NARRATIVA / MONICA BORETTINI
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MARILINA LA STREGA
Anno astrale 3158.
Dopo l’esplosione della supernova non era rimasto in piedi quasi
nulla.
Corpi ammassati e fumanti come un bucato antico, aprivano uno
scenario, che ben poco aveva di confortante. Ovunque erba bruciata,
calcinacci, odore acre di sangue, echi di paura e disperazione,
dipingevano un quadro la cui vista, risultava insopportabile anche
per Marilina, la strega.
Il villaggio completamente avvolto dentro una cappa di fumo denso e
pestilenziale, mandava un triste segnale: la vita in quel posto
aveva cessato di essere tale. Marilina aveva posseduto una casetta
piccola e modesta, in riva al mare. Con tutta quell’acqua senza una
linea di confine più che un vivere, era stato un felice
galleggiamento. La camera da letto, tutta rossa, così come il
piccolo laboratorio, zeppo di strumenti di lavoro fino a scoppiare,
avevano finestre che davano sulla spiaggia. Vi era stata felice per
quella continua relazione dello sguardo con l’immensità del mare.
Quel miracolo antico di lacrime cadute dall’alto, portava un fascino
ancestrale a cui la strega non aveva mai saputo resistere, nemmeno
in pieno inverno. I tuffi superbi della strega, anche fuori
stagione, erano noti in tutto il paese. Ma ora un povero cumulo di
pietre e rottami giaceva davanti a lei. Solo il mare era rimasto.
Imperturbabile, nella statica bellezza di chi sa che tutto si
ricompone. Era sfuggita miracolosamente ad un freddo cifrario di
morte. Si frugò nelle tasche: sentì i rubini e le tormaline di
polvere di venere, che ancora palpitavano e si tranquillizzò.
Probabilmente solo quelle poche pietre si erano salvate. Il
crogiuolo era disintegrato, così come tutti i contenitori con il
carbonio, con gli ossidi di cromo, con i silicati che si era messa
da parte per fabbricare le pietre preziose. Una dolorosa fitta le
trafisse il petto, ma fu solo per un attimo. Spinse lo sguardo sotto
ai detriti ammassati: la sua chitarra era intatta. La imbracciò,
raccolse le sue poche cose. Decise di andarsene, salutando con gli
occhi, i pini lambiti dai ruggiti delle onde fuse, che non
accennavano a calmarsi. Inutile e stupido affezionarsi ad una casa,
a dei mobili, ad un paesaggio. Tempo perso, energia sprecata, si
diceva. Cercando di convincersi. Ovunque avrebbe trovato aria,
acqua, terra e fuoco. Tutto sarebbe tornato uguale a prima. Forse
meglio. Solo questione di tempo, di adattamento. Non era la prima
volta che un’esplosione galattica causava seri problemi alla
sopravvivenza umana, ma la struttura degli atomi, delle molecole era
sempre la medesima, anche in un altro posto, sulla terra, sul sole,
in qualsiasi altra galassia.- “Quello che cerchi è solo luce di
senso, disse l’angelo dalle tre ali, una pace d’anima polita e
sincera, da stendere quasi come una tovaglia candida per il
banchetto della morte. Lo sai bene. Non arrivare confusa
all’appuntamento o non sarai più te stessa” – Marilina accolse
quelle parole con una certa diffidenza. Sapeva che il suo compito
non era terminato. Nessuna fretta c’era in lei di incontrare la
morte. Le parole di questo personaggio, sbucato da un oltre nebbioso,
la attraversarono senza lasciare traccia. Poi tornò la sciocca ora,
quella che portava con sé l’odore della combustione. I passi degli
uomini scalzi. Qua e là gridi, voci di animali affamati, capelli
invasi da pidocchi. La strega assisteva a questo cremoso
trasfondersi di luce nel pomeriggio liquido, legato all’indicibile
frastuono di momenti mai sedati. Pensava. Immersa in una sorta di
tristezza. Ma anche pervasa da una sottile pellicola di felicità.
Aveva nutrito a lungo i propri pensieri con l’olio della saggezza ed
era sicura che seppur il passato è la nostra cassaforte, neppure il
presente è trascurabile. Lei si stava accingendo a preparare un
nuovo terreno per la semina. Avrebbe seminato ancora, a lungo per
andare verso un futuro che sarebbe diventato anch’esso, gioiello da
custodire nel suo prezioso forziere. Si incamminò verso un paese
lontano. Sperava. Sapeva, che avrebbe incontrato ancora l’obliquo
grido della natura, generatore, da sempre di utilità di nascita.
Lungo il cammino stormivano le cime di bronzo di alberi possenti che
avendo cambiato fisonomia, parevano sconosciuti e Marilina si
stringeva nel panni sferzati dal forte vento astrale e da raffiche
di pioggia .
In quel paesaggio dai colori spettrali, strane figure geometriche
create dai giochi del vento le tenevano compagnia. Marilina
avanzava, sola. Dopo tanto camminare vide un piccolo corso d’acqua
ove non erano tracce di bruciature né di puzzo di zolfo.
Tutt’intorno si ergevano dei massi in cerchio, quasi un cromlech. Un
tacito invito. Non era di certo la sua casetta in riva al mare, ma
era pur sempre un riparo. Un punto da dove ricominciare per non
arrendersi all’inclemenza della disperazione. Con poche cose fece il
proprio nido. C’erano foglie di balocchi, numi di topi spauriti,
perle scaramazze, piccoli residui di fuochi. Mentre si affaccendava
però non le riusciva di smettere di pensare al proprio lavoro. Al
libro delle ombre, ai suoi oggetti, agli ingredienti reperiti con
tanta fatica. Nel caos tutto era andato perduto. Non poteva più
aiutare la gente. Non le restava che quel misero nido. Ma doveva
trovare il modo. Non poteva abbandonare tutto al caso, a un destino
irriconoscente. Non voleva essere un sentiero di passi stanchi né un
malconcio relitto innamorato del vuoto. Tante domande occupavano la
sua mente. –“Saprò immergere le membra in una pace che ancora non
conosco per poterla donare? Riuscirò ancora a realizzare aloni di
luce e abbracci al mondo? Saprò sfuggire al mio destino di
dissolvenza? D’altronde si rispondeva, tutti sanno bene che anche le
azioni più nobili, se non cantate, sono destinate al rito tetro e
imbarazzante dell’oblio. Testimonianza oscura di impotenza in cerca
di carismi: ”Ben venga allora la melodia del ricordo, che sfigura il
presente e lo consegna alla fame del futuro: bestia avida dalle mani
raspigne che arraffa solo ciò che è armonia. Provò allora ad
arricchire il pensiero, lo sguardo, in nome di una vendetta, intinta
nel desiderio statico della sopravvivenza, alla ricerca di
quell’armonia. La voce le era rimasta. E la chitarra. Continuamente
pescando tra le note di cristallo, e i sorrisi di una luna
compiacente, (naturalmente aveva dovuto attendere che si facesse
notte, per amplificare la magniloquenza del canto sotto ai raggi
lunari) cercò ramificazioni e sfaccettature d’amore, e iniziò a
dipingere la propria voce di vaporosi miraggi. Dapprima, con la
chitarra si accarezzò il cuore, pochi arpeggi bastarono per dare
vita ad un tinnire di semi. Erano i semi della poesia, della musica,
dell’amore. A poco a poco qualche spaurito sopravvissuto si
avvicinava ammaliato da questi timidi accordi. Si sedettero in
cerchio ad ascoltare. Fra di loro una bambina aveva colpito la
strega. Si osservavano con uno sguardo maternale-filiale. Una sorta
di simbiosi, di affetto sconosciuto, le univa nella serena
accettazione di una composta voglia di rinascita.
Come se si fossero conosciute da sempre. Un fuoco era stato acceso e
produceva un calore avvolgente, che allontanava i precari equilibri.
La bambina allungava le mani verso quel magnifico arancio-scarlatto.
E osservava fiera, la strega che cantava. Infiammata di nuova vita,
Marilina liberò allora il suo canto. Le parole fluivano ricche di
un’armonia nuova, fiduciose di una risalita alle stelle. La sua voce
prima timida, divenne una pioggia di fiocchi di neve lanosi in un
crescendo che avvolgeva i cuori come il mantello di un morbido gatto
siamese. La musica ovattata, dolcissima echeggiava per tutta la
valle, quasi un fulgido richiamo ad attenuare il freddo, la paura,
la solitudine. Evocando ora sontuosi paesaggi immersi nella bellezza
della natura in boccio, ora suoni melodiosi di campane lontane, la
gente dimenticava tutto, si staccava dalla propria condizione di
dipendenza, lasciandosi trasportare in un oltre sognato, là dove
coriandoli immaginifici dipingevano il piacere dell’oltrerrare. La
forza del suo canto raggiunse un paese vicino, dove un uomo piangeva
per aver perso tutto ciò che lo teneva attaccato alla vita.
Desiderava che quella voce lo inghiottisse, lo circoscrivesse dentro
un nido caldo d’amore. Sentiva il tepore di cova avvolgerlo in un
tenero sguardo di contagio. Il dolore si attenuava a mano a mano che
i suoi passi lo portavano verso la musica.
Pulsava dentro Marilina un sangue caldo, la gioia di donare qualcosa
agli altri e di ricevere in cambio la loro gratitudine, il loro
rapimento estatico. La strega comprese che con la forza della sua
voce, poteva contrastare l’erosione del sentimento, il dolore più
cocente, esaltando l’infinito armonico, che spezza la cadudicità
umana. Era un primo passo verso la ricostruzione della fratellanza
cosmica. In cerchio attorno al fuoco, assecondando il magico ordito,
anche gli altri si abbracciarono e iniziarono a cantare.
L’uomo, ormai esausto per il tanto camminare, desiderò abbracciare
quella donna dai capelli neri che suonava con un amore sconfinato e
desiderò aggrapparsi alla sua voce, alla sua bocca rossa e
invitante.....
L’angelo dalle tre ali (ben nascosto, con la malcelata speranza di
imprigionare la loro tensione), non sentendo più ansietà d’animi, si
ritrasse in preda ad uno sconforto indicibile. Abbandonò il proprio
corpo sopra le acque furiose del mare in attesa di nuovi progetti.
© Monica Borettini
(Prima stesura Agosto 2005; Ultima revisione Gennaio 2006)
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QUATTRO RESPIRI NELLA NOTTE
Una città qualsiasi. Il nome, l'esatta ubicazione, non rivestono
alcuna importanza. Ma il suo profumo denso, quello si. I gelsomini
(cespugli e siepi ovunque), esplodono di dolcezza e ubriacano tutte
le vie di una consonanza olfattiva notturna marino-florale. Lei si
muove agilmente nel buio, è da sola ed il suo respiro si confonde
con l'alito tenue di un vento appena accennato. Forse un mistral
forse una tramontana, abile nel disvelare un forte sentore d'estate
nascente. È abbigliata con un corsetto bianco di pizzo stringato da
laccetti rossi. Porta anche una gonna ampia, bianca con una sottile
bordatura di pizzo rosso. La gonna non è eccessivamente corta, ma
lascia intravedere delle gambe abbronzate, muscolose. Belle gambe,
lunghe, e nervose. Il suo passo è svelto ed i tacchi paiono ritmare
la notte che in assenza di luna, ripiega con qualche timida stella
lontana. Sembrerebbe che un sottile velo di paura circondi l'intera
figura della ragazza. Ma ancora non è ben chiaro: quei vicoli
stretti e angusti, male illuminati nella migliore delle ipotesi, non
lasciano trapelare alcunché. La ragazza pensa alle sue amiche che la
stanno aspettando dall'altra parte della città. Andranno a ballare e
si sono fatte belle. Ripensa sorridendo, al trucco minuzioso, alla
scelta della biancheria intima, al bagno appena preso e alle carezze
che in solitudine si concede e subito un sottile piacere l'avvolge,
la irretisce e la paura sembra dissolta. Ma l'attimo sospeso e
interrogante della sua paura ricompare, puntuale.
Da sempre si ripromette di evitare di percorrere quel dedalo di
viuzze da sola, all'ora tarda, ma inevitabilmente ci ricasca. Per
comodità dice. Per far presto. Con l'auto è più lunga, caotica e lei
non sopporta il caos, non sopporta di guidare in mezzo al nervosismo
della gente. Non c'è più nessuno si dice, ad apprezzare la poesia
di una passeggiata notturna, tra case disabitate o alla meno peggio,
male abitate. Eh si male-abitate poiché si tratta di persone non
certo di alto rango, ma in fondo le sono simpatiche. Le piacciono.
Si sente un po’ come loro. Un gatto selvatico sfuggito alle
convenzioni.
Ad un tratto si ferma e si volta. Nessuno. Eppure un rumore sordo,
ovattato, di scarpe basse da uomo, le risuonavano all'orecchio fin a
un attimo fa. Ma non c'è nessuno. Il suo passo riprende più svelto
di prima, guarda l'orologio e si accorge che è abbastanza tardi.
Dovrà affrettarsi o le amiche forse non l'aspetteranno. Marie Louane
è da sempre impaziente. È schizofrenica. Potrebbe fare avanti e
indietro per settanta volte davanti al cancello di casa (non riesce
ad aspettare tranquilla, in camera, magari leggendo qualcosa, no,
no) ma non una di più. Non vedendola arrivare, potrebbe decidere di
partire e Karima e Lucienne non potrebbero fare nulla per
convincerla ad aspettare ancora. Il rumore dei passi si è avvicinato
e la ragazza gira di scatto la testa, gettando all'indietro una
cascata di capelli nerissimi. Scoprendosi l'orecchio si intravede
una sferetta adamantina, una goccia di luce, che riesce ad
illuminarle lo sguardo. Nessuno. Poi una finestra si chiude di
scatto con molto rumore e Jaqueline tira un sospiro di sollievo. È
un gatto grigio - di notte tutti i gatti sono grigi del resto - le
passa tra le gambe e mentre cerca di fermarlo, lui sguscia via
veloce, urta un paio di lattine di birra abbandonate per strada,
procurando un rumore metallico che la tranquillizza. Più avanti un
uomo, visibilmente ubriaco, sta cercando di aprire il portone, e non
riuscendovi impreca alla malasorte e prende a calci il legno
malridotto, che però non cede….Lei va oltre, veloce e sicura di sé,
senza perdere nemmeno un attimo per pensare se aiutarlo o meno. Poi
sente della grida, una donna probabilmente si è affacciata e ricopre
di insulti l'uomo. Jaqueline non è sola è male accompagnata, ma
qualche anima dà un innegabile segno di presenza. Il pensiero va sua
madre che ora sta studiando, tranquilla nella loro bella casa.
Prepara una lezione per domani all'università. Jaqueline ripensa
agli occhi stanchi, quasi laceri, della madre al fatto che ancora
non riesca smettere di lavorare, alla passione che la anima e la fa
sentire viva e si chiede perché a lei non sia mai capitato di
provare vere passioni… ma ormai è fatta si dice, ora non resta che
oltrepassare in volata la via più fatiscente. È del tutto
disabitata, Jaqueline cercherà di affrettare il passo e subito dopo
vedrà la piazza con la brezza calda della vita, con i colori, il
chiasso e le luci delle notti balneari. E lì, finalmente, il cuore
potrà acquietarsi. Il mare è poco distante, ne percepisce la
presenza dal suono di valva antica, il senso del respiro profondo,
il movimento rassicurante.
Ma è qui che i passi risuonano più secchi, netti.
La ragazza non può più raccontarsi di essere sola.
Qualcuno la sta seguendo.
Forse da quando è uscita da casa.
Ma no, forse è soltanto qualcuno che traversa la città vecchia , per
raggiungere il centro in maniera più agile. È una persona come lei,
innamorata del vecchiume, del maleodorante, delle ombre ambigue. Ma
è difficile crederci.
Paura. Le tempie battono forte e il cuore dentro al corsetto,
saltella impazzito. Un colare di nausea, denso si insinua piano
lungo tutto il corpo. Sensazioni che non si possono vincere. Tenta
di ignorarlo. È brava, ma non ce la può fare. Il terrore fa parte
dell'uomo, con le sue ombre irte di aculei ed i suoi colori
indelebili, con la sua lentezza di necessità. Ne consegue che l'uomo
è perdente di se stesso, lungo l'abisso delle proprie debolezze.
Echeggiano nell'aria, immobili, solo quattro respiri.
Quando la mano dell'uomo le afferra la spalla, Jaqueline chiude gli
occhi, vede la morte ancor prima di patirla, ma ancora non vuole
arrendersi alla possibilità di essere uccisa.
Questo, non prima di aver visto balenare nel buio, lo
sbrilluccicchìo spudorato di una lama, quasi una piccola falce di
luce.
Apre gli occhi decisa ad affrontare la realtà per quanto cruda, esce
dal suo letargo di paura. Si fa coraggio. E vede il volto dell'uomo.
Non è bello, ha contorni decisi, ma non ha nemmeno la faccia di un
assassino… è un uomo normalissimo, comune, non ha occhi malvagi né
allucinati, poi lo sguardo corre al coltello che si insinua tra i
lacci del corsetto, allora il respiro le muore in gola. Lo
riconosce. Lo ha visto altre volte, abita di fronte a casa sua.
Puttana! Puttana! Le sibila all'orecchio, visibilmente impacciato e
concitato. Lasciandola di stucco. Gli occhi di lei, sbigottiti, sono
due acini schiacciati e la sua bocca sembrerebbe scolpita nel marmo
in un'espressione di stupore statico. Ora pagherai le dice,
schiaffeggiandola in pieno viso….
Continua a sventagliarle in faccia una sequela di improperi. Sembra
impazzito. Jaqueline non ha il coraggio di replicare e non parla. Si
abbandona alla persistenza di quel buio, di quella solitudine. È
consapevole che nessuno la verrà a salvare. Intanto lui continua a
strattonarla, la sbatte contro il muro ripetutamente, comincia a
strapparle gli abiti e morsicarle i seni, le sue mani la frugano
dappertutto. Jaqueline ha il tempo di interrogarsi. Di analizzare la
situazione. Forse lo ha provocato. Si rende conto solo ora, che lui
la guarda da sempre. E forse la spia dalla finestra. D'altronde
Jaqueline ama farsi vedere, anche nuda passa davanti alla finestra,
ignara che qualcuno la osservi. O forse spera che qualcuno la
osservi? In quel momento e solo in quel momento Jaqueline crede di
capire. Realizza il proprio desiderio che mai aveva osato
confessarsi. In quella franta nudità di certezze, lacerare il
proprio senso di superficialità è diventato un imperativo.
Le scorre davanti come attraverso dei cristalli luminosi, la sintesi
di tutta la sua vita: una srotolata sequela di attimi falsi,
illusori, patinati. Troppe storie d'amore che ha sempre troncato lei
stessa per egoismo. Un trionfo di superficialità. Lei stessa è la
superficialità personificata. Lo capisce provandone una pena
infinita . E di colpo ricostruisce tutte le telefonate mute ricevute
nei giorni addietro, le collega quel silenzio sillabato e
all'improvviso, questo silenzio si colora di suoni, di verità. Il
corpo e la mente coalizzati per una volta, rivendicano dense
porzioni di vita che ancora non hanno avuto, offuscati com'erano da
una nebbia di sovrastrutture lattiginose e fuorvianti.
Allora, si lascia andare. Decide che finalmente e per una volta
vuole rendere felice qualcuno senza preoccuparsi dei propri
desideri. Anche se si tratta di uno sconosciuto. Attirata dalla
realtà, squarci di sangue e tenebra, la sua anima sporca, volubile,
traccia un pauroso sentiero per giungere al sollievo di una infinita
contraddizione: lo guarda in viso, glielo afferra tra le mani e lo
bacia.
Lui suda, ansima è visibilmente sconvolto da quella improvvisa
arrendevolezza e smette di insultarla. Si dipana, nitida, la
certezza che lui non la ucciderà.
Entra dentro di lei con violenza ma lei lo lascia fare, lo aiuta,
addirittura. Gli offre tutto di sé. Diventa liquida, diventa creta
da modellare, ben sapendo che un momento così non ritornerà. Sente
fluire tra di loro sensazioni mai provate. Si abbandona quindi
all'irripetibilità di quell'attimo, e lo vive con la disponibilità
che la follia le regala.
Non vuole certezze, non vuole nulla.
Felice di quegli umidi gemiti che non conoscono frontiera, lui è
sorpreso ma felice. Un evento meditato da mesi, studiato nei minimi
particolari. Lui per averla anche solo una volta ha messo in
preventivo anche di ucciderla. Ha una pistola carica in tasca. Ma
ora, questo amplesso nella tenebra che sembra non avere mai fine
(restano avvinghiati per ore contro quel portone sgangherato) ha
fatto dimenticare a lui il suo scopo principale. Anche lei ha
dimenticato le ombre incatramate di terrore, lasciando emergere in
questo modo, la sua leggerezza di piuma. Fanno insieme mentalmente,
un pacchetto di queste tormentose sensazioni e lo gettano via. Le
loro bocche incollate sono una coppa di miele, i loro corpi tesi,
due archi flessuosi che tracciano il delirio della notte. Non
sappiamo se ci siano state parole tra di loro, in quei momenti così
intensi. Non sapremo se dopo questo episodio di sesso o forse di
amore che non possiamo classificare, ci saranno ulteriori sviluppi
nella loro storia di vicini di casa. Non sapremo mai se Jaqueline si
è innamorata di qualcuno per la prima volta in vita sua. Non
sappiamo se Ramon è tornato a casa da sua moglie, grassa e isterica.
Quello che sappiamo è che le donne e gli uomini sono ingordi di
felicità e per averla sono disposti a scommettere tutto .
Forse non tutti sanno che vivere è perdere la vita, ma chi lo sa,
quanto più si riconosce in questa affermazione, tanto più ha
coscienza, che la cosa migliore è lasciarsi andare all'istinto per
non lasciarsi sopraffare .
Ma poi la notte dirada.
C'è una atmosfera irreale, una dolcezza nuova sui quei volti. C'è il
sapore della vita che si è donata alla vita.
Che strano, è un mattino diverso da tutti gli altri, almeno per
loro. Un mattino in cui la vita ha trionfato sulla morte. Un uomo e
una donna stritolando convinzioni e squarciando incomprensioni, si
sono regalati un sogno. La violenza è diventata purezza, aria
leggera che legittima il comportamento dei nostri due personaggi.
Hanno avuto un dono sontuoso, una meraviglia: la memoria di un cibo
inaspettato! Il sacro intendersi di due sconosciuti, in un
rovesciamento dei ruoli che porta alla vera comprensione del non
dicibile, del non fruibile, del non esistente.
E tutto il resto ha ben poca importanza.
© Monica Borettini
(Prima stesura Maggio 2004; Ultima revisione Novembre 2004)
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Monica Borettini, Poesie da
varie raccolte edite
Monica Borettini, da "Imprevisti abbracci"
Recensione a "Echi
ad incastro" || Recensione a "Se
la catena non si spezza"
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