con chitarre
acustiche e tastiere elettroniche, loro non lo sapevano ma
preferivano i pezzi con un forte basso elettrico, la voce mixata
molte volte ed un forte riverbero. Anche la musica barocca era tra
le loro preferite, specie per via della pulizia del clavicembalo.
La sera, con ogni tempo, mi accingevo a controllare la macchina.
Guardavo "i liquidi". Il mio bambino se ne accorgeva subito dalla
faccia che facevo, diceva: "Ora il babbo guarda i liquidi". Prendevo
la torcia ricaricabile e aprivo il cofano. Ogni volta mi si
squadernava davanti un mondo meraviglioso, fatto di olio
lubrificante, olio dei freni, acqua distillata, liquido di
raffreddamento. Quest'ultimo surriscaldava le mie fantasie, era
azzurrino, ne portavo una scorta in bottiglie di spumante. Infine
osservavo le gomme, le annusavo, verificavo le luci anteriori e
posteriori, e poi accarezzavo la macchina. "Bella Colombina, cara
Colombina" le ripetevo "non ci tradire mai".
La provincia si dimostrò come previsto molto più interessante delle
città. Le città - vista una viste tutte. La provincia occidentale
invece era proprio quella del titolo. I campanili occidentali in
particolare erano oggetto di visite accurate. Arrestavamo la
macchina da lontano, se vedevamo suonare le campane. Guardavamo i
galli delle banderuole sulle torri. Nelle vallate era un fatto che
accadeva piuttosto spesso, cercavamo in ogni modo di salire sopra i
campanili, la cosa più bella era stare sotto a contemplarli.
Talvolta ci suonavano addosso, a pochi metri, io scappavo, ci
ritornavo sotto con più voglia di prima. Quando le campane fanno
tutta una lunga canzone, scacciano gli spiriti i pensieri cattivi,
non ci ricordavamo quale era quella canzone, soltanto alcuni
frammenti riaffioravano nei sogni, ma a cantarli non veniva fuori un
motivo con un senso compiuto.
In alcuni borghi rimanevamo fino a cena, fino alla mattina dopo,
alcuni giorni. Io mi offrii di fare alcuni semplici lavoretti nei
campi, di preparare conserve per le aziende agrituristiche. Avevo
sempre avuto il pallino dell'erboristeria, della fitoterapia, non
trovai richiesta - le seggioline pieghevoli erano di metallo e
stoffa a righe bianche e celesti, noi ci sedevamo sopra e ci
raccontavamo le impressioni della giornata. Era un'operazione serale
si faceva quasi sempre dopopranzo. Ragionavamo molto sul programma:
chi preferiva restare in queste minuscole frazioni, chi voleva
procedere oltre verso occidente. Io gradivo allentare i tempi,
dilatare le soste - ero sempre il primo a voler partire. La mattina
mi lavavo il viso con l'acqua gelata, mi pulivo i denti col
dentifricio alla menta, era agosto, era settembre, forse era anche
ottobre. In queste nostre conversazioni trovammo addirittura paesi
senza bar, senza negozi, ed al contrario bar e negozi senza paesi.
Intorno alle piazzole dei campeggi scavavamo piccoli fossati, la
cosa divenne addirittura indispensabile nel proseguimento del
viaggio.
Infatti, il cielo si scuriva molto, anche durante il giorno. Noi
avevamo un bel dirci che proseguivamo il viaggio occidentale, faceva
fresco, pioviscolava spesso. Un giorno ci infilammo in un grande
magazzino, era una piccola città della provincia occidentale, circa
le quattro del pomeriggio. All'uscita cadde buio pesto, i lampioni
stavano illuminati come per la notte, pioveva a forti raffiche.
Rientrammo in magazzino, comprammo un ombrello, due, tre, quattro
ombrelli. Era notte fonda. Corremmo per le strade, le raffiche di
grandine ci portavano via, in quel momento capimmo che il viaggio
occidentale stava passando il giro di boa.
Anche i colori cambiavano. Il fenomeno cominciò verso il quinto
giorno, forse era il ventesimo, più probabilmente verso il settimo,
l'ottavo, o meglio il decimo. Le cose, le case, le piazze, gli
animali iniziarono a tingersi di azzurrino. Non era celeste, o
turchese, era un azzurrino con sfumature verdeacqua. Lo spettacolo
era comprensibile in riva al mare, del tutto straordinario in
montagna. Nei villaggi di provincia questo azzurrino si confondeva
col naturale rosso mattone delle case, col marrone delle montagne e
della terra dava vita a sfumature arcobaleno. Gli arcobaleni erano
piuttosto frequenti, specie nei giorni di festa.
I giorni seguenti l'emozione del viaggio divenne più intensa,
passavamo mattinate intere in silenzio, Egvis ed io, solo i bambini
intervenivano con i loro giochi. Parlavano ininterrottamente, Egvis
mi raccontava ogni cosa di sé. Spesso stava assolutamente
silenziosa, così parlavo io, io stavo quasi sempre zitto. Egvis
canterellava tra sé, faceva "pa pa pa" oppure "la la la" e lo
ripeteva con assoluta naturalezza. Con la massima disinvoltura
riusciva a raccontare le cose più terribili, le cose più grandiose,
con lo stesso tono di voce poteva dire "pa pa pa" o "la la la".
Poteva asserire le più grosse assurdità, chiunque gliele avrebbe
credute.
I nostri movimenti diventarono un po' meccanici, risparmiavamo le
energie. Ci lavavamo i denti in silenzio, prima di asciugarci il
viso trovavamo il tempo di chiederci il proseguimento del sogno
della notte avanti. I bambini erano resistentissimi, probabilmente
erano lieti, marinavano alcuni giorni di scuola. Le piscine erano
sempre più fredde, mi buttavo la mattina appena alzato, anche alle
sei, le sei e mezzo. Gli svincoli sulle autostrade venivano sempre
più illuminati da grossi alti lampioni. Iniziavano i grandi
altopiani. Ci furono dei giorni tutti pieni di questi altopiani. Si
immaginava prossima la presenza del mare, o dell'oceano, o la fine
del viaggio. Non vedemmo più montagne o vallate, solo queste
interminabili pianure intorno ai mille metri. Crescevano corbezzoli.
Quando Egvis guidava, mi fissavo di contare le righe tratteggiate
tra le due corsie della nostra carreggiata. I suburbi delle
metropoli mantenevano una loro ospitalità, erano in tutto e per
tutto sereni sobborghi di provincia. C'erano bar, piccoli uffici,
ristorantini tipici, chiesette dell'Anno Mille. Dovemmo ripiegare
verso gli ostelli e le aziende agrituristiche. Ci si infradiciava
ogni cosa. Le piccole apparecchiature elettriche, con tutta
quell'acqua, si fulminarono tutte. Ricomprammo lampade, fon,
prolunghe, e poi sale, fiammiferi, libri di fiabe, planimetrie di
tutti i riquadri a sinistra degli atlanti Touring. Qualche volta
dormimmo in un convento, anche questo era in un grande altopiano, fu
tutto un insieme di svincoli futuribili e centri commerciali, un
raro esempio di queste nuove terre occidentali. Anche l'autoradio
suonava male, cambiammo l'antenna due o tre volte, in AM non
sentivamo più niente di casa nostra, solo le scariche elettriche dei
fulmini.
Gli odori iniziarono a trasformarsi, grosso modo, dopo una dozzina
di shampoo, o un taglio di capelli, o dopo tutte e due le cose.
Dalla terra parevano spuntare funghi, tartufi, patate, carote, tutte
cose che stanno sotto o appena appena sopra la terra. Forse
spuntavano davvero, perché di questa roba raccoglievamo sporte
intere. Di solito davamo tutto ai gestori dei campeggi, in cambio ci
facevano grossi sconti sui pernottamenti oppure ci regalavano dei
gadget.
Quest'odore di terra fresca crebbe molto col tempo, avanzava
l'autunno e in provincia i cattivi odori delle città non arrivano a
cancellare i profumi naturali. Specie la notte, davanti al cielo blu
scuro, il profumo di muschio, di foglie di castagno, di quercia si
faceva struggente. Egvis si alzava apposta e spesso tornava in tenda
ad alba iniziata. Gli odori peggiori erano a fine mattinata e inizio
pomeriggio. In quell'ora tutto diventa opaco, anche gli odori. Ci
riprendevamo all'imbrunire, anche poco prima, c'era tutto un
ventaglio di possibilità: fiori estivi, sere invernali, boschi
d'autunno, orti coltivati a salvia e rosmarino, pioggia di
primavera. Avevamo codificato, i ragazzi ed io, alcune di queste
voci. Non appena un odore sgorgava dall'aria, il primo che lo
sentiva esclamava "23!" oppure "12!" e tutti noialtri capivamo e
stavamo in ascolto. I muretti delle case di campagna hanno un odore
particolare, sconosciuto.
Un mattino il profumo di fine viaggio fu intensissimo. Ci alzammo
rapidamente, facemmo colazione, lasciammo alcuni messaggi per
ricordo alla nostra segreteria telefonica. Era una giornata
limpidissima, ad ovest c'era il blu del mare, il sole faticava ad
uscire dalle nuvole. Nelle piazzette la gente ancora insonnolita
entrava nei bar appena aperti. Egvis era più bella che mai, i bimbi
risplendevano. Viaggiammo velocemente a finestrini spalancati. Un
uccello entrò in macchina e ne uscì subito dopo. In qualche
paesucolo trovammo un luogo dove ristorarci. Ci sarei rimasto a
riposarmi una vita intera, volevo visitare ogni angolo di questa
nuova provincia occidentale. I bambini giocavano a nascondino, a
moscacieca, con le carte. Stringemmo conoscenza con una signora. Ci
fece vedere casa sua, affittava camere. Dalle finestre si spalancava
un grandissimo mare. Alcune barche erano ormeggiate ad un
porticciolo, bandierine colorate stavano appese ai fili. C'era stata
una festa, preparavano una festa. Il villaggio era ameno, era un
poverissimo paesetto di pescatori. C'erano però l'ufficio postale,
il fornaio ed un apparecchio telefonico a monete. I nostri movimenti
erano ridotti all'essenziale, risparmiavamo ogni energia, strascicai
i piedi per due giorni interi, per quattro. Finivamo gli ultimi
soldi.
Passammo i giorni restanti a far vita di paese. La signora prendeva
a benvolerci, facevamo la nostra povera spesa ad un ipermercato,
pagavamo con la carta di credito. Non so quanti giorni trascorremmo
così, in quel paese tenevano di conto soltanto la domenica, gli
altri giorni erano tutti uguali. Non c'erano giornali, solo la
nostra autoradio in AM. Passò una domenica, due domeniche, una
domenica. C'erano delle sdraio di plastica e ci prendevamo l'ultimo
sole. La sabbia della spiaggia era finissima era bianchissima, non
piovve mai. La vita di provincia era molto stancante. Capimmo che il
viaggio si stava esaurendo. Mandammo molte cartoline agli amici ed
ai parenti, erano tutte uguali, il paese non ne offriva di diverse.
Leggemmo tutti quanti molti libri, quando non leggevamo rimanevamo
immobili al sole. Orientavamo le sdraio come fanno i girasoli. Amavo
i romanzi, anche Egvis, ci scambiavamo lo stesso libro anche una
ventina di volte al giorno, era l'ultimo libro ancora da leggere. I
bambini giocavano coi ragazzi del posto, si davano l'appuntamento,
furono anche invitati a cena.
Fu Egvis a prendere l'iniziativa. Fece tutti i bagagli da sé, ci
spinse una mattina nell'automobile con qualche pretesto e partì.
Nessuno all'inizio capì niente, poi comprendemmo che tornavamo a
casa, da alcuni indizi. La bimba grande era dispiaciuta di perdere
una sua amichetta, il bambino piccolo di non giocare più a pallone
nella piazza della chiesa. Il viaggio fu straordinariamente breve,
probabilmente dormii tutto il tempo. Eccetto Egvis, forse dormivamo
tutti. Quando mi risvegliavo, ritornavo con la mia idea di contare
le lineette tratteggiate. Il sonno era pesantissimo. Non so se
mangiammo, e quando, presumo di sì. Non ricordo un solo pieno di
serbatoio, un cartello stradale, solo alcune pubblicità di divani,
di amache. Forse sognavo. Non riuscivamo più a scambiarci i sogni,
occorreva aspettare il rientro a casa.
Era una sera bellissima quando rivedemmo il nostro casello
autostradale illuminato dai grossi fari arancioni e dalle luci
dell'aeroporto ormai prossimo. L'asfalto era bagnato di una recente
pioggia e vi si rifletteva questa luce arancione. Le persiane di
casa nostra erano appena accostate, nella dispensa c'erano le solite
confezioni di pasta e, in un angolo, un gioco per bambini comprato
appena prima di partire. In casa le luci furono stranissime, gialle,
gialle. Anche i pavimenti erano gialli. La cassetta della posta
traboccava di corrispondenza, era già traboccata. Nella segreteria
telefonica c'erano fino a ventitré messaggi, alcuni erano nostri,
non tutti, solo alcuni. Sul tavolo di sala c'erano le bozze dei
nostri programmi di viaggio, un bloc notes, fotocopie di carte
geografiche. Squillò subito il telefono, erano nostri amici. L'acqua
dai rubinetti veniva marrone, la fiammella del gas impiegò un minuto
buono per accendersi, sul nostro letto matrimoniale c'erano ancora
le lenzuola estive, occorreva il plaid per l'autunno. Ne scegliemmo
subito uno color mattone, con disegni di castagne, faceva tepore
anche solo a vedersi. Ci abbracciammo e ci baciammo tutti e quattro
ripetutamente. Su una mensola c'era una fotografia dei nonni, in un
angolo le ciabatte da mare. Dal viaggio nelle province occidentali
riportammo molte borse, le lasciammo temporaneamente nell'ingresso.
Infine andammo a letto, dalle persiane filtrava la luce dei
lampioni, da un cassetto il tic tac della vecchia sveglia di
metallo. Ogni tanto la notte spalancavamo gli occhi, e come in un
film, nella parete davanti ai nostri letti, vedevamo passare il
nostro viaggio occidentale.
© Paolo Ragni
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