Franco Santamaria,poesia,narrativa,pittura,culturapoesia narrativa pittura arte
   

 

Paolo Ragni / poesia,narrativa

FRANCO SANTAMARIA

Opere
Hanno detto di
Franco Santamaria
Biografia
Biographie 
SALA DEGLI OSPITI
Poesia
Narrativa
Arte
Critica-Sagg.
Citazioni

Eventi Culturali Naz.
Concorsi Letter./Art.
Link Culturali

SALA DEGLI OSPITI

 

NARRATIVA / PAOLO RAGNI

FRANCESCA CORRE

Proprio il giorno dello sciopero generale degli autoferrotranvieri!
Francesca guardò l’orologio: erano le quindici e diciotto, doveva essere in un posto prima delle diciassette esatte, prima, prima!
“Sì, vengo immediatamente. Arrivo!”
Buttò giù il telefono, di slancio si alzò dalla scrivania. Si scaraventò dal capoufficio, gli comunicò che andava via, avrebbe recuperato le ore l’indomani. Quello rimase di stucco, Francesca fuggì di slancio.
“Come faccio?” si chiese, e intanto si precipitò a corsa giù per strada, lungo la discesa.
Era una bellissima giornata di sole, fredda come solo a febbraio, la borsa sbatteva di qua e di là, sui fianchi di Francesca, dietro le spalle.
“Arrivo ... arrivo…” pensò “ce la devo fare in tutti i modi!”
La pendenza era veramente troppo ripida, e in men che non si dica Francesca si ritrovò allungata per terra. Qualcuno accorse, premuroso.
“Si è fatta male, signora?”
Si dette uno sguardo addosso, i pantaloni si erano sdruciti a un ginocchio, i palmi delle mani graffiati.
“Vuole andare qui alla farmacia?” le domandò un signore distinto, un po’ allampanato, dall’accento meridionale “Se vuole la posso accompagnare…”
“Non ho tempo, grazie! Scusi!”
Francesca riprese la corsa matta per il pendio, sperava di arrivare davanti alla stazione della metro dove di solito stazionavano i taxi.
“Se lo sapevo prima … potevo cercare un taxi…!”
Arrivò in pochi minuti, trafelata, ma di taxi neanche l’ombra. Prese dalla borsa il cellulare e cominciò a chiamare.
A passo svelto imboccò il viale che la avvicinava al luogo dell’appuntamento. Questo stradone proseguiva per quattro o cinque chilometri, poi bisognava chiedere. Francesca teneva in mano il cellulare, ma il numero dei taxi rispondeva sempre che erano in cerca di una vettura libera. Così facendo, trascorsero alcuni minuti, finché una voce automatizzata comunicò che occorreva richiamare.
La borsa pesava, Francesca ci teneva di tutto. Il ginocchio destro le doleva, le rallentava la corsa.
Si ricordò di aver visto come corrono gli atleti, così cambiò postura, si mise impettita, e invece di correre prese a marciare più veloce che poteva. Intanto chiamava gli altri numeri dei radiotaxi, li conosceva tutti a memoria.
“Si prega di attendere in linea … please, hold on…” ripetevano inequivocabilmente.
Il cuore iniziava a batterle un po’ troppo forte, rallentò appena ma non doveva diminuire la velocità, era necessario arrivare in tutti i casi molto prima delle cinque. In tutti i casi!
Si sentì sudata, già stanca, sporca. Quando mai le era successo di correre così per la sua città? ci riandò un attimo col pensiero.
“Ecco quando!” ricordò, una volta fece qualcosa di somigliante, aveva vent’anni e il suo ragazzo le disse che la mollava. E lei a correre, a correre per scongiurarlo che non lo facesse, a quei tempi non possedeva neanche il motorino. Adesso lei aveva la macchina, ma a casa sua, all’altra estremità della città.
“Mi pare di avere vent’anni” rifletté, ma la sete le seccava la gola “Chi lo sapeva che a correre si dura così tanta fatica?”
Una macchina le passò accanto, un uomo aprì il finestrino.
“Signora! Vuole un passaggio?”
Era un signore piuttosto distinto, di una quarantina d’anni.
“Dove va?” interrogò Francesca, perplessa.
“Verso la stazione centrale”.
“Va bene. Mi può dare un passaggio per il viale? Almeno risparmio tre chilometri”.
“Certo, vado anch’io di là”.
L’uomo frenò, le aprì la porta. Aveva un’aria gentile e dimessa, ma quasi lieta.
“Oggi con questo sciopero è un disastro” osservò l’accompagnatore “C’è un traffico terribile”.
“Davvero”.
Francesca sentiva il proprio sudore, sene vergognava davanti a un uomo.
“Scusi. Qual è l’ora esatta?”
“Le quindici e quarantatre”.
Francesca si morse il labbro inferiore, era stata una fortuna trovare un passaggio, però era già volata via mezz’ora. Erano almeno dieci anni che non ne accettava uno da uno sconosciuto, la cosa la fece sorridere, ma intanto sbirciò come si apriva la porta, come si sganciava la cintura di sicurezza. L’autista però sembrava l’uomo più tranquillo del mondo, percorse in mezzo al traffico tutto il viale e alla fine domandò se intendesse continuare per Sant’Apollinare, o, caso mai, Porta della Vittoria.
“No, grazie, è un po’ fuori mano per me. Non posso proprio. Devo correre in Via delle Terme”.
“Mi spiace. Anch’io sono in ritardo. Buon pomeriggio”.
Francesca andò ad aprire la portiera ma era chiusa.
“Mi può aprire, per favore?” domandò, le tremava la voce.
“Un attimo, un attimo solo…”
Il conducente fece un sorriso equivoco. Francesca adocchiò accanto alla cloche un pulsante, lo schiacciò, l’apriporta scattò, in un baleno aprì la portiera.
“Che fai?” le gridò l’uomo.
“Vaffanculo!” gli urlò buttandosi in mezzo alla strada.
Una macchina inchiodò, lei la fissò, gli occhi sbarrati.
“Dio! Non mi ha investita per un soffio”.
Il suo accompagnatore stava dileguandosi, lei si impresse in mente la targa, corse sul marciapiede. Scrisse su un biglietto il numero, la mano le tremolava. Si accovacciò per terra. Adesso tremava tutta. Guardava incerta la gente passarle davanti. Il tempo volava. Provò a risollevarsi, ma le gambe non la reggevano. Si risedette. Si rilevò, ma ancora non arrivava a stare in piedi. Infine cominciò a battere i pugni per terra.
“Non ce la faccio non ce la faccio! Non ce la faccio…!”
In quel momento vide passare un taxi davanti a sé: era vuoto, era in coda. Riuscì ad alzarsi, si avvicinò e bussò forte al vetro. Il tassista fece con la testa cenno di no. Lei aprì senz’altro la portiera.
“Devo prendere un taxi”.
“Signora! Mi hanno già prenotato”.
“Oggi tutti cercano un taxi! Sono stata mezz’ora a chiamarne uno! Mi porti in Via delle Terme!”
“Ma non posso! Mi aspettano presso il Teatro Romano”.
“Bene. Che cosa vuole?”
Francesca estrasse il portafoglio dalla borsa, ne tirò fuori venti euro e glieli schiaffò in mano.
“Questi sono in più. Ma adesso andiamo! Subito! Ho fretta! Dobbiamo esserci subito!”
Il tassista sollevò le spalle e non rispose niente. Svoltò nella direzione richiesta.
“Più svelto! Più svelto!”
L’autista, un uomo corpulento e dai piccoli occhi celesti, parve quasi divertito ad accompagnare una giovane donna tanto impaziente. Iniziò manovre azzardate.
“Bravo! Bravo! Faccia così! Bravo!”
“Signora! Io lo faccio dove so di poterlo fare! Dove ci stanno i vigili no.”
”Va bene, faccia quel che può!”
“Sì lo faccio volentieri per una bella signora”.
La frase insospettì Francesca, ma questo qui era un tassista ufficiale, con tanto di numero di riconoscimento. La corsa fu scatenata, arrampicate sopra i marciapiedi, in mezzo ai binari del tram, tra semafori rossi e pezzi contromano.
“Forza! Forza!”
A un certo punto, in uno di questi contromano, piombò un altro taxi in senso contrario. Inchiodarono entrambi, i due colleghi tassisti si salutarono allegramente.
“Di qui però, signora, non posso più andare avanti. Da Piazza della Unità è bloccato”.
“Quanto vuole?” domandò Francesca.
L’uomo guardò il tassametro e pronunciò la cifra.
“Va bene. Per il doppio mi ci porti lo stesso!”
“Eh no, signora, non mi sono spiegato. Ora basta davvero. Mi revocano la licenza!”
Emise una sonora risata e porse la mano a prendere i soldi. Francesca lo pagò con rabbia, si alzò di scatto, aprì la portiera, fu di nuovo sul marciapiede.
Si guardò intorno. La borsa era tornata improvvisamente pesante, il ginocchio bruciava. Francesca conosceva vagamente quel posto - per quanto lontano da casa si ricordava qualcosa di somigliante a un negozio di biciclette. Si dette uno sguardo in giro. L’occhio le cadde su un cartello rosso: “RENT A BIKE”. Sotto, una porta aperta. Vi si precipitò dentro. I pantaloni, al ginocchio, erano macchiati di sangue.
“Ho bisogno di una bici: subito!”
“Ad averle…!” rispose un vecchio nella penombra, era piccolo e coi baffetti e portava una tuta.
“Cioè?!”
“Sono già state date via da stamattina presto!”
Francesca si voltò intorno, scorse una bici appoggiata al muro.
“E quella lì che è?”
”Quella devo metterle le luci, tirare i freni e mettere un portapacchi anche dietro”.
”Bene. La prendo io. Per cortesia, me la dia”.
“Ma signora, non è mica sua. E non è neanche mia!”
“Gliela riporto stasera. A che ora chiude Lei questo pomeriggio?”
“Alle sette”.
“Alle sei e mezzo gliela riporto io”.
Il meccanico era visibilmente contrariato. Francesca tirò fuori un biglietto da venti euro, consegnò al meccanico un proprio documento e gli dichiarò:
“Guardi, le do anche il mio numero di telefono, lo trascriva. Subito! Subito!”
L’uomo non obiettò niente, compitò il numero con una lentezza esasperante, aveva mani grosse e una calligrafia gigantesca. In un minuto Francesca era già fuori con la bicicletta. Era un po’ troppo piccola per lei, il manubrio troppo addosso e il sellino basso, ma ormai non poteva farci nulla. Mise la borsa nel cestino.
“Forza Francesca! Forza” si incitò “Ce la devo fare!”
Aveva il cuore in gola, ripensò alla disavventure dell’ultim’ora, strinse i denti. La bici era poco adatta alle salitelle che incontrava. Sotto un ponte dovette arrestarsi, le gambe non reggevano più, i cavalcavia erano massacranti. Fece un tratto a piedi. Guardò l’orologio: era terribilmente tardi, già le quattro e mezzo, lei era ancora lì, terribilmente lontana. Erano le quattro e quaranta, le quattro e quarantacinque, tra poco erano le quattro e cinquanta.
Come Dio volle, vide profilarsi in lontananza la Piazza della Stazione. Fece un ultimo sforzo, i muscoli delle gambe le facevano vedere le stelle, il cuore scoppiava, la gola le ardeva. Tagliò in mezzo alla folla, arrivò all’ingresso davanti la fermata degli autobus. Le fece effetto vederla deserta.
Scese di bici, si ricordò di non avere nessuna catena o lucchetto.
Senza por tempo in mezzo, si portò dietro la bici, “mica è vietato portarsela dietro”, si rassicurò, erano le sedici e cinquantuno.
La grande porta a vetri si spalancò al suo passaggio, si slanciò nel salone della biglietteria, piombò sul marciapiede. Il cellulare squillò:
“Dove sei?” gridò.
“Il treno parte al binario ventiquattro”.
Era soltanto al binario otto. Immaginò di montare in bicicletta ma la ressa lo rendeva impossibile. Arrivò al ventiquattro. Erano i cinquantadue, i cinquantatre. Risalì lungo il treno, si era dimenticata di chiedere la vettura.
Ecco, lui le apparve, sul predellino della settima carrozza.
Francesca si sentì improvvisamente brutta, sporca, puzzolente. Le corse incontro. Si scontrarono. Lui sapeva baciare come sempre, la stringeva forte, la soffocava di baci.
Dopo un minuto lei si scosse, lo fissò bene in viso sì, era lui, era proprio lui.
“Scusa … scusa il ritardo…”
“E’ un miracolo che ce l’abbiamo fatta. Io… sono arrivato qui… solo … cinque minuti fa…”
Si baciarono ancora, la bicicletta cadde per terra, le sue labbra la sua lingua sapevano di tutti i profumi dell’inverno. Lei si scosse, guardò l’ora: erano i cinquantasei, il treno partiva all’ora esatta. Si dette un rapido sguardo intorno, adocchiò una botteghina di articoli da regalo.
“Un attimo! Un attimo solo!”
Si precipitò dentro quel negozio, spinse una signora da parte, afferrò un blocco di carta da disegno, un grosso pacco di matite. Passò avanti a tutti nella fila, alla cassa supplicò: “Mi parte il treno ora! Ora! Vi prego! Vi prego!”
Pagò in contante, lasciò lì gli spiccioli del resto, riuscì di corsa. Erano i cinquantotto.
Lui la guardò ritornare, senza capire.
“Ti sei fatta male al ginocchio!”
“Ecco!” gli annunciò, offrendogli carta e matite “Così potrai disegnare in treno”.
Si baciarono ancora, fu annunciata l’immediata partenza, lui montò. Dopo un attimo le porte automatiche si richiusero. Erano le diciassette e un minuto di un giorno di febbraio del duemilasei, in una grande città.

© Paolo Ragni

Paolo Ragni, Poesie + biografia
Paolo Ragni, Poesie-2
Paolo Ragni, Poesie-3
Paolo Ragni, Viaggio nelle provincie occidentali (racconto)
Paolo Ragni: Recensione a:  "Echi ad incastro" || "L'Immagine"

 

FRANCO SANTAMARIA: LETTERATURA E ARTE
Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.