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Maria Pia Quintavalla, poesia, narrativa

FRANCO SANTAMARIA

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NARRATIVA / MARIA PIA QUINTAVALLA

DALLA TORRETTA

Dalla torretta, svelta sotto il cappotto e i documenti (falsi? veri?) e lei non vista, che guardava. L’uscita l’aveva occhieggiata negli anni, le gambe vezzeggiate e denudate, come un amante.
I colonnelli erano al governo, la loro dittatura imperava di prigionia e di primogenitura.
Imperterrita sul luogo si era abituata a vivere assediata, ma un giorno stanca di sostare entro le mura, uscì. Passaporto confini e uscite erano libere. (Aperte). Fiatò tremò sul bavero della camicia, poi si avviò, le voci.

Le voci le sentiva ridosso di altre voci, erano decadute erano state - tutto il tempo sue e segrete ma le sentiva già lontane, fuori - giacché nascoste, male custodite.
Ma non più accanto a sé né dentro, udite per la via erano dette, e divenute come sue, silenti.

Silente appassito era il suo volto - che ogni tanto incontrava e poi scansava -.poi lento, rasente il muro riaffiorava. Toccava crepe introduceva il dito, tra una fessura e l’altra respirava. Pioveva intonaco divino. Ma lei qui stasera si sentiva esclusa.
Da un editto celeste un po’ malato, ma perfetto al suo tatto, un po’ felino.
Dal fondo lago verso sera il passo la guidava, se felice.

Felici e lunghe le falcate della sera, se ritornava in più serena e forte, pencolante.
Per quei bagliori e strade tutta una lucciolata ne veniva tardi sospesa: fuori dalle sue mura le distanze apparivano consuete. Nessuno l’avvertì di cumuli di buoi in rovina, al suo passaggio.
Campagne dal deserto seminate, dal passo lento di carri e processioni - fedeli popoli in cammino;
già altri già sfollati, nati.

Nati di lì decisero sortire, mille e mille di loro se ne andarono.
In esilio da primogeniture - lenti e molti, disastri di astrali gelosie - e disastri come teatri,
altri astri.


HO SOGNATO

Vedo un gruppo di famigliari discendere da una collina, appena sopra a un ristorante.
Il posto non è l’osteria del Gambero rosso, ma una graziosa trattoria di SanVitale di Baganza, nella provincia di Parma, dove colline arrossano nella fioritura delle viti autunnali.
Il gruppo si è dolcemente diffuso su una montagnola e passeggia, per digerire il pranzo appena compiuto, e per potersi ritrovare a passeggiare, a parlare.
In quel gruppo ci siamo io, mia sorella, mia madre, mio padre e i miei nipoti.
Ognuno si avvicina e poi si aggrega lentamente agli altri e ingaggia materia sicura, di sguardi e cenni, parole offerte, tra persone diverse, a volte anche da vite così lontane, ma in affettuoso legame, che si toccano e si informano, com’è andata e che hai fatto: Non c’è acredine né ira, né silenzi, ma danza, avvicinamento dell’uno all’altro, sono membri della stessa famiglia, simpatizzano.

Spesso dal bordo di quella cartolina, dalle curve collinari e dalle viti marroni, ho sognato di vedere lo sfondo ideale di una famiglia.

© M.P. Quintavalla
(da "Album feriale", Archinto 2005)


 

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Quando LETTERATURA e ARTE esprimono, metaforicamente, la dura condizione dell'uomo.