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Paolo Ragni / poesia,narrativa

FRANCO SANTAMARIA

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SALA DEGLI OSPITI

 

NARRATIVA / PAOLO RAGNI

Resoconto del viaggio nelle province occidentali


Cominciò con un giorno piuttosto freddo, era estate, probabilmente l'inizio di autunno, autunno inoltrato - per essere quella stagione tirava certo molto vento, molto. Il vento non si limitava a muovere le nuvole, a portare via i gas di scarico delle automobili, a dondolare i panni appesi ai fili ad asciugare; il vento agitava le chiome dei sambuchi e dei cornioli, alleggeriva i dolori e i pensieri, ci fece sentire la voglia di partire. L'itinerario fu preparato in poco tempo. Difficile fu trovare il titolo. Infine venne fuori: "Viaggio nelle Province Occidentali". A quel punto rifacemmo l'itinerario, non aveva più alcun rapporto col titolo, rimaneva però sempre il vento tra i sambuchi e i cornioli.
Quando la macchina fu caricata partimmo. Ricordo benissimo, eravamo in quattro. Poteva anche darsi una cosa diversa, forse in qualche modo viaggiavo da solo, ma eravamo comunque sempre quattro. Le province occidentali si dimostrarono una provincia sola, forse nessuna, forse erano tutte le terre che attraversavamo. Avevo un'idea molto precisa di tutto quel che c'era da vedere, il programma era il più libero possibile. Avevamo grande voglia di visitare cattedrali, ponti, aree depresse, lontanissime periferie. Egvis mi amava. La cosa più importante era tenere i finestrini spalancati in autostrada, era una meraviglia viaggiare a centotrenta, arrampicarsi per le stradine di montagna, su per i tornanti in mezzo ai boschi. C'è un punto bellissimo vicino al mare occidentale: due o tre cavalcavia autostradali, uno svincolo a forma di otto ed una lunga teoria di tralicci dell'energia elettrica. Erano bellissimi, puntati a braccia alzate verso il cielo, sono portatori di leucemia. Quando ci passammo accanto erano le sei del pomeriggio, le cinque le otto, il cielo era viola e preludeva alla pioggia, nell'aria era un sottile profumo di mare o forse di montagna, l'autostrada si incassava tra le valli.
Dopo alcuni giorni cominciammo a notare alcuni cambiamenti. Il sole tramontava sempre più tardi, eppure l'ora era sempre la stessa, era il primo effetto dell'occidente. Cenavamo alla luce, mangiavamo all'aria aperta, cenavamo a buio pesto, verso mezzanotte. Solitamente restavamo a parlare dal momento dei biscotti fino all'una le due, il dopocena spesso si esauriva subito, dormivamo come ghiri.
Un'altra cosa che avvertimmo fu il cambio delle nostre facce, di certe nostre abitudini. Io non mi facevo più la barba, mi lavai i capelli tutti i giorni, non prendevo caffè, mi piacquero tutti i fornai che trovavamo. Egvis pure cambiava ogni giorno a vista d'occhio, procedendo verso occidente le si schiarivano occhi e capelli: forse erano i continui shampoo, forse il cloro delle piscine. Egvis amava moltissimo andare in piscina, mi ci portò molte volte. In questo itinerario occidentale collezionammo una dozzina di piscine, forse una ventina, forse di più. Andavamo sempre con la tenda, nei campeggi, cercavamo quelli con la piscina. Se la piscina non c'era, andavamo lì dove la piscina non c'era. Di solito c'era. Anche i bambini amavano tuffarsi, e dire che l'acqua era molto fredda. Ci informavamo su questo particolare piuttosto minuziosamente in Direzione, lo domandavamo in italiano, inglese e francese, la nostra figliola anche in tedesco. Cercavamo di arrivare alla piscina per tempo, non prima delle sei di sera, anche dopo mezzanotte. In alcune località, incassate tra le montagne, se la valle era ad occidente il sole non spariva mai, altrimenti faceva buio ancora più presto, davvero molto più presto. Erano, questi, luoghi dove era più nuvoloso. Solo la sera si rivedeva il cielo limpidissimo, a notte la volta stellata era il panorama più bello. In questi campeggi di montagna nessuno sorvegliava la piscina, così ci bastava che fosse illuminata, mi ci tuffavo alle dieci di sera, anche prima anche molto più tardi, era una tortura era una delizia, è lì che ho imparato lo stile libero, non ci ero mai riuscito prima. Mi risvegliavo dall'acqua barcollando, Egvis e i bimbi mi sorreggevano, mi stropicciavano con gli asciugamani, mi asciugavano i capelli col fon. Abbiamo due fon, uno rosso e uno viola, mi piacciono entrambi. Infine i bimbi mi rifocillavano con ceci e biscotti e mi mettevano a letto.
Mano mano che il viaggio proseguiva, si verificavano altri cambiamenti. Innanzitutto, aumentò la presenza degli animali. In un campeggio pascolavano le pecore - o le capre, talvolta le une talvolta le altre, facevano la cacca a palline nere, dure. Spesso contemplavamo queste tenere bestiole, ascoltavamo i loro allegri belati, guardavamo il pastore coi cani che le riconduceva all'ovile, un ampio spiazzo dietro la ricezione. Si udiva lo scampanellio da lontano, perfino la notte il den den accompagnava i nostri sogni. Sognavamo moltissimo.
Intanto che ci dimenticavamo le grandi città e visitavamo le piccole cittadine della provincia occidentale, i sogni si moltiplicarono. Egvis riteneva che fosse la brezza della sera, il canto notturno dei grilli o la rugiada sui prati. I bambini pure sognavano le stesse cose, le stesse storie, quando ci venivano sulle labbra ce la scambiavamo, la mattina stavamo delle ore a raccontarcele. Le storie arrivavano su con grande quantità di particolari, erano estremamente varie, aeree, diffuse. La sera ci dicevamo l'un l'altro "Mi passi quella storia che hai raccontato stamani?". Di solito ce le scambiavamo generosamente. Talvolta però qualcuno insisteva nel trattenersi il sogno ancora per un po', perché era appena iniziato e bisognava sfogliarne ancora qualche capitolo. Non venimmo mai a discussione per questo. Sognavamo uccelli marini, civiltà nascoste nel futuro, spazi grandiosi e microscopici, specialmente Egvis si perdeva nell'infinita contemplazione di stellari grandezze al microscopio elettronico. Alla mattina raccontava grandissime meraviglie.
Anche i bambini cambiavano. Non erano più bambini da un pezzo, erano già ragazzi grandi di otto e dodici anni, quello piccolo era esperto di flashback nei sogni e raccontava spesso le sue sensazioni di déjà vu. La grande giocava con le bamboline, a pallavolo e si innamorava dei ragazzi con gli occhi blu, aveva un aspetto carino e qualche ragazzo le lanciava un fischio. I bambini iniziarono a seguire ritmi loro, contavano le pecore, consumavano un pacchetto intero di fiammiferi per accendere il fornellino del gas, mettevano tutte le monetine nelle cassettine per le offerte delle chiese. Ascoltavano molta musica celtica o elettronica, l'autoradio viaggiava alla grande, compravano musicassette, cercavano canzoni con chitarre acustiche e tastiere elettroniche, loro non lo sapevano ma preferivano i pezzi con un forte basso elettrico, la voce mixata molte volte ed un forte riverbero. Anche la musica barocca era tra le loro preferite, specie per via della pulizia del clavicembalo.
La sera, con ogni tempo, mi accingevo a controllare la macchina. Guardavo "i liquidi". Il mio bambino se ne accorgeva subito dalla faccia che facevo, diceva: "Ora il babbo guarda i liquidi". Prendevo la torcia ricaricabile e aprivo il cofano. Ogni volta mi si squadernava davanti un mondo meraviglioso, fatto di olio lubrificante, olio dei freni, acqua distillata, liquido di raffreddamento. Quest'ultimo surriscaldava le mie fantasie, era azzurrino, ne portavo una scorta in bottiglie di spumante. Infine osservavo le gomme, le annusavo, verificavo le luci anteriori e posteriori, e poi accarezzavo la macchina. "Bella Colombina, cara Colombina" le ripetevo "non ci tradire mai".
La provincia si dimostrò come previsto molto più interessante delle città. Le città - vista una viste tutte. La provincia occidentale invece era proprio quella del titolo. I campanili occidentali in particolare erano oggetto di visite accurate. Arrestavamo la macchina da lontano, se vedevamo suonare le campane. Guardavamo i galli delle banderuole sulle torri. Nelle vallate era un fatto che accadeva piuttosto spesso, cercavamo in ogni modo di salire sopra i campanili, la cosa più bella era stare sotto a contemplarli. Talvolta ci suonavano addosso, a pochi metri, io scappavo, ci ritornavo sotto con più voglia di prima. Quando le campane fanno tutta una lunga canzone, scacciano gli spiriti i pensieri cattivi, non ci ricordavamo quale era quella canzone, soltanto alcuni frammenti riaffioravano nei sogni, ma a cantarli non veniva fuori un motivo con un senso compiuto.
In alcuni borghi rimanevamo fino a cena, fino alla mattina dopo, alcuni giorni. Io mi offrii di fare alcuni semplici lavoretti nei campi, di preparare conserve per le aziende agrituristiche. Avevo sempre avuto il pallino dell'erboristeria, della fitoterapia, non trovai richiesta - le seggioline pieghevoli erano di metallo e stoffa a righe bianche e celesti, noi ci sedevamo sopra e ci raccontavamo le impressioni della giornata. Era un'operazione serale si faceva quasi sempre dopopranzo. Ragionavamo molto sul programma: chi preferiva restare in queste minuscole frazioni, chi voleva procedere oltre verso occidente. Io gradivo allentare i tempi, dilatare le soste - ero sempre il primo a voler partire. La mattina mi lavavo il viso con l'acqua gelata, mi pulivo i denti col dentifricio alla menta, era agosto, era settembre, forse era anche ottobre. In queste nostre conversazioni trovammo addirittura paesi senza bar, senza negozi, ed al contrario bar e negozi senza paesi. Intorno alle piazzole dei campeggi scavavamo piccoli fossati, la cosa divenne addirittura indispensabile nel proseguimento del viaggio.
Infatti, il cielo si scuriva molto, anche durante il giorno. Noi avevamo un bel dirci che proseguivamo il viaggio occidentale, faceva fresco, pioviscolava spesso. Un giorno ci infilammo in un grande magazzino, era una piccola città della provincia occidentale, circa le quattro del pomeriggio. All'uscita cadde buio pesto, i lampioni stavano illuminati come per la notte, pioveva a forti raffiche. Rientrammo in magazzino, comprammo un ombrello, due, tre, quattro ombrelli. Era notte fonda. Corremmo per le strade, le raffiche di grandine ci portavano via, in quel momento capimmo che il viaggio occidentale stava passando il giro di boa.
Anche i colori cambiavano. Il fenomeno cominciò verso il quinto giorno, forse era il ventesimo, più probabilmente verso il settimo, l'ottavo, o meglio il decimo. Le cose, le case, le piazze, gli animali iniziarono a tingersi di azzurrino. Non era celeste, o turchese, era un azzurrino con sfumature verdeacqua. Lo spettacolo era comprensibile in riva al mare, del tutto straordinario in montagna. Nei villaggi di provincia questo azzurrino si confondeva col naturale rosso mattone delle case, col marrone delle montagne e della terra dava vita a sfumature arcobaleno. Gli arcobaleni erano piuttosto frequenti, specie nei giorni di festa.
I giorni seguenti l'emozione del viaggio divenne più intensa, passavamo mattinate intere in silenzio, Egvis ed io, solo i bambini intervenivano con i loro giochi. Parlavano ininterrottamente, Egvis mi raccontava ogni cosa di sé. Spesso stava assolutamente silenziosa, così parlavo io, io stavo quasi sempre zitto. Egvis canterellava tra sé, faceva "pa pa pa" oppure "la la la" e lo ripeteva con assoluta naturalezza. Con la massima disinvoltura riusciva a raccontare le cose più terribili, le cose più grandiose, con lo stesso tono di voce poteva dire "pa pa pa" o "la la la". Poteva asserire le più grosse assurdità, chiunque gliele avrebbe credute.
I nostri movimenti diventarono un po' meccanici, risparmiavamo le energie. Ci lavavamo i denti in silenzio, prima di asciugarci il viso trovavamo il tempo di chiederci il proseguimento del sogno della notte avanti. I bambini erano resistentissimi, probabilmente erano lieti, marinavano alcuni giorni di scuola. Le piscine erano sempre più fredde, mi buttavo la mattina appena alzato, anche alle sei, le sei e mezzo. Gli svincoli sulle autostrade venivano sempre più illuminati da grossi alti lampioni. Iniziavano i grandi altopiani. Ci furono dei giorni tutti pieni di questi altopiani. Si immaginava prossima la presenza del mare, o dell'oceano, o la fine del viaggio. Non vedemmo più montagne o vallate, solo queste interminabili pianure intorno ai mille metri. Crescevano corbezzoli. Quando Egvis guidava, mi fissavo di contare le righe tratteggiate tra le due corsie della nostra carreggiata. I suburbi delle metropoli mantenevano una loro ospitalità, erano in tutto e per tutto sereni sobborghi di provincia. C'erano bar, piccoli uffici, ristorantini tipici, chiesette dell'Anno Mille. Dovemmo ripiegare verso gli ostelli e le aziende agrituristiche. Ci si infradiciava ogni cosa. Le piccole apparecchiature elettriche, con tutta quell'acqua, si fulminarono tutte. Ricomprammo lampade, fon, prolunghe, e poi sale, fiammiferi, libri di fiabe, planimetrie di tutti i riquadri a sinistra degli atlanti Touring. Qualche volta dormimmo in un convento, anche questo era in un grande altopiano, fu tutto un insieme di svincoli futuribili e centri commerciali, un raro esempio di queste nuove terre occidentali. Anche l'autoradio suonava male, cambiammo l'antenna due o tre volte, in AM non sentivamo più niente di casa nostra, solo le scariche elettriche dei fulmini.
Gli odori iniziarono a trasformarsi, grosso modo, dopo una dozzina di shampoo, o un taglio di capelli, o dopo tutte e due le cose. Dalla terra parevano spuntare funghi, tartufi, patate, carote, tutte cose che stanno sotto o appena appena sopra la terra. Forse spuntavano davvero, perché di questa roba raccoglievamo sporte intere. Di solito davamo tutto ai gestori dei campeggi, in cambio ci facevano grossi sconti sui pernottamenti oppure ci regalavano dei gadget.
Quest'odore di terra fresca crebbe molto col tempo, avanzava l'autunno e in provincia i cattivi odori delle città non arrivano a cancellare i profumi naturali. Specie la notte, davanti al cielo blu scuro, il profumo di muschio, di foglie di castagno, di quercia si faceva struggente. Egvis si alzava apposta e spesso tornava in tenda ad alba iniziata. Gli odori peggiori erano a fine mattinata e inizio pomeriggio. In quell'ora tutto diventa opaco, anche gli odori. Ci riprendevamo all'imbrunire, anche poco prima, c'era tutto un ventaglio di possibilità: fiori estivi, sere invernali, boschi d'autunno, orti coltivati a salvia e rosmarino, pioggia di primavera. Avevamo codificato, i ragazzi ed io, alcune di queste voci. Non appena un odore sgorgava dall'aria, il primo che lo sentiva esclamava "23!" oppure "12!" e tutti noialtri capivamo e stavamo in ascolto. I muretti delle case di campagna hanno un odore particolare, sconosciuto.
Un mattino il profumo di fine viaggio fu intensissimo. Ci alzammo rapidamente, facemmo colazione, lasciammo alcuni messaggi per ricordo alla nostra segreteria telefonica. Era una giornata limpidissima, ad ovest c'era il blu del mare, il sole faticava ad uscire dalle nuvole. Nelle piazzette la gente ancora insonnolita entrava nei bar appena aperti. Egvis era più bella che mai, i bimbi risplendevano. Viaggiammo velocemente a finestrini spalancati. Un uccello entrò in macchina e ne uscì subito dopo. In qualche paesucolo trovammo un luogo dove ristorarci. Ci sarei rimasto a riposarmi una vita intera, volevo visitare ogni angolo di questa nuova provincia occidentale. I bambini giocavano a nascondino, a moscacieca, con le carte. Stringemmo conoscenza con una signora. Ci fece vedere casa sua, affittava camere. Dalle finestre si spalancava un grandissimo mare. Alcune barche erano ormeggiate ad un porticciolo, bandierine colorate stavano appese ai fili. C'era stata una festa, preparavano una festa. Il villaggio era ameno, era un poverissimo paesetto di pescatori. C'erano però l'ufficio postale, il fornaio ed un apparecchio telefonico a monete. I nostri movimenti erano ridotti all'essenziale, risparmiavamo ogni energia, strascicai i piedi per due giorni interi, per quattro. Finivamo gli ultimi soldi.
Passammo i giorni restanti a far vita di paese. La signora prendeva a benvolerci, facevamo la nostra povera spesa ad un ipermercato, pagavamo con la carta di credito. Non so quanti giorni trascorremmo così, in quel paese tenevano di conto soltanto la domenica, gli altri giorni erano tutti uguali. Non c'erano giornali, solo la nostra autoradio in AM. Passò una domenica, due domeniche, una domenica. C'erano delle sdraio di plastica e ci prendevamo l'ultimo sole. La sabbia della spiaggia era finissima era bianchissima, non piovve mai. La vita di provincia era molto stancante. Capimmo che il viaggio si stava esaurendo. Mandammo molte cartoline agli amici ed ai parenti, erano tutte uguali, il paese non ne offriva di diverse. Leggemmo tutti quanti molti libri, quando non leggevamo rimanevamo immobili al sole. Orientavamo le sdraio come fanno i girasoli. Amavo i romanzi, anche Egvis, ci scambiavamo lo stesso libro anche una ventina di volte al giorno, era l'ultimo libro ancora da leggere. I bambini giocavano coi ragazzi del posto, si davano l'appuntamento, furono anche invitati a cena.
Fu Egvis a prendere l'iniziativa. Fece tutti i bagagli da sé, ci spinse una mattina nell'automobile con qualche pretesto e partì. Nessuno all'inizio capì niente, poi comprendemmo che tornavamo a casa, da alcuni indizi. La bimba grande era dispiaciuta di perdere una sua amichetta, il bambino piccolo di non giocare più a pallone nella piazza della chiesa. Il viaggio fu straordinariamente breve, probabilmente dormii tutto il tempo. Eccetto Egvis, forse dormivamo tutti. Quando mi risvegliavo, ritornavo con la mia idea di contare le lineette tratteggiate. Il sonno era pesantissimo. Non so se mangiammo, e quando, presumo di sì. Non ricordo un solo pieno di serbatoio, un cartello stradale, solo alcune pubblicità di divani, di amache. Forse sognavo. Non riuscivamo più a scambiarci i sogni, occorreva aspettare il rientro a casa.
Era una sera bellissima quando rivedemmo il nostro casello autostradale illuminato dai grossi fari arancioni e dalle luci dell'aeroporto ormai prossimo. L'asfalto era bagnato di una recente pioggia e vi si rifletteva questa luce arancione. Le persiane di casa nostra erano appena accostate, nella dispensa c'erano le solite confezioni di pasta e, in un angolo, un gioco per bambini comprato appena prima di partire. In casa le luci furono stranissime, gialle, gialle. Anche i pavimenti erano gialli. La cassetta della posta traboccava di corrispondenza, era già traboccata. Nella segreteria telefonica c'erano fino a ventitré messaggi, alcuni erano nostri, non tutti, solo alcuni. Sul tavolo di sala c'erano le bozze dei nostri programmi di viaggio, un bloc notes, fotocopie di carte geografiche. Squillò subito il telefono, erano nostri amici. L'acqua dai rubinetti veniva marrone, la fiammella del gas impiegò un minuto buono per accendersi, sul nostro letto matrimoniale c'erano ancora le lenzuola estive, occorreva il plaid per l'autunno. Ne scegliemmo subito uno color mattone, con disegni di castagne, faceva tepore anche solo a vedersi. Ci abbracciammo e ci baciammo tutti e quattro ripetutamente. Su una mensola c'era una fotografia dei nonni, in un angolo le ciabatte da mare. Dal viaggio nelle province occidentali riportammo molte borse, le lasciammo temporaneamente nell'ingresso. Infine andammo a letto, dalle persiane filtrava la luce dei lampioni, da un cassetto il tic tac della vecchia sveglia di metallo. Ogni tanto la notte spalancavamo gli occhi, e come in un film, nella parete davanti ai nostri letti, vedevamo passare il nostro viaggio occidentale.

© Paolo Ragni

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