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FRANCESCA CORRE
Proprio il giorno dello sciopero generale degli autoferrotranvieri!
Francesca guardò l’orologio: erano le quindici e diciotto, doveva
essere in un posto prima delle diciassette esatte, prima, prima!
“Sì, vengo immediatamente. Arrivo!”
Buttò giù il telefono, di slancio si alzò dalla scrivania. Si
scaraventò dal capoufficio, gli comunicò che andava via, avrebbe
recuperato le ore l’indomani. Quello rimase di stucco, Francesca
fuggì di slancio.
“Come faccio?” si chiese, e intanto si precipitò a corsa giù per
strada, lungo la discesa.
Era una bellissima giornata di sole, fredda come solo a febbraio, la
borsa sbatteva di qua e di là, sui fianchi di Francesca, dietro le
spalle.
“Arrivo ... arrivo…” pensò “ce la devo fare in tutti i modi!”
La pendenza era veramente troppo ripida, e in men che non si dica
Francesca si ritrovò allungata per terra. Qualcuno accorse,
premuroso.
“Si è fatta male, signora?”
Si dette uno sguardo addosso, i pantaloni si erano sdruciti a un
ginocchio, i palmi delle mani graffiati.
“Vuole andare qui alla farmacia?” le domandò un signore distinto, un
po’ allampanato, dall’accento meridionale “Se vuole la posso
accompagnare…”
“Non ho tempo, grazie! Scusi!”
Francesca riprese la corsa matta per il pendio, sperava di arrivare
davanti alla stazione della metro dove di solito stazionavano i
taxi.
“Se lo sapevo prima … potevo cercare un taxi…!”
Arrivò in pochi minuti, trafelata, ma di taxi neanche l’ombra. Prese
dalla borsa il cellulare e cominciò a chiamare.
A passo svelto imboccò il viale che la avvicinava al luogo
dell’appuntamento. Questo stradone proseguiva per quattro o cinque
chilometri, poi bisognava chiedere. Francesca teneva in mano il
cellulare, ma il numero dei taxi rispondeva sempre che erano in
cerca di una vettura libera. Così facendo, trascorsero alcuni
minuti, finché una voce automatizzata comunicò che occorreva
richiamare.
La borsa pesava, Francesca ci teneva di tutto. Il ginocchio destro
le doleva, le rallentava la corsa.
Si ricordò di aver visto come corrono gli atleti, così cambiò
postura, si mise impettita, e invece di correre prese a marciare più
veloce che poteva. Intanto chiamava gli altri numeri dei radiotaxi,
li conosceva tutti a memoria.
“Si prega di attendere in linea … please, hold on…” ripetevano
inequivocabilmente.
Il cuore iniziava a batterle un po’ troppo forte, rallentò appena ma
non doveva diminuire la velocità, era necessario arrivare in tutti i
casi molto prima delle cinque. In tutti i casi!
Si sentì sudata, già stanca, sporca. Quando mai le era successo di
correre così per la sua città? ci riandò un attimo col pensiero.
“Ecco quando!” ricordò, una volta fece qualcosa di somigliante,
aveva vent’anni e il suo ragazzo le disse che la mollava. E lei a
correre, a correre per scongiurarlo che non lo facesse, a quei tempi
non possedeva neanche il motorino. Adesso lei aveva la macchina, ma
a casa sua, all’altra estremità della città.
“Mi pare di avere vent’anni” rifletté, ma la sete le seccava la gola
“Chi lo sapeva che a correre si dura così tanta fatica?”
Una macchina le passò accanto, un uomo aprì il finestrino.
“Signora! Vuole un passaggio?”
Era un signore piuttosto distinto, di una quarantina d’anni.
“Dove va?” interrogò Francesca, perplessa.
“Verso la stazione centrale”.
“Va bene. Mi può dare un passaggio per il viale? Almeno risparmio
tre chilometri”.
“Certo, vado anch’io di là”.
L’uomo frenò, le aprì la porta. Aveva un’aria gentile e dimessa, ma
quasi lieta.
“Oggi con questo sciopero è un disastro” osservò l’accompagnatore
“C’è un traffico terribile”.
“Davvero”.
Francesca sentiva il proprio sudore, sene vergognava davanti a un
uomo.
“Scusi. Qual è l’ora esatta?”
“Le quindici e quarantatre”.
Francesca si morse il labbro inferiore, era stata una fortuna
trovare un passaggio, però era già volata via mezz’ora. Erano almeno
dieci anni che non ne accettava uno da uno sconosciuto, la cosa la
fece sorridere, ma intanto sbirciò come si apriva la porta, come si
sganciava la cintura di sicurezza. L’autista però sembrava l’uomo
più tranquillo del mondo, percorse in mezzo al traffico tutto il
viale e alla fine domandò se intendesse continuare per
Sant’Apollinare, o, caso mai, Porta della Vittoria.
“No, grazie, è un po’ fuori mano per me. Non posso proprio. Devo
correre in Via delle Terme”.
“Mi spiace. Anch’io sono in ritardo. Buon pomeriggio”.
Francesca andò ad aprire la portiera ma era chiusa.
“Mi può aprire, per favore?” domandò, le tremava la voce.
“Un attimo, un attimo solo…”
Il conducente fece un sorriso equivoco. Francesca adocchiò accanto
alla cloche un pulsante, lo schiacciò, l’apriporta scattò, in un
baleno aprì la portiera.
“Che fai?” le gridò l’uomo.
“Vaffanculo!” gli urlò buttandosi in mezzo alla strada.
Una macchina inchiodò, lei la fissò, gli occhi sbarrati.
“Dio! Non mi ha investita per un soffio”.
Il suo accompagnatore stava dileguandosi, lei si impresse in mente
la targa, corse sul marciapiede. Scrisse su un biglietto il numero,
la mano le tremolava. Si accovacciò per terra. Adesso tremava tutta.
Guardava incerta la gente passarle davanti. Il tempo volava. Provò a
risollevarsi, ma le gambe non la reggevano. Si risedette. Si rilevò,
ma ancora non arrivava a stare in piedi. Infine cominciò a battere i
pugni per terra.
“Non ce la faccio non ce la faccio! Non ce la faccio…!”
In quel momento vide passare un taxi davanti a sé: era vuoto, era in
coda. Riuscì ad alzarsi, si avvicinò e bussò forte al vetro. Il
tassista fece con la testa cenno di no. Lei aprì senz’altro la
portiera.
“Devo prendere un taxi”.
“Signora! Mi hanno già prenotato”.
“Oggi tutti cercano un taxi! Sono stata mezz’ora a chiamarne uno! Mi
porti in Via delle Terme!”
“Ma non posso! Mi aspettano presso il Teatro Romano”.
“Bene. Che cosa vuole?”
Francesca estrasse il portafoglio dalla borsa, ne tirò fuori venti
euro e glieli schiaffò in mano.
“Questi sono in più. Ma adesso andiamo! Subito! Ho fretta! Dobbiamo
esserci subito!”
Il tassista sollevò le spalle e non rispose niente. Svoltò nella
direzione richiesta.
“Più svelto! Più svelto!”
L’autista, un uomo corpulento e dai piccoli occhi celesti, parve
quasi divertito ad accompagnare una giovane donna tanto impaziente.
Iniziò manovre azzardate.
“Bravo! Bravo! Faccia così! Bravo!”
“Signora! Io lo faccio dove so di poterlo fare! Dove ci stanno i
vigili no.”
”Va bene, faccia quel che può!”
“Sì lo faccio volentieri per una bella signora”.
La frase insospettì Francesca, ma questo qui era un tassista
ufficiale, con tanto di numero di riconoscimento. La corsa fu
scatenata, arrampicate sopra i marciapiedi, in mezzo ai binari del
tram, tra semafori rossi e pezzi contromano.
“Forza! Forza!”
A un certo punto, in uno di questi contromano, piombò un altro taxi
in senso contrario. Inchiodarono entrambi, i due colleghi tassisti
si salutarono allegramente.
“Di qui però, signora, non posso più andare avanti. Da Piazza della
Unità è bloccato”.
“Quanto vuole?” domandò Francesca.
L’uomo guardò il tassametro e pronunciò la cifra.
“Va bene. Per il doppio mi ci porti lo stesso!”
“Eh no, signora, non mi sono spiegato. Ora basta davvero. Mi
revocano la licenza!”
Emise una sonora risata e porse la mano a prendere i soldi.
Francesca lo pagò con rabbia, si alzò di scatto, aprì la portiera,
fu di nuovo sul marciapiede.
Si guardò intorno. La borsa era tornata improvvisamente pesante, il
ginocchio bruciava. Francesca conosceva vagamente quel posto - per
quanto lontano da casa si ricordava qualcosa di somigliante a un
negozio di biciclette. Si dette uno sguardo in giro. L’occhio le
cadde su un cartello rosso: “RENT A BIKE”. Sotto, una porta aperta.
Vi si precipitò dentro. I pantaloni, al ginocchio, erano macchiati
di sangue.
“Ho bisogno di una bici: subito!”
“Ad averle…!” rispose un vecchio nella penombra, era piccolo e coi
baffetti e portava una tuta.
“Cioè?!”
“Sono già state date via da stamattina presto!”
Francesca si voltò intorno, scorse una bici appoggiata al muro.
“E quella lì che è?”
”Quella devo metterle le luci, tirare i freni e mettere un
portapacchi anche dietro”.
”Bene. La prendo io. Per cortesia, me la dia”.
“Ma signora, non è mica sua. E non è neanche mia!”
“Gliela riporto stasera. A che ora chiude Lei questo pomeriggio?”
“Alle sette”.
“Alle sei e mezzo gliela riporto io”.
Il meccanico era visibilmente contrariato. Francesca tirò fuori un
biglietto da venti euro, consegnò al meccanico un proprio documento
e gli dichiarò:
“Guardi, le do anche il mio numero di telefono, lo trascriva.
Subito! Subito!”
L’uomo non obiettò niente, compitò il numero con una lentezza
esasperante, aveva mani grosse e una calligrafia gigantesca. In un
minuto Francesca era già fuori con la bicicletta. Era un po’ troppo
piccola per lei, il manubrio troppo addosso e il sellino basso, ma
ormai non poteva farci nulla. Mise la borsa nel cestino.
“Forza Francesca! Forza” si incitò “Ce la devo fare!”
Aveva il cuore in gola, ripensò alla disavventure dell’ultim’ora,
strinse i denti. La bici era poco adatta alle salitelle che
incontrava. Sotto un ponte dovette arrestarsi, le gambe non
reggevano più, i cavalcavia erano massacranti. Fece un tratto a
piedi. Guardò l’orologio: era terribilmente tardi, già le quattro e
mezzo, lei era ancora lì, terribilmente lontana. Erano le quattro e
quaranta, le quattro e quarantacinque, tra poco erano le quattro e
cinquanta.
Come Dio volle, vide profilarsi in lontananza la Piazza della
Stazione. Fece un ultimo sforzo, i muscoli delle gambe le facevano
vedere le stelle, il cuore scoppiava, la gola le ardeva. Tagliò in
mezzo alla folla, arrivò all’ingresso davanti la fermata degli
autobus. Le fece effetto vederla deserta.
Scese di bici, si ricordò di non avere nessuna catena o lucchetto.
Senza por tempo in mezzo, si portò dietro la bici, “mica è vietato
portarsela dietro”, si rassicurò, erano le sedici e cinquantuno.
La grande porta a vetri si spalancò al suo passaggio, si slanciò nel
salone della biglietteria, piombò sul marciapiede. Il cellulare
squillò:
“Dove sei?” gridò.
“Il treno parte al binario ventiquattro”.
Era soltanto al binario otto. Immaginò di montare in bicicletta ma
la ressa lo rendeva impossibile. Arrivò al ventiquattro. Erano i
cinquantadue, i cinquantatre. Risalì lungo il treno, si era
dimenticata di chiedere la vettura.
Ecco, lui le apparve, sul predellino della settima carrozza.
Francesca si sentì improvvisamente brutta, sporca, puzzolente. Le
corse incontro. Si scontrarono. Lui sapeva baciare come sempre, la
stringeva forte, la soffocava di baci.
Dopo un minuto lei si scosse, lo fissò bene in viso sì, era lui, era
proprio lui.
“Scusa … scusa il ritardo…”
“E’ un miracolo che ce l’abbiamo fatta. Io… sono arrivato qui… solo
… cinque minuti fa…”
Si baciarono ancora, la bicicletta cadde per terra, le sue labbra la
sua lingua sapevano di tutti i profumi dell’inverno. Lei si scosse,
guardò l’ora: erano i cinquantasei, il treno partiva all’ora esatta.
Si dette un rapido sguardo intorno, adocchiò una botteghina di
articoli da regalo.
“Un attimo! Un attimo solo!”
Si precipitò dentro quel negozio, spinse una signora da parte,
afferrò un blocco di carta da disegno, un grosso pacco di matite.
Passò avanti a tutti nella fila, alla cassa supplicò: “Mi parte il
treno ora! Ora! Vi prego! Vi prego!”
Pagò in contante, lasciò lì gli spiccioli del resto, riuscì di
corsa. Erano i cinquantotto.
Lui la guardò ritornare, senza capire.
“Ti sei fatta male al ginocchio!”
“Ecco!” gli annunciò, offrendogli carta e matite “Così potrai
disegnare in treno”.
Si baciarono ancora, fu annunciata l’immediata partenza, lui montò.
Dopo un attimo le porte automatiche si richiusero. Erano le
diciassette e un minuto di un giorno di febbraio del duemilasei, in
una grande città.
© Paolo Ragni
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