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UN POSTO AL SOLE
Di quell’estate particolarmente calda Mimmo avrebbe ricordato la
gente affacciata alla finestra, gli uomini in canottiera e mutande,
le donne con le vestaglie aperte, intente a sventolarsi. E avrebbe
rimpianto, in quell’arsura, un condizionatore d’aria, giusto per
riposare un po’ la notte che trascorreva quasi in bianco, con gli
occhi umidi a fissare la superficie levigata del soffitto.
Durante il giorno trascorreva ore intere al balcone a fumare una
sigaretta dopo l’altra per rientrare quando sua madre faceva ritorno
a casa con le buste della spesa.
Allora, l’aiutava silenzioso a preparare la cena e poi velocemente
sparecchiava. Si poteva definire un tipo “casalingo” ed, in effetti
la sua vita non differiva molto da quella dei tanti pensionati in
circolazione.
Rispetto al passato non provava alcun imbarazzo mescolarsi alla
gente del suo quartiere, cullato dalla sensazione di sicurezza che
loro gli trasmettevano nell’accettarlo per quello che era, un
perdente.
Quanto era stato presuntoso nel giudicarli, come se bastasse un
lavoro di capocantiere in un’azienda privata a renderlo migliore di
quei disperati abituati a vivere alla giornata, senza alcuna
ambizione se non il semplice tirare a campare.
Neppure riusciva più a compatirli, certo che avessero colto il senso
della vita meglio di quegli illusi alla continua ricerca di un posto
al sole. Come fosse vano quel frenetico sgomitarsi per farsi avanti
gli era apparso chiaro solo adesso che guardava le cose da un’altra
prospettiva.
In pochi mesi era stato licenziato dalla ditta in cui aveva lavorato
per cinque anni, buttando il sangue accanto agli operai,
svegliandosi all’alba per raggiungere il cantiere, facendo gli
straordinari per poter comprare una casa dove non avrebbe mai
abitato.
Era stata la sua ex a dargli il colpo di grazia, mollandolo quando
era diventato un partner “debole”, per giunta non giovanissimo e già
tormentato dall’artrosi. L’aveva davvero amato Barbara o, come
succede alla maggior parte di noi, lo considerava alla stregua di un
buon partito, di cui liberarsi senza troppi ripensamenti come si fa
con un abito stretto, sorpassato o che semplicemente non ci piace
più?
Con filosofia aveva incassato il colpo, un modo per non impazzire o
per difendersi dalla cattiva sorte che si era accanita su di lui
come con la coppia di alcolizzati che abitava proprio nella
palazzina di fronte. Li poteva vedere ora abbracciati, in un raro
momento di tranquillità, mentre la radio trasmetteva una delle tante
canzoni neomelodiche di successo. Ben presto avrebbero ripreso a
darsele di santa ragione eppure, misteriosamente, dopo anni di
sbornie e di litigi, rimanevano ancora insieme, quasi non sapessero
fare a meno l’uno dell’altra. Per la prima volta provò nei loro
confronti un sentimento difficile da definire, tra l’invidia e la
compassione, consapevole di essere il solo a reggere un fardello che
quei due potevano almeno condividere.
Per Barbara, invece, non provava più nulla. Quando ad aprile era
arrivata la lettera di licenziamento ne aveva discusso con lei,
rassicurandola che, pazientando un po’, avrebbe trovato un’altra
occupazione. Ancora ci sperava che le cose, come per miracolo, si
potessero riaggiustare e, magari, un posticino “sicuro” spuntasse
all’improvviso. Per un attimo aveva dimenticato di vivere a Napoli e
non a Stoccolma e di aver preso il posto grazie allo zio, un pezzo
grosso di una multinazionale straniera.
Appena un mese dopo, per quella dannata fretta di volersi sposare e
mettere su casa, Barbara se ne era andata via, accusandolo di avere
altro per la testa per badare a lei.
Senza scomporsi, aveva abbozzato. Niente più feste con gli amici,
domeniche al mare, spese pazze per farla felice. Con la solitudine
si riappropriava dei propri spazi e riscopriva il gusto di un caffè
mattutino o della sigaretta dopo pranzo, piccoli lussi che ancora
poteva permettersi, almeno fino a quando aveva un tetto dove stare.
Altra abitudine irrinunciabile era diventata l’appuntamento con il
TG regionale pomeridiano, unico anello di congiunzione con una
realtà a lui sempre più estranea.
Nello sbirciare l’orologio Mimmo si accorse che segnava le ore
18.00. Un’altra giornata sprecata senza fare niente, in attesa del
giorno successivo che, come presagiva, sarebbe stato identico al
precedente.
Rientrò in casa e accese la tv in tempo per sintonizzarsi sulle
ultimissime. Sull’autostrada Roma-Napoli si erano scontrate due
vetture di grossa cilindrata: nell’impatto, violentissimo, erano
morte quattro persone, tra cui il noto industriale Guido Landi.
Nell’udire il nome della vittima Mimmo ebbe un moto di sorpresa,
sentendosi in colpa per le continue maledizioni scagliate negli
ultimi, interminabili, mesi contro l’unico responsabile della sua
rovina attuale, un bastardo che aveva tentato di spedirlo in
Sardegna, in un luogo sperduto in mezzo alle pecore. Di fronte al
suo rifiuto, Landi l’aveva licenziato, rinfacciandogli di aver
firmato un contratto di lavoro che consentiva all’azienda il
trasferimento, ovunque fosse necessario, dei dipendenti.
Nei giorni successivi apprese dai giornali che sulla BMW bianca
schiantatasi nell’incidente non c’era solo il suo capo ma la stessa
Barbara.
A lungo, nei monologhi ossessivi al balcone, Mimmo si interrogò sul
motivo per cui quei due che a stento si conoscevano avessero deciso
di trascorrere le vacanze insieme.
Stanco di negare l’evidenza, accettò, suo malgrado, ciò che gli
apparve come una realtà incontestabile: era stato licenziato per una
banale questione di corna.
Probabilmente Landi se la intendeva da un pezzo con Barbara, e per
sbarazzarsi di lui, aveva tentato di mandarlo via il più lontano
possibile.
Mimmo tirò un respiro di sollievo al pensiero di essere ancora vivo
e con lentezza si avviò verso il balcone dove, seduto sulla sdraio,
si sarebbe concesso, con più indulgenza del solito, l’ennesima
sigaretta.
Intanto, per strada la vita scorreva, nello sfrecciare dei motorini
che si insinuavano in ogni spazio libero, costringendo i passanti ad
appiattirsi al muro degli inesistenti marciapiedi.
Ognuno, a modo suo, tentava di ritagliarsi un posto al sole e, se
era tanto fortunato da averlo già, lo difendeva con le unghie.
© Monica Florio
Altritaliani.net, maggio 2009
L'Autrice
Monica Florio (Napoli, 21/11/1969), giornalista pubblicista e
scrittrice, è Press
Office/Communication & PR Manager.
Giornalista pubblicista dal settembre 2001, ha scritto su “Cronache
di Napoli”, “Il Denaro”, “L’Avanti!”, “L’isola”, “Sìlarus”, “Arte &
Carte” e su numerose testate online. Esordisce come saggista con “Il
guappo – nella storia, nell’arte, nel costume” (Kairòs Edizioni,
2004).
È presente nelle antologie “Enciclopedia degli scrittori
inesistenti” a cura di Giancarlo Marino e Aldo Putignano (Boopen LED
Editore), “Lavoro in corso” (Albus Edizioni, 2008), Partenope
pandemonium” (Larcher Editore, 2007), “San Gennoir” (Kairòs
Edizioni, 2006), “Vedi Napoli e poi scrivi” (Kairòs, 2005) e ha
partecipato al volume “Dario Argento – Confessioni di un maestro
dell’horror” di F. Maiello (Alacràn Edizioni, 2007).
Con il racconto “Padre Rock” ha vinto nel 2006 il 1° premio per la
narrativa inedita alla 38a edizione del “Premio Nazionale Sìlarus”.
Monica Florio, L'intrusa (racconto)
Monica Florio, da "Il guappo" (saggio)
Monica Florio, Il segreto
(racconto)
Monica Florio, "Se
la catena non si spezza" di F.Santamaria (recensione)
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